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sabato 24 dicembre 2016

Giorgio Paleologo

Giorgio Paleologo


Figlio del primo membro conosciuto della famiglia dei Paleologi - lo stratego del thema di Mesopotamia Niceforo Paleologo - fu uno dei più valenti generali e sostenitori di Alessio I Comneno (1081-1118), di cui era cognato (aveva infatti sposato Anna Dukaina, sorella minore della moglie di Alessio, Irene) ed amico personale. Giocò un ruolo di primo piano nel colpo di stato che il 4 aprile del 1081 depose Niceforo III Botaniate e portò al potere Alessio.
Nominato nel corso dello stesso anno governatore di Durazzo per fronteggiare la minaccia normanna, con l'appoggio della flotta veneziana (1) difese la città con successo dagli attacchi del Guiscardo fino all'arrivo in ottobre dell'esercito imperiale guidato dallo stesso Alessio (2).
Cercò quindi inutilmente di dissuadere l'imperatore dall'impegnarsi nel disastroso scontro in campo aperto (battaglia di Durazzo, 18 ottobre 1081) che portò alla caduta della città (febbraio 1082) ed in cui persero la vita il padre Niceforo e il fratello Nicola.
Nella guerra contro i Normanni, lo ritroviamo di nuovo al fianco dell'imperatore nella presa di Castoria, tenuta dal luogotenente di Boemondo, Briennio (novembre 1083).
Nella battaglia di Monte Levunio (29 aprile 1091) in cui Alessio, appoggiato dai Cumani, fermò l'avanzata dei Peceneghi verso Costantinopoli, Giorgio Paleologo ebbe il comando dell'ala destra dello schieramento cumano-bizantino.
Figura tra i partecipanti al al sinodo delle Blachernae del 1094 in cui viene ricordato con il titolo di protonobelissimos kuropalates. Il titolo di kuropalates (3) compare anche - accanto a quello di dux di Durazzo - in un suo sigillo databile al 1081 e conservato nella Dumbarton Oak Collection.

Verso del sigillo di Giorgio Paleologo, 1081 c.ca.,
con la scritta, disposta su sei righe: Madre di Dio (4) aiuta Giorgio Paleologo kuropalates e duca di Durazzo.
 
Negli ultimi anni di regno di Alessio la sua influenza a corte sembra diminuire di peso.
Dal matrimonio con Anna Dukaina ebbe tre figli maschi: Niceforo, Andronico e Alessio.
Morì sicuramente dopo il 1110, probabilmente intorno al 1120.

Note:
 
(1) Vedendo minacciati i propri possedimenti in Dalmazia dall'espansionismo del Guiscardo, i veneziani avevano accolto la richiesta di aiuto dell'imperatore e inviato una flotta per difendere Durazzo.

(2) Nel corso dei combattimenti riportò anche una grave ferita alla testa colpita da una freccia nemica. Benchè ferito tentò lo stesso una sortita dalla cittadella per intervenire in aiuto di Alessio nella battaglia del 18 ottobre ma fu ricacciato indietro dai Normanni.

(3) Per il significato del titolo di Kuropalates vedi scheda Leone Foca il giovane, nota 3.

(4) La Vergine in posizione di orante con un medaglione che raffigura il Bambino è ritratta al recto del sigillo.

mercoledì 21 dicembre 2016

La contea di Edessa

La contea di Edessa (1098-1150)

Nel 1050 la città di Edessa (l'attuale Urfa in Turchia) era ancora bizantina, poi nel 1077 un armeno di nome Philaretus Brachamius se ne impadronì facendone la capitale di un principato indipendente che si estendeva fino ad Antiochia.
Nel 1087 Edessa cadde in mano ai turchi selgiuchidi.
Attorno al 1094, l'emiro selgiuchide di Damasco, Tutush I, occupò la città e vi insediò come governatore l'armeno Thoros, un vecchio luogotenente di Philaretus. Nel 1095, questi eliminò la guarnigione turca della cittadella e si rese padrone della città. Attaccato dai turchi, fu costretto a chiedere aiuto ai Crociati che stavano avanzando in Asia Minore.
Nel 1098 rispose all'appello il fratello di Goffredo di Buglione, Baldovino di Boulogne, che lasciò il corpo principale dell'esercito crociato e si diresse prima a sud in Cilicia e poi verso est a Edessa.
Baldovino convinse Thoros ad adottarlo e poco dopo, quando Thoros fu assassinato nel corso di una sommossa (9 marzo 1098), Baldovino gli successe costituendo la contea di Edessa che divenne il primo stato crociato in Terrasanta.

La contea di Edessa nella sua massima espansione (1131) 

La contea era suddivisa nei seguenti feudi principali:

1. Turbessel: era una delle fortezze più importanti della contea, controllava l'area ad ovest dell'Eufrate e presidiava il confine con il Principato di Antiochia. Nel 1101 il conte Baldovino di Le Bourcq v'infeudò il cugino Joscelin di Courtenay ma nel 1113, a causa dell'impoverimento delle sue terre troppo esposte alle incursioni selgiuchidi, annesse il feudo al demanio comitale a cui rimase fino alla fine della contea e di cui divenne capitale dopo la caduta di Edessa (1144) fino alla conquista di Norandino (1151).

2. Bira: occupava un'importante posizione strategica controllando il passaggio sull'Eufrate della strada che da Edessa conduceva ad Antiochia. Inizialmente vi fu lasciato al comando il signore armeno locale. A partire dal 1115, esasperato dalle continue cospirazioni degli armeni, Baldovino di Le Bourcq procedette alla progressiva rimozione della nobiltà locale dai posti di comando. Nel 1117 conquistò la città manu militari e vi infeudò un suo cugino, Galeran di Puiset. Nel 1151 fu anch'essa conquistata da Norandino.

3. Marash (Germanicia Caesarae in epoca romana e Germanikeia in epoca bizantina, corrisponde all'attuale cittadina turca di Kahramanmaraş ): conquistata dai crociati nel 1097 fu inizialmente restituita ai bizantini ma già nel 1100 cadde in mano ai turchi.
Nel 1104 fu conquistata dagli edesseni al comando di Joscelin di Courtenay, all'epoca Signore di Turbessel. Vi si alternarono quindi diversi feudatari, l'ultimo dei quali, Rinaldo di Marash, morì insieme a Raimondo di Poitiers combattendo contro il Norandino sotto le mura della fortezza di Inab (1149). Annessa da Joscelin II al demanio comitale, cadde dopo pochi mesi nelle mani del Sultanato di Iconio.

Baldovino I di Boulogne (1098-1100)

Baldovino II di Le Bourcq (1100-1118): quando Baldovino I fu incoronato re di Gerusalemme (24 dicembre 1100) lasciò la contea al cugino Baldovino di Le Bourcq che divenne il secondo conte di Edessa. Per consolidare i suoi rapporti con gli armeni, nel 1101 sposò Morfia, figlia del Signore armeno di Melitene, Gabriele.

Battaglia di Harran (7 maggio 1104): Nel 1104 il principe Soqman di Mardin e Jerkemish reggente di Mossul unirono le proprie forze nel tentativo di riconquistare Edessa. Accorsero in aiuto di Baldovino il cugino Joscelin di Courtenay – che aveva infeudato a Turbessel – e Boemondo I di Antiochia. Gli eserciti si scontrarono nei pressi della fortezza selgiuchide di Harran, l'antica Carre. L'esercito di Edessa, guidato da Baldovino e Joscelin, si dispose sulla sinistra dello schieramento mentre sulla destra si disposero gli antiocheni di Boemondo e Tancredi. Quasi subito l'ala destra selgiuchide prese a ritirarsi inseguita dalla cavalleria edessena che andò ad infilarsi in un'imboscata. Boemendo, sconfitti i reparti che lo fronteggiavano non riuscì a portare aiuto agli edesseni accerchiati che furono massacrati. Baldovino, Joscelin e l'arcivescovo di Edessa Benedetto furono catturati. Boemondo rientrò ad Antiochia per raccogliere nuove truppe mentre Tancredi si diresse ad Edessa per organizzarne la difesa e dove fu insignito della reggenza.

Tancredi tenne la reggenza della contea di Edessa – dove nominò governatore suo cugino Riccardo di Salerno – fino al 1108 quando Baldovino di Le Bourcq fu liberato dalla prigionia e, obtorto collo, Tancredi dovette cedergli la contea..
Nel 1113 Baldovino si riprese il feudo di Turbessel, esiliando a Gerusalemme il cugino Joscelin di Courtenay.
Ciononostante, alla morte di re Baldovino I di Gerusalemme (1118), Joscelin appoggiò la candidatura di Baldovino di Le Burcq che fu incoronato re di Gerusalemme (14 aprile 1118) e ne fu ricompensato con la contea di Edessa.

Armi dei Courtenay

 Joscelin I di Courtenay (1119-1131): sposò in prime nozze (1100-1104) Beatrice, la figlia del Signore armeno di Vahka (l'attuale cittadina di Feke in Turchia), Costantino, da cui ebbe Joscelin. Rimasto vedovo, sposò in seconde nozze (1121) Maria di Antiochia, figlia di Riccardo di Salerno da cui ebbe una figlia femmina di cui non si conosce il nome.
Nel 1123 mentre pattugliava il territorio della contea fu catturato insieme al re Baldovino II dai selgiuchidi ma fu rapidamente liberato da un'incursione di soldati armeni.
Nel 1125 guidò il centro dello schieramento crociato nella vittoriosa battaglia di Azaz, in territorio edesseno a nord di Aleppo, contro le forze dell'atabeg di Mossul, al-Bursuqi (cfr. scheda il Regno di Gerusalemme).
Morì nel 1131 per le ferite riportate nel corso del crollo di una galleria di mina mentre assediava un piccolo castello a nord di Aleppo.


Minareto della Ulu cami di Edessa

La Ulu cami di Edessa fu costruita nel 1170 incorporando i resti di una preesistente chiesa cristiana del VI sec. dedicata a Santo Stefano e che i musulmani chiamavano chiesa rossa. La torre campanaria a base ottagonale di questa chiesa, riutilizzata come minareto della moschea, è una delle pochissime testimonianze architettoniche riconducibili al periodo crociato ancora visibili.
 
Joscelin II di Courtenay (1131-1150): nel 1138, insieme al principe di Antiochia Raimondo di Poitiers, partecipa alla campagna condotta da Giovanni II Comneno contro l'atabeg di Mossul Zengi che ottenne solo effimeri risultati anche a causa dello scarso impegno dei due vassalli.
Nel 1140 diviene vassallo di Raimondo di Poitiers.

La caduta di Edessa: nel 1144 Zengi attaccò Kara Arslan, il principe ortoqide di Diarbekyr, che era alleato di Joscelin II di Edessa che uscì dalla città e con il grosso dell'esercito si diresse verso l'Eufrate per tagliare la via di rifornimento dell'esercito nemico. Zengi, informato della manovra, puntò quindi sulla sguarnita Edessa dove giunse il 28 novembre.
Joscelin ripiegò su Turbessel ma non osò attaccare Zengi preferendo attendere i rinforzi inviati dalla regina Melisenda di Gerusalemme al comando del Conestabile Manasse di Hierges mentre Raimondo, di cui pure era vassallo, si rifiutò di intervenire.
Il comando delle poche forze rimaste a difendere Edessa fu affidato all'arcivescovo latino, Ugo II.
Il 24 dicembre un mina fa crollare un ampio tratto di mura nei pressi della Porta delle Ore e i turchi penetrano all'interno dando inizio al massacro dei latini in cui trova la morte anche l'arcivescovo. Il 26 si arrende anche la cittadella al cui comando si trovava un ecclesiastico giacobita di nome Barsauma.

Joscelin cercò di riorganizzare la contea nei territori ad ovest dell'Eufrate ancora in suo possesso ponendo la nuova capitale a Turbessel.
Nell'ottobre del 1146, approfittando dell'assassinio di Zengi, riuscì anche con un colpo di mano a riprendere Edessa – ad eccezione della cittadella – ma fu costretto a ritirarsi in novembre dall'approssimarsi dell'esercito di Norandino, il figlio di Zengi.

La cittadella di Edessa

Nel 1150, mentre era diretto ad Antiochia in cerca d'aiuto, fu catturato dai turchi e condotto ad Aleppo dove morì dopo nove anni di prigionia. Lo stesso anno la moglie Beatrice vendette ciò che rimaneva della contea ai bizantini e si trasferì a Gerusalemme con i suoi tre figli: Agnese (1), che sposerà re Amalrico I di Gerusalemme (1158), Joscelin III ch ereditò il mero titolo di conte di Edessa e Isabella, che sposerà Thoros II d'Armenia.


Note:

(1) Agnese di Courtenay si sposò quattro volte: la prima con Rinaldo di Marash, morto nella battaglia di Inab (1149); la seconda con Amalrico I di Gerusalemme, a cui l'Alta Corte impose l'annullamento del matrimonio per poter salire al trono; la terza con Ugo d'Ibelin che morì nel 1169 e l'ultima con Rinaldo di Sidone.

Schede correlate:

Principato di Antiochia; Regno di Gerusalemme

 

domenica 11 dicembre 2016

Taticio

Taticio

Generale bizantino fedelissimo di Alessio I Comneno, di cui era coetaneo; era figlio di un turco selgiuchide catturato da Giovanni Comneno, padre del futuro imperatore, e impiegato nella sua casa come schiavo, crebbe praticamente insieme ad Alessio.
Dopo la sua ascesa al trono (4 aprile 1081), Alessio lo insignì della carica di megas primikerios (gran primicerio), che era solitamente ricoperta da funzionari eunuchi, sembra però che Taticio abbia invece avuto una discendenza.
Nel 1081-1083 comandò il contingente di mercenari turchi che combattè a fianco di Alessio contro i Normanni nella campagna dei Balcani.
Nel 1086 fu al comando delle forze di terra (a capo della flotta era Manuele Boutoumites) che tentarono infruttuosamente di riconquistare ai Turchi la città di Nicea.
Nel 1094 sventò il tentativo di Niceforo Diogene – figlio di Romano IV Diogene (1068-1071) – di assassinare Alessio mentre era accampato con l'esercito nei pressi di Serre.
Nel 1096 guidò le truppe bizantine che si scontrarono con alcuni reparti crociati sotto le mura di Costantinopoli e l'anno seguente l'imperatore gli affidò il comando del contingente bizantino (2000 soldati) che aveva il compito di fare da guida all'esercito crociato durante l'avanzata in Asia Minore e, soprattutto, di garantire la riconsegna all'impero dei territori liberati che gli erano appartenuti in precedenza come solennemente giurato ad Alessio da quasi tutti i comandanti crociati (1).

Le direttrici dell'avanzata crociata in Asia Minore fino ad Antiochia
 
Insieme a Boutoumites riuscì ad ottenere che la città di Nicea – posta sotto assedio dai crociati agli inizi della campagna in Asia Minore (14 maggio-19 giugno 1097) – si arrendesse ai bizantini anziché ai Franchi.
 
Per fiaccare lo spirito dei difensori, i crociati lanciano oltre le mura di Nicea con le catapulte le teste dei nemici uccisi.
Miniatura tratta da un'edizione acritana del XIII secolo della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo da Tiro e continuatori,
BNF, Parigi
 
Abbandonò l'esercito crociato, insieme alla quasi totalità del contingente bizantino, per ragioni non del tutto chiare nel febbraio del 1098, mentre era in corso l'assedio di Antiochia (2).
Rientrato a Costantinopoli fu affiancato a Landolfo (un soldato di ventura di origini normanne) al comando della flotta bizantina incaricata di contrastare la flotta pisana che procedeva verso la Siria saccheggiando le città costiere dell'impero.
La sua fisionomia era caratterizzata dalla protesi d'oro che portava al posto del naso perduto in combattimento. Nelle fonti crociate è infatti sempre definito l'uomo dal naso tagliato.


Note:

(1) Raimondo di Tolosa e Tancredi d'Altavilla si rifiutarono di prestare questo giuramento.

(2) Secondo quanto riportato da Anna Comnena nell'Alessiade, con l'intento di liberarsi della scomoda presenza del legato imperiale, Boemondo fece credere a Taticio che gli altri comandanti crociati – a cui era inviso sin dall'assedio di Nicea quando il generale aveva trattato segretamente la resa della città ai bizantini – stessero meditando di assassinarlo. Dopo la sua dipartita, lanciò su di lui accuse di vigliaccheria e codardia per sostenere la liceità di non rispettare il giuramento prestato all'imperatore giacchè questi li aveva abbandonati. Più probabilmente Taticio si allontanò da Antiochia per cercare di organizzare una più efficace linea di rifornimento alla spedizione. A riprova della sua intenzione di tornare c'è il fatto che lasciò ad Antiochia praticamente tutto il suo stato maggiore.





sabato 3 dicembre 2016

Costantino Kalamanos

Costantino Kalamanos

Costantino Kalamanos fu un generale di origini ungheresi in forza all'esercito bizantino durante il regno di Manuele I Comneno.
Era il figlio primogenito di Boris Kalamanos e Anna Doukaina, una nobildonna imparentata con la dinastia comnena. La madre di Boris, la principessa Eufemia di Kiev, era andata in sposa al re d'Ungheria Coloman (1095-1116). Quando rimase incinta, il re sospettò che la gravidanza fosse frutto di una relazione adulterina e la ripudiò rifiutandosi di riconoscere il nascituro. 
Cresciuto alla corte del nonno materno, il principe Vladimiro II Monomaco di Kiev, divenuto adulto, Boris intraprese alcuni infruttuosi tentativi per reclamare il regno che considerava suo di diritto. Riparato a Bisanzio dopo l'ascesa al trono di Bela II (1131) fu ben accolto da Giovanni II Comneno che gli diede in moglie una sua parente ma non gli fornì assistenza militare per le sue rivendicazioni.
Nato tra il 1137 ed il 1145, insignito del titolo di sebastos, nel 1163 Costantino Kalamanos fu nominato dall'imperatore Manuele II Comneno, in sostituzione del cugino Andronico Comneno, governatore della provincia di Cilicia, dove imperversava la rivolta autonomista guidata dal principe armeno Thoros II.
Giunto in Cilicia con forti rinforzi, pur non riuscendo a sedare del tutto la rivolta, riuscì ad ottenere la ritirata dei ribelli sulle montagne costringendoli ad abbandonare le piazzeforti di Anazarbo, Mamistra e Vahka che avevano occupato.

La provincia bizantina di Cilicia all'epoca del governatorato di Costantino Kalamas

Nell'estate del 1164, l'emiro di Aleppo Norandino cinse d'assedio la fortezza antiochena di Harim (Harenc) il cui possesso gli avrebbe spianato la strada per la conquista della capitale del Principato. Mentre Rinaldo di Saint Valery difendeva eroicamente la fortezza, il principe di Antiochia Boemondo III chiamò a raccolta le armi cristiane per difenderla.
Raimondo III di Tripoli, Costantino Kalamanos e lo stesso Thoros II risposero all'appello muovendo su Harim con le loro truppe. Particolarmente preoccupato per la presenza del contingente bizantino, Norandino levò velocemente l'assedio. Contro il parere di Saint Valery e di Thoros, Boemondo lanciò l'armata cristiana all'inseguimento con il risultato di infilarsi in una imboscata nei pressi di Artah in cui i musulmani fecero strage dei crociati catturando molti comandanti cristiani tra cui lo stesso generale bizantino.
Non volendo Norandino inimicarsi l'imperatore, Kalamanos fu il primo ad essere liberato dietro il pagamento di un riscatto non troppo oneroso (150 abiti di seta).
L'imperatore lo reintegrò nella carica di governatore della Cilicia che, durante la sua prigionia, era stata ricoperta prima da Alessio Axuch e quindi da Andronico Comneno senza che riuscissero a concludere una pace con gli armeni. Il generale ricevette anche l'incarico di recarsi ad Antiochia per conquistarsi l'affetto della sorella dell'imperatrice, Filippa, che era stata sedotta da Andronico. Ma, basso di statura ed anzianotto, non potè competere con il fascino dell'avvenente avventuriero di casa Comnena.
Alla morte del principe armeno Thoros II (1169) la bandiera della rivolta antibizantina e anticrociata fu impugnata dal fratellastro Mleh. Questi, dopo aver rinnegato il suo giuramento templare, si era posto al servizio di Norandino e, convertitosi all'Islam, ne aveva ricevuto sostegno economico e militare. Tra il 1170 ed il 1173 conquistò le città di Adana, Mamistra e Tarso, riuscendo a catturare lo stesso Kalamanos. Dopo questa cattura si perdono le tracce del generale, anche se un sigillo in cui compare il nome “Kalamanos” e datato 1175 sembra attestare che all'epoca fosse ancora in vita e libero.

Residenza costantinopolitana del generale e dei suoi discendenti fino al 1192 fu il palazzo fatto costruire dal padre dell'imperatore Niceforo III Botaniate (cfr. scheda Il quartiere veneziano di Costantinopoli, nota 2).
 
 
Schede correlate:
 

giovedì 3 novembre 2016

Monastero di San Simeone stilita il giovane

Monastero di San Simeone stilita il giovane (Aziz Simeon Manastırı)
Procedendo lungo la strada che da Antiochia conduce a Samandag,il bivioper il monastero si trova subito dopo il villaggio di Karakay. Dopo 5 km la strada si biforca e il monastero si trova a circa 2 km lungo la strada che sale a destra.

San Simeone stilita detto il giovane (per distinguerlo dal suo predecessore vissuto circa un secolo prima) nacque ad Antiochia, da Giovanni e Marta, probabilmente intorno al 521. A due anni venne battezzato nella chiesa di San Giovanni Battista (1) col nome di Simeone. Perdette il padre nel terremoto del 526 e, ancora bambino, fu illuminato sulla via da seguire per giungere alla "vera sapienza". Simeone si ritirò quindi in un monastero alla foce del fiume Oronte dove vivevano monaci sotto la guida dell'archimandrita Giovanni. Il bambino aveva solo 6-7 anni e già stupiva la comunità per le sue austere penitenze ed il precoce potere taumaturgico. Proprio in quegli anni salì su una "base" accanto a Giovanni iniziando la vita di "stilita", che continuò dal 551, festa di Pentecoste, su una nuova colonna eretta su un collina di circa 500 m di altitudine nei pressi della riva settentrionale dell'Oronte, 18 km a sudovest di Antiochia.
A trentatrè anni ricevette l’ordinazione presbiterale e, per imporgli le mani, il vescovo dovette munirsi di una scala per raggiungere la sommità della colonna.
Il luogo divenne meta di pellegrinaggi e l'altura stessa fu chiamata "monte dei miracoli" (Mons Mirabilis) per i numerosi prodigi che per intercessione di Simeone vi accadevano.
Con l'andar del tempo, attorno alla colonna si sviluppò un complesso monastico che si organizzò attorno ad una corte ottagonale – al cui centro si trovava la colonna dove viveva Simeone – da cui i pellegrini potevano conversare con il sant'uomo.

I.Colonna di Simeone; II.Corte ottagonale; III. Chiesa della Santissima Trinità; IV.Chiesa della Theotokos; V.Chiesa di Santa Marta; VI. Battistero; VII. Magazzini; VIII. Abitazioni dei monaci; IX. Atrio. 
 
La corte ottagonale era preceduta ad ovest da un atrio d'ingresso mentre sul suo lato orientale si affacciava la chiesa dedicata alla Santissima Trinità.

Il basamento della colonna di San Simeone al centro della corte ottagonale
 
La scalinata in pietra salendo la quale i pellegrini potevano avvicinarsi al santo stilita e colloquiare con lui.
 
All'interno del complesso monastico si trovano infatti tre chiese disposte una a fianco all'altra lungo l'asse nord-sud.
 
Interno della chiesa della Theotokos
 
Nella chiesa settentrionale si possono ancora vedere sul pavimento resti di mosaici. Da un'invocazione alla Theotokos trovata in una delle tombe di fronte all'entrata, si può ritenere che fosse dedicata alla Vergine.

Resti della pavimentazione musiva della chiesa della Theotokos
 
La chiesa centrale, caratterizzata da un impianto basilicale a tre navate, dedicata alla Santissima Trinità e costruita nel 551, è la più bella con capitelli, architravi e colonne, scolpite in maniera sontuosa e originale.

Interno della chiesa della Santissima Trinità
 
Abside della chiesa della Santissima Trinità con alcuni capitelli finemente lavorati
 
La chiesa meridionale invece, molto sobria, dedicata a Santa Marta era il martirium (luogo che custodiva il corpo di un santo) e fu costruita nel 562. Avvertito della morte della madre, infatti, Simeone mandò a ricercarne il corpo e lo fece seppellire nell'abside della chiesa della Santissima Trinità. Ma Marta gli apparve per chiedergli di costruirle un sepolcro nella parte meridionale della chiesa.
La corte ottagonale: in primo piano la colonna di Simeone, a sinistra la scala da cui i pellegrini colloquiavano con il santo e, dietro di essa, l'ingresso della chiesa di Santa Marta.

Al fianco meridionale della chiesa della Santissima Trinità fu quindi addossata una nuova chiesa a lei dedicata nella quale furono trasferite le sue spoglie e che alla morte del santo (597) accolse anche il sarcofago di Simeone. Presenta anch'essa una pianta a tre navate ma si distingue per l'impianto a triconco del presbiterio.
 
Interno della chiesa di Santa Marta
 
La nicchia di sinistra del presbiterio a triconco
 
A nord della chiesa settentrionale si trova inoltre un piccolo battistero, mentre di fronte ci sono le probabili abitazioni dei monaci e le loro dipendenze.
 
Il battistero

E' un complesso molto originale e caratteristico per le sue mura, cisterne e sotterranei.
Fu abbandonato nel 1268, alla caduta de Principato crociato di Antiochia.

Note:
(1) Secondo alcuni studiosi la chiesa di San Giovanni Battista sorgeva sul sito dove sorge attualmente la moschea di Habib-i Neccar.


lunedì 31 ottobre 2016

La Biblioteca di Agapito al Celio, Roma

La Biblioteca di Agapito al Celio, Roma

Lato sud est
 
Lato nord est
 
Scendendo lungo il Clivus Scauri – l'antica strada romana che dal Celio digrada verso la chiesa di san Gregorio Magno - superati gli archi di sostegno che scavalcano la strada, sulla sinistra sono visibili i resti di una grande aula absidata (16x22m c.ca) in cui si è voluta riconoscere la biblioteca del centro di studi fondato da papa Agapito (535-536) con la collaborazione di Cassiodoro,

Interno

conosciuta attraverso uno scritto dello stesso Cassiodoro (1) e da un'incisione dedicatoria copiata dal cosiddetto Anonimo di Einsiedeln, un ignoto pellegrino dell’VIII secolo che ha lasciato un elenco dei monumenti romani ancora esistenti ai suoi tempi.

 
L'impianto dell'aula sembra però risalire ad un'epoca precedente (IV sec.) e la sua conformazione originaria si adatta meglio a quella di un ambiente di rappresentanza di una domus aristocratica tardoantica (forse appartenuta agli Anicii) che non a quello di una biblioteca, anche se nulla vieta che papa Agapito possa aver risistemato a questo fine un edificio preesistente.
 
Ipotesi ricostruttiva della domus aristocratica (da C. Pavolini, La metamorfosi di un'insula)
 
Nel corso del tempo l'aula ha subito numerosi rimaneggiamenti e variazioni d'uso (l'utilizzo come sepolcreto in epoca altomedioevale è attestato dal rinvenimento al suo interno di sei tombe).

Una delle sepolture rinvenute nella canaletta di scolo che scorre alla base dell'abside.
 
L'ingresso attuale lungo il Clivus Scauri è costituito da un portale seicentesco (1607-1608) commissionato all'architetto Flaminio Ponzio dal cardinale Scipione Borghese.
 
 
Nell'affresco che decora la sommità del portale – e che raffigura San Gregorio nell'atto di scrivere sotto dettatura dello Spirito Santo – c'è forse una reminiscenza dell'antica destinazione dei ruderi a cui introduce.
 
 
Note
 
(1) Cassiodoro, Institutiones divinarum et saecularium litterarum, I, 1.


giovedì 13 ottobre 2016

Mosaico d'ombre di Tom Harper

Tom Harper (Edwin Thomas), Mosaico d'ombre, TEA, 2006
Nellla Costantinopoli del 1096-1097, mentre l'esercito crociato diretto in Terrasanta è minacciosamente accampato alle sue porte, il “risolutore di misteri” Demetrios Askiates è incaricato dal parakoimomenos, l'eunuco Krysafios, d'investigare su un fallito attentato alla vita dell'imperatore Alessio I Comneno.
I quartieri e gli edifici costantinopolitani coinvolti nello svilupparsi della trama sono descritti con accuratezza e precisione documentaria così come i fatti realmente accaduti all'epoca in cui è ambientata ed i personaggi realmente esistiti che compaiono nel romanzo.

 
 
Personaggi storici che compaiono nel romanzo
 
Isacco Comneno: valente generale nonché fratello maggiore dell'imperatore Alessio I (1081-1118), ricopriva la carica di sebastocratore, istituita appositamente per lui dall'imperatore subito dopo il suo insediamento (1081). In realtà si trattava più propriamente di un titolo nobiliare (che divenne il primo della gerarchia bizantina precedendo quello di cesare) che non implicava però alcuna diretta responsabilità di governo. Sposato con Irene di Georgia, rimase sempre fedele al fratello non insidiandone mai la posizione. Morì, dopo aver preso gli abiti monacali con il nome di Giovanni, tra il 1102 ed il 1104. Nel romanzo la sua residenza in città è il cosiddetto Palazzo di Botaniate (cfr. scheda Il quartiere veneziano di Costantinopoli).
 
Alessio I Comneno
da un manoscritto miniato della Panoplia dogmatica di Eutimio Zigabeno commissionato dallo stesso imperatore.
Biblioteca Apostolica Vaticana, cod. Vat. gr. 666, f. 2v.
 
 Ugo La Maisnè (Il Minore) conte di Vermandois: fratello minore del re di Francia Filippo I (1060-1108) riuscì ad ottenere un feudo sposando un'ereditiera (Adelaide, contessa di Vermandois). Fu il primo dei baroni crociati a raggiungere Costantinopoli nel novembre del 1096. Imbarcatosi a Bari per raggiungere Durazzo s'imbattè in una terribile tempesta che colò a picco diverse navi. Prima di imbarcarsi aveva inviato all'imperatore un messaggio molto insolente “Sappi, imperatore, che io sono il re dei re e il più grande di tutti coloro che stanno sotto il cielo, ed è opportuno venirmi subito incontro al mio arrivo e ricevermi in maniera magnifica e degna della mia nobiltà”.
Da Durazzo, scortato dai bizantini, raggiunse Costantinopoli seguendo la via Egnatia. Qui giunto fu ben accolto da Alessio che lo ricoprì di doni ottenendone in cambio il giuramento di vassallaggio secondo il rituale del feudalesimo occidentale.
 
Ugo di Vermandois
dall'edizione miniata della Chronica regia coloniensis, 1240 c.ca
Biblioteca reale di Bruxelles.

Il 23 dicembre Goffredo di Buglione, con il grosso dell'esercito crociato, si acquartierò alle porte della capitale ed ebbero luogo alcune scaramucce tra i crociati e gli imperiali.
Il conte di Vermandois fu quindi inviato da Alessio al campo crociato per richiedere ai baroni il giuramento di vassallaggio, conditio sine qua non per concedere loro le navi per traghettare l'esercito in Asia Minore. Dopo un iniziale sdegnato rifiuto (Goffredo di Buglione era tra l'altro già legato all'imperatore Enrico IV dal patto di vassallaggio) Goffredo e gli altri baroni accettarono di giurare, impegnandosi a consegnare all'imperatore i territori un tempo bizantini che avrebbero strappato ai turchi.
 
Baldovino di Boulogne: fratello minore di Goffredo di Buglione, duca della Bassa Lorena, partecipò alla crociata al seguito del fratello con lo scopo di crearsi un proprio dominio. Nel romanzo viene infatti apostrofato dal conte di Vermandois come Baldovino di nessun luogo proprio perchè non possedeva un feudo. Alla morte del fratello sarà incoronato primo re di Gerusalemme (1100).
 
Poco più che citati nella narrazione sono anche il cesare Niceforo Briennio, marito della primogenita dell'imperatore Anna Comnena e Tatikios, il generale eunuco che guiderà il contingente bizantino che affiancherà i crociati fino all'assedio di Antiochia.

 
Episodi storici citati nel romanzo
 
La rivolta di Urselio: Urselio (o Roussel de Bailleul) era un avventuriero normanno, che, giunto in Italia al seguito di Roberto il Guiscardo, aveva combattuto contro i musulmani in Sicilia, e poi verso il 1069 o il 1070 si era arruolato come mercenario al servizio dell’impero bizantino nella lotta contro i Peceneghi. Nel 1071 aveva combattuto in Asia Minore al servizio di Romano IV Diogene contro le incursioni turche. Dopo l'ascesa al trono di Michele VII Ducas (1071) si era ribellato dando luogo ad un tentativo di usurpazione e conquistando diverse città (1073). Michele VII inviò contro il ribelle vari generali (tra cui lo stesso cesare Giovanni Ducas e suo figlio Andronico, che furono, peraltro, battuti) e infine ricorse all’aiuto dell'emiro turco Artuk che, invitato l'usurpatore ad un banchetto lo fece imprigionare a tradimento e, dietro un forte compenso, lo consegnò al generale Alessio Comneno - il futuro imperatore Alessio I - che era stato inviato da Michele VII per reprimere la ribellione. Condotto a Costantinopoli e incarcerato (1075), Urselio venne in seguito liberato per poter combattere al fianco di Alessio Comneno contro altri usurpatori, quali Niceforo Briennio senior.
 

La crociata dei pezzenti: Dopo l'appello alla crociata per la liberazione della Terrasanta (Deus vult!) lanciato il 27 novembre 1095 al Concilio di Clemont da papa Urbano II, un monaco di Amiens, sino allora vissuto in eremitaggio e noto come Pietro l'eremita, iniziò a predicare la crociata nelle regioni francesi del Berry, spostandosi successivamente verso est in Lorena, Orleans, Champagne e Renania. Raccolto un esercito di circa 15.000 pellegrini, in gran parte formato da contadini analfabeti a cui si unì un discreto numero cavalieri tra cui Gualtieri Senza Averi, raggiunse la città di Colonia nell'aprile del 1096 dove l'armata fu ingrossata dai pellegrini raccolti da altri predicatori.

Pietro l'eremita mostra ai crociati la via per Gerusalemme
da una miniatura del Roman du chevalier au cigne, 1270
manoscritto 3139
BNF

L'esercito crociato si divise in due colonne, la prima, guidata da Gualtieri Senza Averi, partì da Colonia il 19 aprile e, dopo aver attraversato l'Ungheria e la Bulgaria, raggiunse Costantinopoli dopo due mesi di marcia. Il primo di agosto fu raggiunta dalla colonna guidata da Pietro l'eremita e forte di 30.000 uomini. Accampati alle porte della città, i pellegrini si accinsero ad attendere gli eserciti dei nobili ma l'imperatore, preoccupato dal saccheggio delle campagne ad opera dei crociati in cerca di cibo, preferì liberarsi di questa ingombrante presenza traghettandoli dall'altra parte del Bosforo (6-8 agosto) ed assegnando loro il campo di Kibotos (Civetot per i latini) a meno di un giorno di marcia da Nicea. Qui Pietro perse il controllo della situazione non riuscendo a trattenere i crociati che iniziarono a compiere incursioni in territorio selgiuchide e fece ritorno a Costantinopoli per chiedere aiuto e consiglio all'imperatore.
 
Il campo di Civitot
 
Nel frattempo un contingente di circa 6.000 crociati tedeschi e italiani, eletto al comando un certo Rainaldo, occupò una fortezza abbandonata – il castello di Xerigordon – a solo tre miglia da Nicea, pensando di utilizzarla come base per attaccare la città.
Il 29 settembre l'esercito selgiuchide strinse d'assedio la fortezza che rimase priva di rifornimenti d'acqua. Dopo otto giorni Rainaldo si arrese avendo salva la vita in cambio dell'abiura del cristianesimo.
Giunta la notizia che l'esercito turco si stava avvicinando a Civitot, contro il parere degli altri comandanti, Goffredo Burel persuase i crociati ad andare incontro al nemico.
Il 21 ottobre l'esercito crociato, forte di oltre 20.000 uomini, a sole tre miglia dal campo di Civitot, cadde in un'imboscata tesagli dal sultano selgiuchide. Mentre marciavano senza precauzioni in una stretta valle boscosa i crociati furono bersagliati dagli arcieri turchi protetti dalla boscaglia mentre la cavalleria incalzata dai turchi fu rigettata sulla fanteria che la seguiva determinando una disordinata ritirata verso il campo di Civitot dove erano rimasti soltanto donne, vecchi e bambini. Qui si consumò l'eccidio, soltanto tremila uomini, guidati da Goffredo Burel riuscirono a trincerarsi in una fortezza abbandonata lungo la costa e a resistere fino all'indomani quando furono tratti in salvo a Costantinopoli dalla squadra navale inviata in soccorso dall'imperatore.
 
 La Guardia Variaga: con il termine “variago” - che in lingua norrena significa all'incirca “legato da giuramento di fedeltà” - i bizantini chiamavano i vichinghi e più in generale le popolazioni provenienti da Thule, espressione vaga che indicava le terre del Nord.
Il corpo della Guardia Variaga (Τάγμα των Βαραγγίων) fu istituito come guardia personale dell'imperatore da Basilio II nel 988. Il primo nucleo di questo corpo d'elite fu costituito da 6000 guerrieri inviati all'imperatore da Vladimir I di Kiev in osservanza di una clausola del trattato di pace russo-bizantino stipulato da suo padre nel 971.
Nel 989, al comando dello stesso imperatore, la Guardia Variaga debellò la rivolta di Barda Foca e successivamente si distinse per fedeltà e valore nelle campagne di Georgia e Armenia.
Il comandante della Guardia aveva il grado di Aκόλουθος (letteralmente “Colui che segue”) e aveva il compito di vigilare sulla persona dell’Imperatore stando al suo fianco nelle occasioni ufficiali in qualità di guardia del corpo.
Per più di cento anni il reclutamento nelle file della Guardia Variaga fu appannaggio di uomini provenienti dalla Nazione Vichinga. All’originale nucleo di soldati Rus, molto presto cominciarono ad unirsi uomini provenienti da tutto il Nord ed Est Europa: i primi furono Scandinavi di Norvegia e Svezia, seguiti da quelli d’Islanda.
Servire fra i Variaghi era considerato un onore che veniva tramandato di padre in figlio, e non era raro che fra loro vi militassero Principi e figli di importanti condottieri.
Arma caratteristica della Guardia Variaga era l'ascia da battaglia vichinga con un manico molto lungo (120-150 cm.) che veniva impugnata a due mani. Anna Comnena nell'Alessiade li definisce infatti pelekyphoroi barbaroi (barbari portatori di ascia).
A partire dall'XI secolo la composizione etnica della Guardia Variaga cambiò radicalmente. Nel 1066 il normanno Guglielmo il Conquistatore sconfisse il re anglosassone Aroldo II nella battaglia di Hastings insediandosi sul trono d'Inghilterra (1). In conseguenza di questa sconfitta molti profughi anglosassoni si rifugiarono nell'impero bizantino arruolandosi nella Guardia Variaga per poter combattere i Normanni.

Graffito in lettere runiche ritrovato a Costantinopoli su una balconata della chiesa di Santa Sofia ed attribuito ad un soldato variago del IX sec.(2)
 
Nel 1018 la Guardia Variaga, inviata nel thema di Longobardia agli ordini del catepano Basilio Boiannes, fu decisiva nel determinare la fine della rivolta di Melo, il cui esercito, formato da truppe longobarde e mercenari normanni, fu duramente sconfitto nella battaglia di Canne (1 ottobre 1018).
Raggiunse l'apice della sua fama sotto il comando di Harald Sigurdsson (1034-1041) (3) detto Hardrada (lo Spietato) che successivamente diverrà re di Norvegia con il nome di Harald III.
Aggregata al corpo di spedizione comandato dallo strategos autokrator Giorgio Maniace nella campagna del 1038-1040 che riconquistò provvisoriamente ai bizantini parte della Sicilia orientale, si distinse per il valore mostrato sui campi di battaglia (in particolare le saghe nordiche attribuiscono ad Hardrada e alla Guardia gran parte dei successi ottenuti da Maniace contro gli arabi di Sicilia) che meritò al suo comandante il conferimento del titolo di manglavites (portatore di cintura).
Nel 1204, quando i crociati conquistarono Costantinopoli, la Guardia Variaga, la cui fedeltà all'imperatore era divenuta leggendaria, fu l'unico reparto dell'esercito bizantino a battersi fino all'ultimo uomo. Dopo questa data, nelle fonti scritte, si trovano solo vaghi accenni ad una ipotetica rifondazione del corpo nell'Impero niceno, di certo non c'è traccia di questa unità nelle cronache dell'assedio di Costantinopoli del 1453.
 
Gli Immortali: ispirandosi al celebre corpo d'elite dell'esercito persiano dell'antichità, l'imperatore Giovanni I Zimisce (969-976), nel corso della campagna contro i Rus' del principe Svjatoslav I di Kiev (971), istituì con questo nome un corpo speciale di cavalleria. Durante il regno di Michele VII Ducas (1078-1090), su iniziativa del logoteta, l'eunuco Niceforitza, l'unità fu ricostituita.

Tzangra: è il nome con cui i bizantini indicavano la balestra. Quest'arma rimase praticamente a loro sconosciuta fino all'arrivo dell'esercito crociato nel 1096. Nelle fonti scritte questo termine compare per la prima volta nell'Alessiade di Anna Comnena che la descrive come un arco barbaro assolutamente sconosciuto ai Greci, impiegato dai Normanni di Riccardo di Salerno in uno scontro navale con la marina bizantina, che li aveva scambiati per pirati ed attaccati, mentre traversavano l'Adriatico per unirsi sull'altra sponda all'esercito crociato.
L’origine etimologica e fonetica del termine risale probabilmente al francese cancre/chancre (granchio, gambero), nome comunemente usato dai soldati per la balestra che, per la sua forma, richiama appunto le chele di un gambero o di un granchio.
 
Note:
 
(1) Nel romanzo i variaghi di origine anglosassone si riferiscono a lui chiamandolo il bastardo perchè era figlio illegittimo di Roberto I di Normandia.
(2) Un'altra incisione in lettere runiche, anch'essa attribuita a soldati della Guardia Variaga si trova sul Leone del Pireo oggi all'ingresso dell'Arsenale di Venezia. 
(3) Non casualmente nel romanzo, il comandante della Guardia Variaga che affianca il protagonista nelle sue indagini ha il nome di Sigurd.







lunedì 10 ottobre 2016

Palaiopanagia, Manolada

Palaiopanagia, Manolada
E' situata nel cimitero del paesino di Manolada

 
In questa chiesa pregò Ferdinando di Majorca prima della battaglia del 5 luglio 1316 (cfr. scheda Morea, Introduzione).
 
 
Dedicata alla Dormizione della Vergine, presenta una pianta a croce libera con bracci della stessa lunghezza, quello occidentale sopravanzato da un nartece a forma di pi greco - coperto da cinque cupolette emisferiche - a formare un deambulatorio che avvolge la navata centrale. Le due campate laterali del nartece comunicano inoltre per mezzo di aperture con il corpo principale della chiesa.
 
Facciata occidentale, ai lati della porta d'ingresso le due croci in blocchi di pietra squadrata sottolineate da una cornice in mattoni.

I larghi blocchi di pietra che formano croci nella muratura dalla facciata occidentale sono caratteristici della seconda metà dell'XI sec e del XII, mantre la loro sottolineautura in mattoni li riferisce alla fase più tarda di questo periodo. La chiesa è sostanzialmente un ibrido, con la parte orientale costruita come una pianta a croce libera che diventa a croce inscritta, per la presenza del nartece, nella metà occidentale. Di particolare interesse il modo in cui è eretta la cupola, che mostra un estremamente raro arrotondamento degli angoli del tamburo.
 

L'interno è affrescato.



lunedì 3 ottobre 2016

Corone

Corone

Il tratto nordorientale delle mura. Al centro l'ingresso principale e a sinistra il torrione di NE.

Coronis, l'antico nome della città, significa "corvo" e pare sia dovuto al rinvenimento di una statuetta di bronzo raffigurante l'animale durante la fondazione della città.
Nell'antichità era un piccolo fortilizio (è comunque menzionata da Omero come una delle sette città offerte da Agamennone ad Achille per placarne l'ira), divenne una postazione militare di qualche importanza sotto i Bizantini.
Fu conquistata dai Franchi nel corso della Quarta Crociata ed entrò a far parte dei domini di Guglielmo di Champlitte (1205), nel 1209 con il Trattato di Sapienza il suo successore, Goffredo I di Villehardouin, cedette la fortezza ai Veneziani; la cessione fu più tardi confermata dall'Imperatore Michele VII Paleologo. Sotto il dominio della Serenissima divenne, insieme al vicino porto di Modone con il quale formava un'unica unità militare e amministrativa, una delle più importanti roccaforti veneziane in Egeo (1).
Tra il 1292 e il 1294 il castellano (2) Guido da Canal s'impegnò nella ricostruzione generale del castello bizantino facendo largo uso di materiali di spoglio.
Ulteriormente fortificata dai Veneziani negli anni Sessanta del Quattrocento, venne conquistata dai Turchi nel 1500.
Nel 1532, Andrea Doria, agli ordini di Carlo V riuscì ad espugnare la città e a respingere la flotta ottomana inviata da Solimano nella primavera del 1533 per riprenderla. L'anno seguente, assediata da terra dagli ottomani, la guarnigione spagnola fu però costretta a capitolare.
Nel 1685, durante la guerra di Morea (1684-1699), fu la prima città ad essere assediata dalle forze del Morosini (25 giugno 1685) a cui si arrese il 7 di luglio.
Posto l'assedio i veneziani furono contrassediati dai rinforzi inviati dai turchi a sostegno del presidio. Morosini decise di attaccare e i veneziani poterono mostrare ai difensori più di cento teste di nemici uccisi sulle loro picche. Visto sbaragliato anche un secondo contingente di rinforzo, la guarnigione ottomana finalmente si arrese.
Nel 1715 fu ripresa dagli ottomani, nelle cui mani rimase fino al 1828 quando fu liberata nel corso della guerra d'indipendenza greca (1821-1832) dal corpo di spedizione anglo-francese del generale Maison.

Torre Resalto

Nel 1824 gli insorti avevano provato a conquistare la fortezza scalando una torre sul suo fianco meridionale. Probabilmente pensavano di sorprendere la guarnigione turca, ma il piano fallì e quasi tutti gli assalitori perirono: la torre è oggi chiamata Resalto (forse perchè i corpi dei Greci "saltarono" giù) e culmina con una cappella costruita in memoria dei caduti.

F.Coronelli, Pianta delle fortificazioni di Corone, 1685
 
La fortezza sorge sul Capo Livadia ed ha una forma irregolarmente quadrata. L'ingresso principale si trova sul lato settentrionale e si apre in una larga costruzione a pianta quadrata con un arco a sesto acuto sormontato da un altro a sesto ribassato che corrisponde al locale dove prendeva posto il corpo di guardia.

L'ingresso principale visto dall'interno della fortezza

Nell'epoca d'oro dell'occupazione veneziana questa porta era fiancheggiata su ambo i lati da colonne e l'arco d'ingresso era sormontato da un leone di San Marco. A ridosso della porta si apriva una corte interna che, con l'andar degli anni, venne progressivamente riempita da piccole case. La cittadella, separata dal resto della fortezza da un muro interno, occupava la parte occidentale mentre il tratto nordoccidentale delle mura è quello più antico, di epoca bizantina. Alla cittadella (attualmente non accessibile) si accede attraverso un ingresso sormontato da un arco mentre sulla sua punta più occidentale si trovano le fortificazioni più recenti ricostruite dai veneziani nel 1685.

Il sistema bastionato formato dai due torrioni più meridionali del versante orientale delle mura.

Il versante orientale delle mura, che taglia il promontorio lungo una linea perpendicolare nord-sud, era rinforzato da quattro massicci torrioni circolari, molto probabilmente realizzati durante la dominazione ottomana. I due torrioni più meridionali erano inoltre legati da due cortine murarie che racchiudevano un terrazzamento per le artiglierie e sopravanzati da un fossato.

 
Agios Charalambos: si trova grosso modo al centro della fortezza - di fronte alla chiesa di Agia Sophia che è trattata in una scheda a parte - e risale agli inizi del secondo periodo di occupazione veneziana (1685-1715). Presenta una pianta a navata unica ed una copertura lignea. Era originriamente dedicata a san Rocco. Durante la seconda occupazione ottomana fu convertita in moschea come testimoniato dal moncone del minareto (su cui venne successivamente eretto il campanile) addossato alla facciata occidentale.
 
L'iconostasi in muratura
 
Ridedicata a San Caralampo (3) dopo la liberazione e convertita al culto ortodosso è stata gravemente danneggiata da un incendio nel 2012.

Note:

(1) Per la loro importanza strategica le due città vennero definite Venetiarum ocellae (gli occhi di Venezia).
(2) Castellano era il titolo con cui veniva designato il governatore militare di una fortezza nell'amministrazione dello Stato da Mar veneziano. Nel periodo 1685-1715 Corone verrà invece posta sotto il controllo di un Provveditore
(3) San Caralampo, vescovo di Magnesia in Tessaglia, fu martirizzato sotto Settimio Severo (193-211).




sabato 24 settembre 2016

La basilica di San Sabino, Canosa

La basilica di San Sabino, Canosa

La facciata attuale della chiesa

Esternamente si presenta oggi nell'aspetto impressole dall'imponente ristrutturazione ottocentesca che fece seguito al grave danneggiamento subito dall'edificio durante il terremoto del 1851. L'opera di restauro e ampliamento ha però praticamente inglobato al suo interno l'antica chiesa la cui fisionomia appare ancora riconoscibile una volta entrati ed oltrepassato l'avancorpo ottocentesco.
L'impianto originario della basilica attualmente dedicata a San Sabino (1) è infatti con tutta probabilità l'ultima fondazione in ordine di tempo riconducibile alla sua committenza.

In neretto la planimetria della chiesa del VI secolo 

Si tratta di un impianto a croce latina con tre navate, transetto ed un'unica abside semicircolare in cui si aprono tre finestre e coperto da 5 cupole (3 lungo l'asse longitudinale e 2 sui bracci del transetto).

Al centro, l'abside della chiesa del VI secolo.

Le pareti della navata centrale, che comunica con quelle laterali per mezzo di sei arcatelle, sono caratterizzate da una non perfetta perpendicolarità con il piano di calpestio, molto probabilmente esito di ripetuti eventi sismici. La chiesa originaria era inoltre preceduta da un vasto atrio.
Tutte le colonne – in numero di 18 - su cui s'impostano gli arconi che sostengono le cupole sono di spoglio, a differenza dei capitelli, parte dei quali furono realizzati quando la chiesa fu costruita.

La cupola meridionale del transetto

Recentemente, asportando l’intonaco che rivestiva l’interno della cupola del braccio destro del transetto, è stata portata allo scoperto la muratura originaria che si è rivelata realizzata in tufelli a formare 33 cerchi concentrici resi con mattoncini, alcuni dei quali con il celebre monogramma del vescovo Sabino, e al centro una croce greca realizzata con tasselli di pietra lavica, leggermente a nord della croce si trova inoltre inserito un altro tassello di questa pietra. 
 
La croce inserita nella chiave di volta della cupola ed il puntino nero a nord di essa

In questo braccio del transetto, al di sopra della porta che introduce alla sacrestia, si notano inoltre i resti di un affresco databile XI-XII secolo recentemente riscoperto (2013) che raffigura la Crocefissione e che molto probabilmente apparteneva ad un ciclo più esteso.


Si riconoscono il braccio destro del Cristo, l'angelo sul braccio della croce e, ai piedi della croce, il gruppo delle Tre Marie (il volto della Vergine è stato riportato in luce), sulla destra parte del popolo che assiste e sullo sfondo la città di Gerusalemme. Da notare, ai lati della croce, la presenza dei simboli del sole e della luna.
Nel corso del tempo la chiesa venne comunque rimaneggiata in varie occasioni (la ristrutturazione avvenuta intorno al 1080 sotto il vescovo Ursone, ad esempio, venne a lungo ritenuta l'atto di fondazione dell'edificio) fino al massiccio intervento di fine '800 (2).


L'ambone:
 
 
Interamente scolpito in marmo grigiastro, è formato da una cassa quadrata sostenuta da quattro arcatelle impostate su altrettante colonne con capitelli a fogliame stilizzato. Dalla fronte della cassa sporge il lettorino semicilindrico con un'aquila ad ali spiegate che tra gli artigli stringe una testa umana e con il capo sostiene il leggìo decorato da una protome leonina.
Sulla cornice superiore della fiancata destra si legge:

P(er) IUSSIONEM D(omi)NI MEI GUITBERTI VEN(erabili)S P(res)B(ite)R EGO ACCEPTUS PECCATOR ARCHIDIAC(o)N FECI HOC OPUS

Il nome di Acceptus, che però in questo caso si qualifica come sculptor, accompagnato dalla data di esecuzione (1040), figura anche nei frammenti del pulpito rinvenuti nella chiesa di San Michele a Monte Sant'Angelo che appaiono da un lato formalmente simili e dall'altro stilisticamente diversi dall'ambone canosino. Differenze di stile che sono state interpretate sia nel senso di una datazione più precoce sia in quelllo di una più tardiva di quest'ultimo.

a sn. l'ambone di Canosa a ds. quello di Monte Sant'Angelo.

Lasciando irrisolto il nodo della datazione, si potrebbe però anche ipotizzare l'esistenza di un maestro ideatore (Acceptus) che si sia servito di maestranze diverse pe la realizzazione dei due amboni.

La cattedra di Ursone:


Al centro dell'abside è attualmente collocato il seggio episcopale, opera eseguita dallo scultore Romualdo per Ursone, vescovo della diocesi unita di Bari e Canosa (1080-1089), come si evince dall'iscrizione posta all'esterno del bracciolo sinistro.
Di ispirazione bizantina, la cattedra è costituita da un altissimo sedile con alla base una predella decorata da due aquile che poggia su due elefanti portatori.
Nell'insieme da l'idea di risultare dall'assemblaggio di due manufatti di stile diverso. La severa sobrietà della parte superiore, ricavata nello stesso marmo grigiastro dell'ambone, contrasta infatti nettamente con la ricchezza orientaleggiante dell'apparato decorativo della parte inferiore scolpita in un marmo d'intonazione molto più calda. Probabilmente Romualdo rimaneggiò per Ursone una cattedra vescovile preesistente, coeva all'ambone ed opera della stessa bottega. Alcune incongruenze strutturali (la sopraelevazione elevatissima del sedile e l'assenza di un poggiapiedi) fanno inoltre pensare che la cattedra fosse più che altro destinata a “rappresentare” il vescovo in sua assenza piuttosto che ad accoglierlo fisicamente.

Note:

(1) La chiesa, originariamente dedicata ai martiri romani SS.Giovanni e Paolo fu ridedicata al santo vescovo canosino da papa Pasquale II nel 1102. Agli inizi del IX secolo il vescovo Pietro aveva già fatto traslare in questa sede i resti del santo dal luogo originario di sepoltura.
(2) I resti del porticato colonnato che si vedono accanto al Mausoleo di Boemondo – che fu addossato alla parete meridionale del transetto poco dopo il 1111 – sembrano invece risalire al XV-XVI sec.