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lunedì 20 marzo 2017

Il Triclinium leoninum

Il Triclinium leoninum


A partire dal IV secolo e fino al 1309 (quando papa Clemente V trasferì la sede ufficiale del Papato ad Avignone, dove rimase fino al 1376) i papi risiedettero nel Patriarchio, il palazzo patriarcale che era addossato al fianco meridionale della basilica lateranense.
Da un primo nucleo costituito da una domus patrizia, la residenza papale fu progressivamente estesa ed arricchita dagli interventi promossi da diversi pontefici.
Papa Leone III (795-816), in particolare, vi fece costruire due triclini celebrati nelle fonti per la loro ricchezza e magnificenza. Il primo era il cosiddetto Triclinio accubitario - che in epoca successiva prenderà il nome di Sala del Concilio – ed era costituito da una enorme sala rettangolare (m 68 x 15,37), con cinque nicchie su ognuno dei lati lunghi e un nicchione sul lato di fondo (1). Nelle nicchie erano collocati letti semicircolari (accubita, donde il nome originario del triclinio) perché all'epoca nei pranzi ufficiali si mangiava ancora sdraiati secondo l'uso romano.
Aveva una copertura lignea a capriate e un apparato decorativo sfarzoso: pavimento in marmi policromi, al centro una fontana con una conca di porfido, affreschi nelle dieci nicchie laterali e mosaici su quella di fondo.
L'altro, definito Triclinium maiorem, era di forma rettangolare, con un'esedra sul lato di fondo e altre due che si aprivano al centro dei lati lunghi. Era anch'esso decorato in maniera sfarzosa: pareti e pavimento rivestiti di marmo, colonne di porfido, le esedre laterali ornate da affreschi e quella centrale a mosaico.

Cesare Rasponi, Pianta del complesso lateranense, 1657
(1.Basilica di San Giovanni; 2.Triclinio accubitario; 3.Triclinium maiorem)

Nel 1585, quando l'architetto Domenico Fontana su incarico di papa Sisto V demolì l'antico palazzo papale per cotruire il nuovo Palazzo Apostolico attualmente visibile, l'esedra centrale del triclinio con il suo mosaico venne risparmiata. Era ancora in piedi agli inizi del XVII secolo, quando il cardinale Francesco Barberini la fece restaurare. Agli inizi del XVIII secolo, quando si tentò di spostarla per darle un'altra collocazione, andò in mille pezzi, così nel 1743 papa Benedetto XIV (1740-1758) - il cui stemma campeggia al centro del frontone - commissionò all'architetto Ferdinando Fuga la realizzazione della “copia” dell'esedra attualmente visibile che ospita nel catino e nell'arco trionfale solo pochi frammenti del mosaico originale (2), ampiamente integrati da interventi di restauro successivi (è quasi tutto frutto del rifacimento settecentesco) che comunque mantennero lo schema iconografico dell'originale.


Al centro del catino è posto il Cristo benedicente circondato dagli Apostoli, con in mano il Vangelo aperto su cui è scritto pax vobis.


Nell’estradosso dell’arcone, a sinistra, si trova Cristo in trono che dona le chiavi a papa Silvestro e il labaro, insegna del potere imperiale, a Costantino;


a destra, invece, San Pietro in trono porge il pallio a Leone III e il vessillo a Carlo Magno.
Molto probabilmente il mosaico originale venne realizzato in occasione dell'incoronazione ad imperatore di Carlo Magno ad opera di papa Leone III il 25 dicembre dell'800.

Note:

(1) Secondo alcuni storici, questo triclinio era stato realizzato per volere del papa su modello di quello detto dei diciannove letti che si trovava nel palazzo imperiale di Dafne a Costantinopoli.

(2) Parte del mosaico originale è attualmente conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana.








domenica 12 marzo 2017

Barda Foca il giovane

Barda Foca

Figlio del kuropalates Leone Foca e nipote dell'imperatore Niceforo II, seguendo la tradizione di famiglia, fu avviato giovanissimo alla carriera militare di cui salì rapidamente i gradini. Nel 968-969 risulta infatti ricoprire la carica di stratego dei themi di Chaldia (Trebisonda) e Colonea ed insignito del titolo di patrizio.
Dopo la morte dello zio (11 dicembre 969) per mano della congiura che portò al potere Giovanni Zimisce, Barda fu privato del titolo, rimosso dalla carica e confinato ad Amaseia mentre il padre Leone ed il fratello Niceforo furono esiliati a Methymne nell'isola di Lesbo.
Agli inizi dell'autunno del 970 - approfittando della circostanza che le migliori truppe dell'esercito orientale si trovavano nei Balcani al comando del domestikos per l'Oriente, il cognato di Zimisce (1), Barda Sclero, per fronteggiare l'attacco del principe di Kiev Sviatioslav – Barda Foca fuggì da Amaseia e raggiunse la roccaforte di famiglia, Cesarea di Cappadocia, dove diede inizio alla ribellione facendosi proclamare imperatore dalle truppe colà stanziate.
Barda Foca tentò infruttuosamente di estendere la rivolta alla Tracia e alla Macedonia per mezzo del padre e del fratello che, catturati, furono accecati e rinchiusi in un monastero nell'isola di Proti. Nel frattempo, Zimisce ordinò al cognato di rientrare in Asia Minore e sedare la rivolta.
Abbandonato da gran parte dei suoi sostenitori, Barda Foca si arrese a Barda Sclero e fu esiliato nell'isola di Chios dove rimase per i successivi sette anni.
Nel 978 – dopo la morte di Zimisce e l'ascesa al trono di Basilio II - fu del tutto inaspettatamente richiamato a Costantinopoli dal parakoikomenos Basilio Lecapeno e posto al comando delle Scholai orientali con il compito di riorganizzarle per contrastare la rivolta di Barda Sclero che aveva ripetutamente sconfitto l'esercito imperiale e ormai minacciava direttamente la capitale.
Barda Foca raggiunse Cesarea dove reclutò parecchi uomini per rafforzare le sue truppe costringendo Sclero a ripiegare.
C'è un certo disaccordo tra gli studiosi sulla sequenza degli eventi bellici - e sulla loro dislocazione geografica – che condussero alla sconfitta di Sclero.
Secondo la storiografia più moderna Barda Sclero sconfisse due volte i lealisti in campo aperto: la prima volta nei pressi di Pancalea a nordest di Amorium (19 giugno 978) e la seconda, nell'autunno dello stesso anno, nei pressi di Basilika Therma (l'attuale Sarikaya) nel thema di Charsianon.

I luoghi degli scontri tra le truppe lealiste e i ribelli
 
Barda Foca riuscì ad avere ragione dell'avversario solo al terzo scontro, il 24 marzo 979, in una località imprecisata che alcuni autori ritengono di aver identificato con Aquae Saravenae (nei pressi dell'odierno abitato di Yalvac a nordovest di Cesarea). Nonostante il fatto che i lealisti fossero stati rinforzati da 12.000 cavalieri georgiani inviati dal re Davide III, amico personale di Barda Foca, al comando del generale monaco Tornikios, per risolvere lo scontro a suo vantaggio Barda Foca dovette sfidare a singolar duello Barda Sclero che, nonostante fosse molto meno prestante del suo antagonista, accettò e fu battuto. Benchè ferito al volto, Barda Sclero riuscì a fuggire e a riparare presso il califfo di Baghdad mentre le sue forze si disperdevano.
 
Scontro tra le truppe di Barda Foca e quelle di Barda Sclero
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

 
Dopo questa vittoria, Barda Foca vide crescere il suo peso politico a corte e ricoprì la carica di domestikos delle Scholai orientali fino al 986 combattendo con successo contro gli arabi lungo i confini orientali.
Alla fine del 985 o agli inizi del 986, con un colpo a sorpresa, Basilio II si svincolò dall'ingombrante tutela del prozio Basilio Lecapeno rimuovendolo dalla carica di parakoikomenos che aveva occupato quasi ininterrottamente per circa quarant'anni (2). Nel quadro di una serie di provvedimenti volti a ridurre l'influenza dell'aristocrazia militare sulla politica imperiale e a stabilire il suo controllo sull'esercito, sollevò inoltre dalla carica di comandante dell'esercito d'Oriente Barda Foca, che comunque era stato molto legato al parakoikomenos, declassandolo a duca di Antiochia.
La sonora sconfitta inflitta dai Bulgari all'esercito imperiale guidato personalmente da Basilio II, fece intravedere a Barda Sclero l'opportunità di una nuova ribellione e, armato e finanziato dal califfo abbaside, nel febbraio del 987 invase il territorio bizantino occupando Melitene e autoproclamandosi imperatore.
Basilio II rispose richiamando al comando dell'esercito orientale Barda Foca pensando di sfruttare la rivalità tra le due famiglie come nel pronunciamento di dieci anni prima. Ma stavolta Barda Foca non stette al gioco e il 15 agosto del 987 si fece proclamare a sua volta imperatore dalle sue truppe e strinse un accordo con Barda Sclero per combattere insieme contro Basilio II e qundi spartirsi l'impero. Dopo un breve periodo di collaborazione, Barda Foca tradì il patto e fece arrestare e rinchiudere nella fortezza di Tyropoios lo scomodo alleato.
Rimasto solo al comando della rivolta divise le sue forze per poter attaccare la capitale da terra e da mare: il primo contingente si diresse su Crisopoli, il secondo su Abido, dove contava di attraversare lo stretto dei Dardanelli.
In osservanza di una clausola del trattato di pace russo-bizantino del 971 il principe Vladimir I di Kiev inviò a sostegno dell''imperatore un contingente di 6.000 guerrieri variaghi che costituiranno il primo nucleo della leggendaria Guardia variaga. Lo scontro decisivo ebbe luogo ad Abido il 13 aprile 989 e i Variaghi, guidati personalmente dall'imperatore, sbaragliarono l'esercito nemico e lo stesso Barda Foca trovò la morte in circostanze non del tutto chiare (3).
Sposato con una donna di cui non si conosce il nome, ebbe un solo figlio di nome Niceforo e detto Βαρυτράχηλος (dal collo forte).


Note:

(1) Giovanni Zimisce aveva sposato in prime nozze Maria Sclereina, sorella di Barda Sclero.

(2) Potentissimo funzionario eunuco figlio illegittimo di Romano I Lecapeno, era stato elevato al rango di parakoikomenos dal padre nel 947, sostituito da Giovanni Bringas durante il regno di Romano II Lecapeno, era stato rimessso al suo posto da Niceforo II Foca (963) e aveva conservato la carica sotto Giovanni Zimisce e durante i primi anni di regno di Basilio II.

(3) Secondo alcuni autori mentre cavalcava verso Basilio II per sfidarlo a duello ebbe un collasso e morì cadendo da cavallo. Secondo altri fu avvelenato da uno dei suoi servi per ordine dell'imperatore.


venerdì 3 marzo 2017

Leone Foca il giovane

Leone Foca il giovane

Esponente di spicco dell'aristocrazia militare era il fratello minore del futuro imperatore Niceforo II (963-969). E' detto "il giovane" per distinguerlo dallo zio che nel 919 fu protagonista di un fallito tentativo di usurpazione contro Romano I Lecapeno.
Nel 945, sotto Costantino VII, fu nominato stratego del thema di Cappadocia e, circa dieci anni dopo fu promosso al comando del prestigioso thema di Anatolia.
Nel 956, in uno scontro nei pressi di Duluk, sconfisse e catturò il generale Abul Asair, cugino dell'emiro di Aleppo, che inviò in catene a Costantinopoli.

Il generale arabo Abul Asair viene condotto in catene davanti a Leone Foca
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid
 
Romano II Lecapeno (959-963) lo pose al comando delle Scholai orientali dove Leone Foca raccolse ulteriori  successi combattendo contro l'emiro di Aleppo Sayf al-Daula lungo il confine arabo-bizantino.
Agli inizi dell'estate del 960, l'emiro di Aleppo, approfittando della circostanza che le migliori unità dell'esercito bizantino al comando di Niceforo Foca avevano lasciato la frontiera orientale per attaccare l'emirato di Creta, invase il thema di Charsianon prendendo d'assalto e mettendone a ferro e fuoco la capitale. Leone Foca, i cui effettivi - pur ingrossati da quelli dello stratego del thema di Cappadocia Costantino Maleinos che lo avevano raggiunto - erano molto inferiori di numero, si appostò al passo di Kylindros (1), sul versante orientale del massiccio del Taurus, attendendo che l'esercito nemico vi giungesse per rientrare nei suoi territori.
Quando l'intero esercito arabo era all'interno della stretta gola del passo, Leone Foca diede alle sue truppe, appostate sui fianchi della gola, l'ordine di attacco.
I bizantini caricarono dall'alto, bersagliando il nemico, impossibilitato a manovrare, con massi e tronchi d'albero e facendone strage.

Leone Foca sconfigge l'emiro Sayf al-Daula nella battaglia di Andrassos
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid
 
Al termine della battaglia, Leone Foca rientrò a Costantinopoli, dove gli fu tributato il trionfo nell'Ippodromo, con moltissimi prigionieri e tutto il bottino recuperato, mentre l'emiro hamanide, miracolosamente scampato alla cattura, rientrò ad Aleppo con soli 300 cavalieri (2).
Dopo l'ascesa al trono del fratello fu insignito del titolo di Kuropalates (3) e ricoprì la carica di Logoteta del dromo (ministro dei servizi postali) per tutta la durata del suo regno.
Dopo l'assassinio di Niceforo II tentò senza successo di rovesciare Giovanni Zimisce nel 970 e fu esiliato a Mithymna nell'isola di Lesbo. Ripetè il tentativo nel 971 e, nuovamente sconfitto, fu accecato e confinato nell'isola di Proti (Kinali ada).
Sposatosi con una donna di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Niceforo, Barda, che, proseguendo la tradizione militare di famiglia, sarà uno dei più valenti generali di Basilio II prima di ribellarsi a sua volta e Sofia.


Note:

(1) La battaglia è nota come "battaglia di Andrassos" e si svolse l'8 novembre del 960 ma il passo in questione non è mai stato identificato con precisione.

(2) Come spesso accade, la consistenza iniziale della forza d'invasione dell'emiro varia moltissimo da una fonte all'altra, da 3.000 a 30.000 cavalieri.

(3) La carica di Kuropalates designava inizialmente l'intendente del palazzo imperiale (cura palatii) ma divenne rapidamente puramente onorifica. Veniva subito dopo quelle di cesare e nobilissime e di solito spettava ai genitori dell'imperatore.


Narrativa moderna e contemporanea:

Luigi Malerba, Il fuoco greco, Mondadori, 1990
Gli eventi narrati si svolgono in un arco di tempo compreso tra l'ascesa al trono di Niceforo II Foca (3 luglio 963) ed il suo assassinio (11 dicembre 969) ad opera di una congiura di palazzo che portò al potere Giovanni Zimisce. La trama del romanzo si sviluppa intorno al furto della segretissima formula di composizione del fuoco greco, che da il titolo al romanzo, e che offre all'autore lo spunto per disegnare un vivido spaccato della vita di corte nella Costantinopoli dell'epoca, teatro di sottili intrighi e complotti. La bellissima Teofano, moglie di due imperatori (Romano II Lecapeno e Niceforo II Foca), amante di un terzo (Giovanni I Zimisce) e madre di altri due (Basilio II e Costantino VIII) ed il kuropalates Leone Foca, fratello di Niceforo II - intorno ai quali si muovono personaggi minori reali o immaginari – sono al centro di questi intrighi.   
Molto dettagliata la descrizione dei cerimoniali e delle cariche di corte, un po' meno quella dei luoghi, eccezion fatta per quella del Crisotriclinio, nelle prime pagine del libro.
Infine, mentre la narrazione si mantiene sostanzialmente aderente ai fatti storici, i personaggi realmente esistiti appaiono ritratti senza sfumature.