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sabato 13 settembre 2014

Vasilissa ergo gaude di Guillaume Dufay

Vasilissa ergo gaude
Quello che segue è il testo di un mottetto a quattro voci composto dal musicista e compositore franco-fiammingo Guillaume Dufay in occasione delle nozze di Cleofe Malatesta con Teodoro II Paleologo, Despota di Morea. Il mottetto, che è il più antico pervenutoci di questo autore, fu composto tra il 1419 ed il 1420, quando Guillaume Dufay si trovava presso la corte di Malatesta IV (detto Malatesta dei Sonetti per il suo amore per le arti), padre della sposa.
La versione cantata si può ascoltare qui.

Vasilissa, ergo gaude,
quia es digna omni laude,
Cleophe, clara gestis
a tuis de Malatestis,
in Italia principibus
magnis et nobilibus.


Ex tuo viro clarior,
quia cunctis est nobilior:
Romeorum est despotus,
quem colit mundus totus;
in porphyro est genitus,
a deo missus coelitus.

Junvenili estate

polles et formositate
ingenio multum fecunda
et utraque lingua facunda
ac clarior es virtutibus
prae aliis hominibus.


Concupivit rex decorem tuum

quoniam ipse est dominus tuus.

                    ***
Gioisci imperatrice (Vasilissa)
perché sei degna di ogni lode,
resa illustre dalle gesta dei
tuoi Malatesta,
principi in Italia
grandi e nobili.

Resa ancor più illustre da tuo marito,
che è il più nobile tra tutti:
è Despota dei Romei,
che tutto il mondo ossequia;
è nato nella porpora
e da Dio è stato inviato dal cielo.

Di rigogliosa giovinezza
abbondi e di bellezza,
sei nell'ingegno fertile
e versatile in entrambe le lingue
e più illustre per virtù
tra gli altri esseri umani.

Il regnante ha desiderato la tua bellezza
da quando è il tuo signore.






lunedì 8 settembre 2014

Isidoro di Kiev

Isidoro di Kiev

Nato a Monemvasia tra il 1380 ed il 1390, Isidoro si fece monaco basiliano e divenne, dopo essersi trasferito a Costantinopoli, igoumeno del monastero di San Demetrio (1).

Nel 1434 fece parte della delegazione bizantina al Concilio di Basilea. Al suo ritorno venne consacrato metropolita di Kiev e di tutte le Russie (1437), carica che mantenne fino al 1442. Poco dopo tornò in Italia per partecipare al Concilio di Ferrara-Firenze (1438-1439) dove sostenne apertamente le tesi unioniste a fianco di Bessarione. Al termine del Concilio, nel corso del concistoro del 18 dicembre, riceve da papa Eugenio IV - assieme a Bessarione - la porpora cardinalizia con il titolo della chiesa dei SS. Marcellino e Pietro. Da questo momento verrà comunemente designato come il cardinale ruteno (2).

Isidoro di Kiev
ritratto nel Corteo dei Magi di Benozzo Gozzoli (1459)
Cappella dei Magi, Palazzo Medici Riccardi, Firenze
 
Nel 1440 fu inviato in Russia come legato pontificio per applicare l'unione delle chiese. Giunto a Mosca venne fatto arrestare e imprigionare dal granduca Basilio (Vasilij) II , che lo fece processare per apostasia della fede ortodossa. Il cardinale ruscì però ad evadere prima della sentenza – che lo avrebbe condannato al rogo - e a rientrare in Italia dopo varie peripezie (3).
Nel 1450 fu nominato camerlengo del Collegio cardinalizio e optò per la sede suburbicaria della diocesi sabina.
Nel 1452 viene inviato a Costantinopoli da papa Niccolò V come legato pontificio per ottenere la proclamazione ufficiale dell'unione delle chiese in santa Sofia. Raggiunge la capitale bizantina, dopo una sosta a Chio, il 26 ottobre in compagnia dell'arcivescovo di Mitilene, Leonardo di Chio, ed una guardia personale di 200 balestrieri. Il 12 dicembre assiste assieme all'imperatore alla cerimonia di proclamazione dell'unione in Santa Sofia.
Durante l'assedio prende parte attiva alle operazioni, assumendo con i suoi soldati la difesa del tratto di mura compreso tra l'angelus sancti demetri ed i Mangani, la zona dove si trovava il suo vecchio monastero.

Armi del cardinale Isidoro di Kiev
con al centro la croce patriarcale russa

Alla caduta della città viene ferito al capo da una freccia e fatto prigioniero (cfr. Isidoro di Kiev, Lettera a Bessarione). Non riconosciuto viene condotto a Pera insieme ad altri prigionieri di poco conto e riscattato (4). Quando anche il sobborgo di Pera viene occupata dai turchi, riesce ad imbarcarsi su una nave turca che salpa per l'Anatolia. Dopo varie peripezie raggiunge la colonia genovese di Focea e da qui Chio e poi Candia dove rimase sicuramente fino al 26 luglio.
Rientrato a Roma nel 1454, nel 1456 viene nominato arcivescovo di Nicosia da papa Callisto III e nel 1458 patriarca latino di Costantinopoli da papa Pio II Piccolomini, cariche che manterrà fino alla sua morte.
Il cardinale ruteno trascorse gli ultimi anni della vita a Roma tra gli studi, le infermità, le difficoltà economiche (aveva speso tutto quanto possedeva per la difesa di Costantinopoli), per fronteggiare le quali il cardinale Bessarione venne nominato suo amministratore. Morì il 27 aprile del 1463 e venne sepolto nella basilica di san Pietro.

Note:

(1) Le sue origini e gli inizi della sua carriera ecclesiastica non sono del tutto chiari. Kalligas ha avanzato anche l'ipotesi che fosse un figlio illegittimo del Despota di Morea Teodoro I Paleologo (H.A. Kalligas, Byzantine Monemvasia: The Sources, 1990, pagg. 169-170) mentre nel 1421 potrebbe essere stato nominato arcivescovo della sua città natale.
(2) Ruthenia è il nome latino con cui venivano indicate le Russie.
(3) Isidoro fu deposto dalla carica di metropolita di Kiev e di tutte le Russie e ricordato come Isidoro l'apostata per la sua conversione al cattolicesimo romano da un sinodo della chiesa russa – che aveva rigettato il decreto di unione delle chiese - riunitosi nel 1442.
(4) E' invece fantasiosa la versione che sia riuscito a fuggire travestito da schiavo dopo aver fatto indossare ad un cadavere la sua porpora cardinalizia.


domenica 7 settembre 2014

La lettera di Isidoro di Kiev a Bessarione

La lettera di Isidoro di Kiev a Bessarione
La lettera fu scritta dal cardinale Isidoro mentre si trovava a Creta in data 6 luglio 1453.


Reverendissimo padre in Cristo e signore, porgo a voi i miei più devoti saluti.


Ho scritto spesso nel passato a vostra Reverenza, dalla quale però non ho ricevuto alcuna risposta; per quale ragione, non so. E' possibile tuttavia congetturare o che le mie lettere non ti siano state consegnate o che le tue lettere non siano state a me recapitate, forse per incuria dei messaggeri; ciò che può essere attribuito anche allo stato di guerra e alle difficoltà della situazione, oppure, terza ipotesi, che la tua Reverenza è adirata verso di noi e ci avversa come pure Dio stesso, che sembra essersi mostrato quasi duro, ostile e avverso nei confronti di quella sventuratissima e infelicissima città che fu un tempo e che dagli stessi empi e ferocissimi infedeli era chiamata Costantinopoli, ora, per rio destino, davvero Turcopoli, al cui ricordo io verso fiumi continui e perenni di lacrime...

E per quel Dio immortale ai cui occhi nulla sfugge e tutto è manifesto, spessissimo ho esecrato e maledetto quel crudele turco che mi ha ferito con una freccia nella parte sinistra del capo di fronte alla porta di un monastero, non così gravemente tuttavia da uccidermi nello stesso istante, per il fatto che ero a cavallo e mi sentivo stordito e la punta di essa aveva perso in buona parte la sua forza. Credo che Dio abbia voluto tenermi in vita, perchè potessi vedere tutte le altre così grandi disgrazie di quella sfortunatissima città...
Ma, al momento presente, sarebbe lungo raccontare tutto ciò, né il tempo me lo permette. In seguito, poiché ho stabilito di venire da voi, con l'aiuto del Signore, vi narrerò di persona molte cose, che oltrepassano la misura di una lettera. Mi terrò soltanto all'essenziale, in modo che voi possiate essere informato della situazione in breve. Ecco come stanno le cose.
Quando lascia Roma verso il mese di maggio dell'anno passato (1), senza avere affatto con me alcun presidio o aiuto, mi preparai al viaggio nel modo migliore che mi è stato possibile e certo, dopo essere uscito dalla città, già al primo colpo di sprone, per così dire, e ai miei primi passi, tutto cominciò ad andarmi a rovescio e in modo sfortunato. Lascio da parte ora i particolari. Intanto ci vollero ben sei mesi per il solo viaggio (2), finchè con qualche difficoltà alla fine giunsi alla sventuratissima città di Costantinopoli il 26 del mese di ottobre e la trovai bloccata e accerchiata da ogni parte dal nemico in armi. Quali discorsi quindi io abbia tentato, che cosa abbia fatto e quali pensieri abbia rivolto nella mia mente, non potrei condensare facilmente né a parole né per iscritto. Nel giro di due mesi la flotta dei cristiani è stata raccolta, radunata e messa d'accordo in modo perfetto e saldo (3), come in altra occasione ho già scritto due volte a vostra reverenza, in modo abbastanza ampio ed esauriente. Quando sembrava che le cose dei cristiani procedessero bene e con soddisfazione, benchè non fosse venuta meno né la volontà dei turchi di assalire la città, né il loro forte desiderio, né la loro brama insaziabile, scrissi a vostra Reverenza pure sopra ogni cosa, sulla mentalità dello stesso Turco, che pensa senza sosta di sottomettere al proprio potere tutto quanto l'orbe terrestre e di distruggere interamente il nome di Cristo. Ed è ciò appunto che il folle medita: prepara un forte schieramento, un esercito stimato tra fanti e cavalieri di circa trecentomila uomini ed una flotta grandissima, di duecentoventi navi fra triremi, biremi e uniremi, più una nave mercantile o rotonda; raduna e ammassa tutti gli artigiani, ogni sorta di proiettili, ogni genere di strumenti, di congegni e artifizi che siano ritenuti adatti per assalire ed espugnare le città, ogni tipo di macchine da getto, bombarde, catapulte, in gran numero e di dimensioni enormi, le cui moli ti sarebbero sembrate cose mostruose e portentose: con questi mezzi alla fine si è impadronito di Costantinopoli. Tra le altre numerosissime macchine da getto, catapulte o bombarde, ce n'erano tre, di cui la prima lanciava proiettili di pietra del peso di quattordici talenti, una seconda di dodici ed una terza di dieci. Mentre le mura con il loro spessore e la loro solidità sopportavano bene i colpi di tutte le altre bombarde minori, non riuscirono invece a tollerare la forza dirompente di queste tre che le battevano in continuazione. Al secondo colpo la più gran parte delle mura e delle stesse torri veniva abbattuta e demolita. Allora abbiamo compreso che si compiva fino in fondo che a lungo si è conservata nelle nostre storie e che dice: “Guai a te, città dai sette colli, quando ti assedierà un giovane, perchè le tue mura fortissime saranno abbattute”. Il Turco riuscì ad abbattere le mura nei pressi della Porta di san Romano ed anche quella parte di esse che si trova tra la Porta della Fonte (4), quella Aurea e l'antica Porta della Ventura (5) e l'altra che si chiama Porta Caligaria. Presso di essa, mentre si combatteva eroicamente, il fortissimo Teodoro Caristeno (6), al momento in cui i nemici irruppero nella città, cadde gloriosamente cercando di opporsi con coraggio e grandissimo valore: quella parte delle mura era infatti la più debole di tutta la città...
Il porto era stato chiuso e bloccato con fortissime catene dal colle di Galata fino alla Porta Bella (7) e cinque triremi veneziane con altre dodici navi mercantili o rotonde di grande stazza impedivano ai turchi di entrare nel porto e avvicinarsi alla catena. Quando i turchi capirono che sarebbe stato inutile sostare in quel punto, si trasferirono nel porto di Dipplocioma [Diplokionion=Due colonne] e qui si disposero in assetto di battaglia.
Pochi giorni dopo il Turco ordinò di aprire una via, spianando la via tra i colli dietro Galata di tremila passi e più per trascinarvi da una parte all'altra del colle di Galata novantadue tra biremi e uniremi, ed essendo riuscito a trasportarle in tal modo all'interno del porto, si impadronì di esso e ne divenne interamente signore. Ha escogitato poi un'altra astuzia straordinaria, ciò che si racconta sia stato fatto un tempo anche da Serse: costruì cioè un ponte e lo fece fare lunghissimo dalla zona di mare di santa Galatina (8) fino alle mura del Kynegon, la cui estensione è più del doppio di quella del famoso ponte sull'Ellesponto fatto costruire un tempo da Serse; su di esso potevano transitare non solo truppe di fanteria, ma anche molti cavalieri. Tentò anche di usare un terzo mezzo contro la città: fece scavare da lontano in direzione di Porta Caligaria cinque cunicoli e delle mine sotterranee per poter entrare di soppiatto nella città. Quando però gli scavatori giunsero in prossimità delle fondamenta delle mura e delle torri e quando già stavano per farle cadere, i nostri scavarono ugualmente dei cunicoli dall'interno della città esattamente nella stessa direzione, e così i nemici, da quella parte, furono posti in fuga e ributtati indietro...
Chi potrà descrivere le macchine da getto, gli ordigni, le catapulte e i congegni, detti ora falconi (9)? Fece costruire più di trecento scale, innalzare bastioni e terrapieni davanti alle mura alti come colli, erigere castelli immensi di legno che superavano le torri esterne della città...
Tra questi preparativi il Turco impiegò cinquantatre giorni, pur continuando l'assedio di Costantinopoli, ma senza giungere ad alcun risultato. La cognizione del futuro è certo una delle cose più difficili: eppure, mentre essa rese ciechi gli occhi della nostra mente, li aprì invece a lui, a tal punto che egli riuscì a tenere sotto controllocon grande precisione sia la furia della battaglia, sia il giorno e l'ora dell'assalto. Ha infatti a sua disposizione astrologi persiani molto scrupolosi, ed è appoggiandosi ai loro suggerimenti e alle loro decisioni che spera di riuscire ad ottenere il dominio supremo ed assoluto. Il giorno 29 maggio da poco trascorso al sorgere del sole, quando i suoi raggi colpivano i nostri negli occhi, i turchi investendo per mare e per terra la città assalirono quella parte di mura presso la Porta di San Romano che era quasi interamente distrutta, dove si trovavano molti uomini valorosi latini e greci, ma senza il loro re e imperatore, che era già stato ferito e trucidato e il cui capo fu poi presentato in dono al Turco, il quale alla sua vista esultò per la grande gioia, lo coprì di ingiurie e di insolenze e subito dopo lo inviò come trofeo ad Adrianopoli. Assieme a lui si trovava un condottiero il cui nome era Giovanni Giustiniani, che molti accusano di essere stato la causa prima della presa e di così grande catastrofe. Ma lasciamo stare. La scalata alle mura in quella parte era d'altronde facile, perchè, come si è già detto, essa era stata buttata giù e quasi diroccata interamente dai colpi delle bombarde, per cui fu facile ai nemici irrompere nella città, non trovandosì lì nessuno in grado di contrastare l'impeto dei nemici e di difendere quel punto. Era cosa incredibile vedere la città che da una parte si difendeva tutta quanta all'interno delle mura e dall'altra all'esterno era assalita... Tutte le vie, le strade ed i vicoli erano pieni di sangue e di umore sanguigno che colava dai cadaveri degli uccisi e fatti a pezzi. Dalle case venivano tirate fuori le donne, nobili e libere, legate tra loro con una fune al collo, la serva assieme alla padrona e a piedi nudi, per lo più, e così pure i figli, rapiti con le loro sorelle, separati dai loro padri e dalle loro madri, erano trascinati via da ogni parte. Avresti potuto vedere – o sole, o terra! - schiavi e servi turchi d'infimo grado portar fuori e spartirsi fanciulle giovanissime e nobilissime, laiche e religiose, trascinarle fuori dalla città, non come buoi o pecore o altri animali domestici e mansueti, ma come se fossero un gregge indomabile di fiere spaventevoli, selvagge e crudeli, circondate tutt'attorno da spade, sicari, guardie e assassini...
Appena fu loro possibile buttarono giù e fecero a pezzi nella chiesa che si chiamava Santa Sofia e che ora è una moschea turca, tutte le statue, tutte le icone e le immagini di Cristo, dei santi e delle sante, compiendovi ogni sorta di nefandezza. Saliti come invasi sul ripiano dell'ambone, sulle are e sugli altari, si facevano beffe, esultando, della nostra fede e dei riti cristiani e cantavano inni e lodi a Maometto. Abbattute le porte del santuario [l'iconostasi], ghermivano tutte le cose sacre e le sante reliquie e le gettavano via come cose spregevoli e abbiette. Preferisco passare sotto silenzio ciò che han fatto nei calici, nei vasi consacrati, sui drappi. I paramenti intessuti d'oro con le immagini di Cristo e dei santi li usavano come giacigli in parte per i cani, in parte per i cavalli. Calpestavano con i piedi gli Evangeli ed i libri delle chiese, abbattevano monumenti di marmo lucido e splendente, tutto facevano a pezzi...
Come io sia sfuggito dalle loro empie mani, lo potrai apprendere tra breve quando arriverò in Italia, e allora saprai tutto. Poiché il Turco medita certamente di passare in Italia con una schiera fortissima ad un grandissimo esercito, si presume che abbia approntato trecento triremi, tra piccole e grandi, e più di venti navi mercantili grossissime, ed anche un esercito di fanti e cavalieri di un numero straordinario: ritieni anche tu tale notizia del tutto veritiera, io non dubito che ciò avverrà, se è vero che ogni giorno egli ascolta in arabo, in greco e in latino la vita di Alessandro Magno. Proprio per questo inviando senza indugio da Creta una piccola nave consegnai a fra Giovanni delle lettere per il santissimo signore nostro il papa, per il sacro collegio dei cardinali, e così pure per il re d'Aragona (10) e per le più grandi città d'Italia come anche per la vostra Bologna (11), esortando tutti, sollecitandoli e stimolandoli a volgere il loro sguardo e la loro attenzione ad annientare questi infedeli. Per cui anche vostra Reverenza, a cui auguro di vivere a lungo sana e salva, si degni di venire incontro a quest'opera salutare, pia e necessaria

Devoto in tutto alla tua Reverenza
Isidoro cardinale
Creta, 6 luglio 1453.


Note:

(1) Isidoro partì da Roma il 20 maggio 1452 e giunse a Costantinopoli il 26 ottobre dello stesso anno.
(2) Il cardinale fece una lunga sosta a Chio – dove invitò l'arcivescovo Leonardo ad unirsi alla delegazione - per reclutare uomini e imbarcare vettovaglie. A quanto pare ebbe qualchè difficoltà ad ottenere dai mercanti genovesi quanto richiedeva.
(3) Allude alla chiusura del porto con la catena e allo schieramento delle navi cristiane dietro di essa.
(4) Porta Fontis nel testo latino. E' la cosiddetta Porta pegana che deve il nome alla vicinanza fuori le mura del monastero della Zoodochos peghé dove c'era appunto una fonte miracolosa (peghé). Dopo la conquista ottomana cominciò ad essere chiamata Porta di Selymbria.

Porta pegana

(5) Va identificata con la Porta Xylokerkos (Porta dell'Ippodromo di legno), nei cui pressi, attraverso una posterla detta Kerkoporta, avvenne una prima infiltrazione delle truppe turche.
(6) Nobile bizantino responsabile della difesa di Porta Caligaria, probabilmente sostituito alla sua morte da Emanuele Goudelas e dai genovesi Gerolamo Italiano e Leonardo da Langasco che precedentemente combattevano alla Porta Xylokerkos.
(7) Porta Pulchra nel testo latino. E' la Porta di Neorion, che dava sul porto omonimo. L'appellativo di Porta Bella (Horaia) potrebbe derivare dalla corruzione dell'antico toponimo oppure da abbellimenti realizzati nel corso del restauro della porta negli ultimi anni dell'impero.
(8) La zona dovrebbe corrispondere a quella dell'attuale Kasimpasa.
(9) Pezzo d'artiglieria intermedio tra la bombarda e la colubrina.
(10) Alfonso V d'Aragona (1416-1458). Dal 1442 era divenuto anche re di Napoli.
(11) Al momento in cui venne scritta la lettera, il cardinale Bessarione ricopriva la carica di legato pontificio a latere per la città di Bologna, la Romagna e la Marca di Ancona.

giovedì 4 settembre 2014

Il complesso della Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci, Matera







Il complesso della Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci, Matera

Chiesa della Madonna delle virtù
 
 
La chiesa originaria fu scavata nella roccia nell'XI secolo con una pianta a tre navate scandite da due file di tre pilastri e con un ingresso interno che immetteva nella parte terminale della navata sinistra (l'ingresso attuale venne aperto nel corso di una delle numerose ristrutturazioni della chiesa). Nel 1674 (data incisa sull'architrave dell'ingresso) fu operato un intervento di ristrutturazione che ruotò di 180° l'asse della chiesa, collocando un altare di stile barocco sotto l'arco dell'originaria navata destra (lì dove oggi si trova l'ingresso ad una cava tufacea aperta successivamente) ed eliminando due pilastri. Un'altro intervento, con riduzione dell'ampiezza della chiesa, risale al 1934, in occasione della costruzione della strada di congiungimento dei due Sassi (caveoso e barisano) (1). Per dare spazio alla strada (oggi via della Madonna delle Virtù) fu tagliato il lato l'esterno della navata sinistra, distruggendo il raccordo esistente con la soprastante chiesa di San Nicola dei Greci.
I restauri del 1967 hanno infine ripristinato l'orientamento originale della chiesa.



Il presbiterio è sormontato da una cupola su cui è scolpita a rilievo una grande croce a braccia espanse con al centro una croce uncinata equilatera.
La volta della navata centrale è decorata da una serie di arcatelle a rilievo che formano uno straordinario matroneo simbolico.

Il matroneo simbolico scolpito sulla volta della navata centrale

La navata destra, alterata dall'apertura della già citata cava, presenta nella zona presbiteriale un'ampia nicchia con una bifora cieca. La cupola è decorata da una croce a braccia espanse centrata in un cerchio a rilievo da cui partono quattro raggi.
La navata sinistra ha un presbiterio quadrangolare, la cui cupola è decorata dalla croce a braccia espanse con un quadrato centrale in cui è inscritto un cerchio.

Affreschi:
Nell'abside centrale è affrescata una tarda Crocifissione (XVII sec.), sul fondo della navata destra, in un piccolo riquadro, una Crocifissione di epoca angioina (primi XIV sec.) mentre nell'abside di sinistra rimangono solo tracce della pittura parietale.

La Crocifissione (con S.Giovanni Evangelista e la Madonna) dipinta nella parte terminale della navata destra


Chiesa di S.Nicola dei Greci


La chiesa, situata al di sopra di quella dedicata alla Madonna delle Virtù, all’interno dell’omonimo complesso, ha subito dei crolli che hanno interessato soprattutto la parte anteriore alterando la pianta originale. L’accesso a questa parte della chiesa si presenta infatti ribassato rispetto all’attuale percorso ed è facilitato dalla presenza di due gradini. In questo vano sono ancora leggibili la parete di sinistra, dove si apre una nicchia con al centro un blocco di calcare, probabilmente un ambone, e parte della copertura.


Il piano di calpestio è realizzato nel banco calcarenitico ed al centro dell’aula è possibile notare un acciottolato realizzato per chiudere una buca che durante le fasi di scavo archeologico ha restituito ceramiche geometriche databili dall’VIII al VI sec. A.c. Da questo ambiente si accedeva nella zona presbiteriale, divisa in due navate, da un pilastro quadrangolare. Nella navata di sinistra è stato ricavato un ambiente, con volta a botte, dove è visibile un piccolo forno e un’apertura per comunicare con gli ambienti adiacenti alla cripta. Si tratta di stravolgimenti attuati nel XIX secolo, quando questi ambienti furono utilizzati come abitazioni. Sulle pareti della chiesa sono visibili degli affreschi di eccezionale fattura; sul pilastro (esterno), che divide le due navate un affresco, illeggibile a causa dello stato di usura e caduta dell’intonaco, rappresenta una Santa anonima, vestito di un abito riccamente decorato, stilisticamente bizantino, attribuibile al XII sec.

Nella navata di sinistra, un palinsesto, rovinato come il precedente e presumibilmente dello stesso periodo, rappresenta un santo monaco, di cui è visibile il volto barbuto, sovrapposto a due sante, che indossano ricchi abiti imperiali.
 
S.Nicola, S.Barbara e S.Pantaleone
 
Nell’abside, invece, sono affrescati tre santi orientali, S. Nicola, S. Barbara e San Pantaleone, identificabili dalle epigrafi in latino. S. Nicola veste un abito cerimoniale tipico bizantino e benedice alla greca e reca nella mano sinistra il Vangelo; S. Barbara veste abiti imperiali impreziositi da perline, un’acconciatura molto elegante, con i capelli avvolti in un velo e intrecciati da nastri rossi e bianchi; S. Pantaleone reca in mano il cofanetto con le ampolle simbolo della sua professione medica ed ha il viso cinto da un’aureola impreziosita da racemi vegetali, secondo l’uso cipriota. Questi tre personaggi, databili alla seconda metà del XIII sec., caratterizzati da una estrema severità nei volti e rigidità nello sguardo, da evidenti arcate sopracciliari e dalla spigolosità del setto nasale, traducono il linearismo dello stile comneno in un lessico autoctono. A destra del trittico è visibile una Madonna con Bambino, molto rovinata e lacunosa, databile al XII secolo; mentre in fondo è visibile un Santo Monaco con tunica e cappuccio a punta, databile al XIII secolo, identificabile o con S. Francesco o con San Nilo da Rossano.

 
Nella navata di destra, nell’abside, è visibile una Crocifissione, datata XIII-XIV secolo, inserita in un riquadro di forma trapezoidale, con al centro Gesù Crocifisso, con il capo reclinato, classica posizione del Cristo patiens, e il corpo inarcato, sul lato sinistrola Vergine, mentre sul destro l’apostolo Giovanni con il mano il rotolo del Vangelo e il volto poggiato sulla mano destra. In alto, ai lati della croce, sono rappresentati il sole e la luna.

S.Antonio Abate e S.Pietro Martire
 
Sulla parete destra è rappresentato S. Antonio Abate, in posizione frontale con il volto incappucciato e vestito con una lunga tunica, opera che mostra ancora l’influenza dello stile tardobizantino, anche se riferibile al XV secolo. Poco oltre la figura di S. Pietro Martire (2), riconoscibile dalla roncola conficcata nel capo, dal pugnale che gli trafigge il petto e dall'abito domenicano, in cui si riconosce invece una matrice tardogotica (XV-XVI sec.). Sul piano di calpestio sono visibili due sepolture medievali scavate nella calcarenite, probabilmente di personaggi di un certo rango sociale; altre sepolture, individuate all’esterno della struttura ecclesiastica fanno supporre la presenzaa di un’area cimiteriale.
 
 
Note:

(1) La parola Sasso nel significato di rione pietroso compare per la prima volta in un documento anonimo del 1204. Quanto alla distinzione tra i due rioni in Sasso Caveoso e Sasso Barisano vi sono diverse ipotesi.
Il Sasso Caveoso deriverebbe il suo nome dal latino cavea (cavità, grotta) perché le sue abitazioni sono per la maggior parte scavate nella roccia mentre nel Sasso Barisano sono molto più numerosi gli edifici costruiti, andando ad occultare le grotte sottostanti. Altra ipotesi è che il nome derivi dall’orientamento del Rione, rivolto verso sud, in direzione di Montescaglioso (Mons Caveosus).
Il nome del Sasso Barisano potrebbe a sua volta dipendere dall’orientamento del rione in direzione nord-ovest, verso la città di Bari. Oppure potrebbe essere legato alla presenza in epoca romana di un casale abitato dalla famiglia gentilizia Varisisius, da cui Varisianus e, in seguito, Barisano.
Sotto il profilo della composizione sociale delle rispettive popolazioni nel 1954 - quando vennero sgomberati a forza a seguito di una legge speciale varata dal governo De Gasperi - nel Sasso Barisano c'era una prevalenza di artigiani, in quello Caveoso di contadini e pastori.


(2) San Pietro martire (al secolo Pietro Rosini), nato a Verona nel 1205 c.ca, fu un predicatore domenicano che si battè strenuamente per l'ortodossia. Nato in una famiglia catara, si oppose precocemente al credo dei suoi genitori. Terminati gli studi presso l'università di Bologna entrò nell'Ordine domenicano. Nel 1251 fu nominato da papa Innocenzo IV inquisitore per Milano e Como dove l'eresia catara ed altre deviazioni erano particolarmente diffuse. La domenica delle Palme del 24 marzo 1252 durante una predica predisse la sua morte per mano degli eretici che tramavano contro di lui, assicurando i fedeli che li avrebbe combattuti più da morto che da vivo. Il 6 aprile dello stesso anno, mentre assieme ad alcuni confratelli sostava nei pressi di Meda percorrendo la strada che da Como portava a Milano, fu assassinato da un sicario assoldato dalle sette eretiche che combatteva, che gli spaccò la testa con una roncola e gl'immerse un lungo pugnale nel petto. Cadendo, intinse un dito nel proprio sangue e scrisse in terra la parola “credo”.
Lo sdegno suscitato dal suo assassinio in tutta la penisola fu tale che il processo canonizzazione fu portato a termine in soli 337 giorni, divenendo uno dei più celeri della storia della Chiesa.















 

martedì 2 settembre 2014

La lettera di Giovanni Angelo Lomellino al fratello

La lettera di Giovanni Angelo Lomellino al fratello

Giovanni Angelo Lomellino era il podestà della colonia genovese di Pera (Galata) al momento della caduta della città. Non si conosce il nome del fratello a cui la lettera era indirizzata.


Pera, 23 giugno 1453

Nobile fratello mio carissimo,


se non vi ho scritto prima della presente e se non rispondo con questa alle vostre lettere, che ho ricevuto, vi prego di scusarmi, ma sono sempre stato e sono tuttora così pieno di tristezza e di preoccupazioni che desidero per me la morte piuttosto che la vita. Sono certo che voi avete saputo prima ancora della presente della caduta inattesa di Costantinopoli, presa dal signor Turco il 29 del mese passato, il quale giorno noi aspettavamo con trepidazione, perchè ci sembrava che egli avesse la vittoria sicura. Il signore ha dato battaglia per tutta la notte e ovunque, e in ogni luogo è stato affrontato coraggiosamente; all'alba Giovanni Giustiniani è stato ferito, ha abbandonato la sua porta e si è ritirato verso il mare, ed i turchi entrarono proprio da quella porta, senza incontrare resistenza, insomma in modo così vile non si dovrebbe perdere nemmeno un casale. Voglio credere che così avvenga per i nostri peccati. Tenuto conto della mia indole, pensate bene al resto: il Signore Iddio mi dia la forza di sopportare. Misero a sacco questa città per tre giorni – non avete mai visto così grande sofferenza – e fecero una preda inestimabile. Alla difesa di essa ho inviato tutti i mercenari di Chio e tutti quelli che erano stati mandati da Genova, e la maggior parte dei cittadini e degli abitanti del borgo di qui (1), e ciò che più conta, il nostro nipote Imperiale e i nostri servi. Per parte mia ho fatto quanto mi è stato possibile, lo sa Dio, perchè ho sempre pensato che, perduta Costantinopoli, anche questa città sarebbe stata perduta. Hanno fatto prigionieri la maggior parte delle persone. Alcuni, ben pochi, pieni di terrore, hanno cercato scampo qui, e gli altri abitanti del borgo ed i cittadini si sono dati a una gran fuga e la maggior parte di loro si sono rifugiati presso le loro famiglie. Alcuni furono presi sopra lo sbarramento del porto, perchè i patroni delle galere si erano messi in così grande agitazione che non vollero attendere nessuno. Non senza mio grande pericolo riuscii a riportare in città coloro che erano rimasti sullo sbarramento: non avete mai visto una situazione tanto terribile! Vedendo me stesso sospinto in una tale situazione, decisi di rimetterci la vita piuttosto che abbandonare questa terra; se io mi fossi tirato indietro, questa terra abbandonata a sé stessa sarebbe stata messa a sacco; d'altra parte presi disposizioni per provvedere alla sua salvezza, e inviai subito degli ambasciatori al signor Turco con bei doni per dirgli: “ Noi siamo in buona pace”, supplicandolo e sottomettendoci, purchè egli volesse mantenercela. Ma a questa nostra richiesta in verità i turchi non diedero alcuna risposta. Le navi si ritirarono verso un luogo da cui poter spiegare le vele. Feci dire ai patroni di voler rimanere, per amore di Dio e per sentimento di pietà, per tutto il giorno seguente, perchè ero certo che avremmo fatto la pace con il signor Turco. Ma non ne vollero sapere; anzi, verso la mezzanotte, spiegarono le vele. Al mattino, il signor Turco, avuta notizia della partenza delle navi, disse agli ambasciatori che voleva libera questa terra, e a stento riuscimmo a salvare persone e cose, egli diceva che noi avevamo fatto di tutto per salvare Costantinopoli e che noi eravamo stata la causa per cui non aveva potuto impadronirsi della città già il primo giorno dell'assalto. Diceva senza dubbio il vero. Ci siamo trovati nel più grande pericolo. Per evitare la sua gran rabbia, fu necessario fare ciò che egli volle, come vedete da quanto qui allegato (2): tutto fu fatto nel nome degli abitanti del borgo. Io non volli intromettermi in alcun modo, e per buone ragioni. Poi andai a far visita al signore che fu qui per due volte, fece distruggere tutto, fece abbattere i borghi e parte dei fossati della fortificazione, fece demolire la Torre della santa Croce (3), mentre lasciò in piedi solo parte della cortina che si trova tra la zona merlata e parte dei barbacani e tutte le mura verso il mare; sequestrò tutte le bombarde, e ha intenzione di prendersi tutte le munizioni e tutte le armi degli abitanti del borgo; fece fare poi l'inventario di tutti i beni dei mercanti e degli abitanti del borgo che sono scappati via, dicendo: “Se torneranno, saranno loro restituiti; se non torneranno, rimarranno di proprietà del signore”. Per questa ragione abbiamo ottenuto dal signore una lettera assieme ad un messaggero da inviare a Chio, per far presente a tutti i mercanti ed abitanti del borgo fuggiti di qui che possono tornare e che ritornando rientreranno in possesso dei loro beni; e con questo messaggero abbiamo inviato Antonio Cocca, e abbiamo avvisato tutti i mercanti che i veneziani hanno abbandonato qui tutti i loro magazzeni pieni di merci.
Quanto agli abitanti del borgo che se n'erano andati con le loro famiglie...con i loro familiari, ho fatto loro sapere con lo stesso messaggio che tutti i genovesi potevano [riprendere a] navigare in queste zone. Questa notte il signore si è ritirato in direzione di Adrianopoli; in questa città ha fatto condurre Chalil pasha, da cui ha ricevuto una gran somma di monete. In questi giorni ha fatto decapitare il bailo dei veneziani assieme a suo figlio (4) e altri sette veneziani e ugualmente il console dei catalani (5) con altri cinque o sei catalani. Pensate un po' se non fummo in pericolo! Fece ricercare Maurizio Cattaneo e Paolo Boccardo che si erano nascosti, ha inviato in questo luogo uno schiavo per la sorveglianza del luogo; a Costantinopoli ha mandato un subasi (6) e un cadì (7) con circa 1500 giannizzeri; a Chio ha mandato uno schiavo per riscuotere, si dice, il tributo, e qui si dice che vuole mandarlo anche a Caffa e in altri luoghi del Mar Nero. Daltra parte a fatto richiedere al despoto della Serbia (8) alcuni luoghi che possedeva suo padre e il signore turco non ha voluto darli in alcun modo al despoto. In conclusione, è montato in tanta arroganza per la conquista di Costantinopoli che crede di poter diventare in breve tempo signore di tutta la terra, e va dicendo dappertutto che non passeranno che egli ha intenzione di arrivare fino a Roma; e per il vero Dio, se i cristiani non provvedono e presto, farà cose straordinarie, ma se si provvederà, come è necessario, per Costantinopoli, questa sarà la sua rovina. Darò ora conto di ciò che è stato pattuito. Sappi che c'è...per ogni ordine, come voi vedrete, in base al patto concluso, la comunità di Pera potrà reggersi con un capitano che amministri la giustizia tra i suoi membri. Fatto l'accordo, ho deciso di andarmene dal palazzo (9) e di ritirarmi in una casa qualsiasi: la comunità però mi ha chiesto di voler rimanere nel palazzo e di continuare a governare fino a quando io possa ritirarmi.
Per molte ragioni fui contento di aderire alla loro richiesta. Non crediate che possa derivare qualche profiitto dalla comunità: il signore Turco vuole per sé l'introito delle dogane e non vuole che vi sia alcun'altra gabella; i titoli delle compagnie commerciali non valgono più nulla. Faccio voti e mi auguro che il nostro signor doge provveda ad inviare una solenne ambasciata che venga a questo scopo, per risolvere tutte le difficoltà dei nostri luoghi, e che per altro non faccia affidamento sull'aiuto dei cristiani, né faccia come già facemmo. Cerchiamo sempre un aiuto: abbiamo ottenuto una nave con cento quarantotto uomini, quali che siano. Voglio credere che sia stata la volontà divina, perchè nessuno fece il suo dovere, né i greci né i veneziani. Per il Dio vero, se non si provvederà da parte dei cristiani, questo signor Mehmed farà cose straordinarie: non si occupa d'altro che di imprese di guerra. Mio nipote Imperiale è stato fatto prigioniero: per il suo riscatto feci tutto ciò che mi è stato possibile. Fu scoperto, e sopra...il signore non sembra volere alcun riscatto. Frattanto il signore Turco ha avuto notizia di lui, e se l'è preso, e così pure un altro veneziano; e per nessun'altra ragione, se non perchè il signore vuole avere alcuni latini presso la sua corte, per cui mi sento in così grande tristezza che non posso più sopportare di vivere. Sono certo che lo farà suo, è ancor giovane; ho compiuto tutti i passi possibili al momento attuale ma non è stato possibile riscattarlo. Se egli terrà duro, spero che non passerà molto tempo, non ci resisterà, se è per i soldi, anche se io dovessi rimanere con la sola camicia.
Attorno a me tutto è incerto. Se non vi scrivo in modo ordinato, abbiatemi per scusato; l'animo mio è ammalato in forma tale che so a malapena ciò che faccio. Sono diciotto mesi che mi trovo in continue fatiche ed affanni, e in un sol giorno tutta la nostra fatica è finita in nulla, voglio credere per i miei peccati. Raccomandatemi, vi prego, infinitamente all'illustre signor doge, a cui non scrivo, non avendo sufficiente dimestichezza con lui. Desidero, vi prego, che mi raccomandiate alla signora mia suocera, a cui pure non scrivo e alla quale fate in modo di leggere questa mia lettera, e mi raccomando pure a mio padre e a vostra moglie, saluti agli altri.

Angelo Giovanni Lomellino

Note:


(1) Nel testo originale in latino cives e burgenses. Lomellino distingue i cittadini genovesi (cives) dagli abitanti di Pera (burgenses).

(2) Lomellino allude al trattato che venne firmato il primo giugno tra gli abitanti di Pera ed il sultano, il cui testo aveva probabilmente allegato alla lettera.
(3) Era la torre principale della fortezza di Galata, alle cui fondamenta veniva agganciata la catena che sbarrava l'accesso al Corno d'oro. I suoi resti sono stati individuati nei pressi dell'attuale piazza Karakoy.
(4) Girolamo e Giorgio (?) Minotto.
(5) Pere Julià.
(6) Capo della polizia.
(7) Magistrato che si occupava di amministrare la giustizia ordinaria.
(8) Giorgio Brankovic, fu despota di Serbia dal 1427 al 1456.
(9) Intende il Palazzo del Podestà. Costruito nel 1316 su modello del Palazzo di S.Giorgio di Genova, i suoi resti sono stati identificati in un edificio che si trova in KartÇınar Sokak.

lunedì 1 settembre 2014

La cripta del Peccato originale, Matera








La cripta del Peccato originale, Matera
Solo visita accompagnata su prenotazione.
Il luogo di incontro per poter effettuare la visita è presso la stazione di servizio "Grifo Gas" sulla SS7 direzione Potenza, al km 564, a circa 10 km da Matera. Tel. 320 5350910.


La Cripta, ubicata lungo le pareti della Gravina di Picciano, è una delle testimonianze più importanti di arte pittorica altomedievale nell'area mediterranea, sia per il valore teologico sia per il valore artistico del ciclo pittorico. Nella tradizione contadina la cripta è ricordata come la "Chiesa dei Cento Santi" per il fatto che vi sono molti affreschi (circa 41 mq.) che la illuminano e documentano il luogo di culto di un cenobio rupestre benedettino del periodo longobardo, quindi databile al IX secolo.
L'interno della cripta, vagamente rettangolare, ha solo la parete di fondo movimentata da tre ampie nicchie disuguali (quasi una croce greca inscritta, ma senza colonne di partizione e troppo grande per riconoscersi in questo modello planimetrico).


Sulla parete di destra si svolge il ciclo della Genesi. Il primo episodio raffigurato, a partire da sinistra, narra la Creazione della Luce e delle Tenebre, metaforicamente rappresentate rispattivamente da una donna, dalla tunica decorata con perline e dai capelli spartiti sulla fronte, che alza in alto le braccia e da un uomo dalle braccia legate e incrociate sul grembo (uno schiavo). Il Creatore è qui rappresentato con il volto giovanile e imberbe e con il nimbo crucesignato, mentre con la destra benedice e con la sinistra stringe il rotolo della Legge.


Sul registro inferiore ed all'estrema sinistra della parete è raffigurata la purificazione liturgica di un vescovo: un diacono, con tunica drappeggiata, mantello giallo e tonsura sul capo, versa acqua, da un’anfora, sulle mani del prelato, raffigurato con una tunica chiara coperta da una casula rosa, decorata ai bordi da puntini, sulla quale pende il corto pallio latino, decorato da corolle e triangoli e con un piccolo copricapo a punta.
Sul registro superiore prosegue il racconto della Creazione. Nella prima scena Adamo è in piedi, accanto al Redentore, del tutto simile al Creatore precedente; nella seconda scena appare soltanto la mano di Dio nell’atto della creazione.


Nella terza scena Eva viene fuori dal costato di Adamo, il quale, con un atteggiamento di devota gratitudine, protende le braccia verso la mano creatrice di Dio; nella quarta Eva, in piedi, è affiancata dal serpente, attorcigliato all’albero del peccato; nella scena finale Eva offre il frutto (1) ad Adamo.
Tutta la parete è trapunta da un tappeto di fiori (da questa caratteristica l'autore degli affreschi è stato denominato il maestro dei fiori) di un vivace color rosso ed è bordata, in alto, da una cornice gialla ornata di nero, con decorazioni puntiformi bianche e gemme rosso-nere.

Sulla parete di fondo le tre nicchie absidali contengono altrettante triarchie.

1) La prima presenta San Pietro, affiancato da Sant’Andrea e San Giovanni. Dell’immagine di Sant’Andrea (SCS ANDRE) rimane soltanto il capo ricciuto con i grandi occhi neri. San Pietro (SCS PETRUS), colto nell’atto di benedire alla maniera greca (con indice e medio tesi), calza sandali e indossa un’ampia e drappeggiata tunica grigia a bande gialle e mantello rosso. Alla sua sinistra San Giovanni (SCS IOANNES), rivestito anch’egli di tunica e mantello, alza la destra con la palma tesa, mentre, con la sinistra, mostra un libro riccamente rilegato.


2) La seconda triarchia mostra la Madonna con Bambino, adorata da due figure femminili. La prima di queste è priva di nome, la seconda è indicata con la scritta: SCA LUCOTIA.


La Madonna Regina indossa un sontuoso abito, color arancio, ricamato a cerchi e bordato di gemme che si infittiscono sulle spalle. Dal copricapo gemmato, a tre punte, cade un velo bianco che giunge quasi fino ai piedi e che, nel tratto terminale, si arricchisce di una frangia seghettata. Sul viso ovale scendono i capelli scuri divisi, sulla fronte, in due composte bande.

3) La terza composizione rappresenta i tre Arcangeli. Al centro San Michele, con tunica grigia a fasce gialle e mantello rosa, dello stesso colore delle ali, appare nell’atto di benedire con la destra e di reggere un piccolo scettro con la sinistra. La figura di San Gabriele, molto rovinata, è identica a quella opposta di San Raffaele. Entrambe reggono, con la mano sinistra, una sfera grigia e nera
simboleggiante il globo terrestre e, con la destra, una croce rossa; indossano tuniche grige a bande rosse, sotto un mantello bianco. I visi dei tre Arcangeli sono contornati da nimbi gialli orlati di nero e da una riccia capigliatura scura.


Le triarchie sono alleggerite dalla presenza della decorazione floreale verde e rossa, già presente sulla parete di destra. Soltanto sotto la triarchia apostolica è visibile un motivo decorativo insolito, costituito da larghe fasce a denti di sega sovrapposte, di diverso colore.

Le restanti pareti, un tempo anch’esse decorate, appaiono oggi spoglie o ricoperte da piccoli frammenti di affreschi illeggibili.
L'intero ciclo di affreschi rivela, nel semplice linearismo, una chiara impronta occidentale (a partire dalle didascalie tutte in latino). Le figure, siano esse nude, come Adamo ed Eva, o sontuosamente vestite, come la Vergine, i Santi e gli Arcangeli, sono caratterizzate da un elementare grafismo che, concentrandosi prevalentemente sulle sagome delle figure, lascia al colore, morbido e vellutato, il compito di plasmare le forme. Anche l'espressività dei volti rimanda ad un ambito occidentale come le fattezze della Vergine – dai tratti giovanili e con i capelli che debordano dal velo mentre nell'iconografia bizantina sono sempre accuratamente coperti.
A detta degli studiosi, gli affreschi risalirebbero al IX secolo, ad un’epoca in cui forte era la presenza longobarda in Basilicata e in cui Matera gravitava nell’orbita del Ducato di Benevento.


Note:

(1) Il frutto che Eva offre ad Adamo è indiscutibilmente un fico e non una mela come anche, ad esempio, nello stesso soggetto dipinto molti secoli dopo da Michelangelo nella Cappella Sistina. Nella Genesi non è specificata la natura del frutto dell'albero della Conoscenza è però scritto che non appena Adamo ed Eva lo ebbero mangiato si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture (Genesi, III, 7), il che lascia supporre che l'albero in questione fosse proprio un fico. Il diffondersi in epoca mediovale dell'identificazione del frutto proibito con la mela potrebbe derivare da un errore di traduzione avallato perchè nel nord Europa il fico non era praticamente conosciuto.