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lunedì 16 dicembre 2013

Il quartiere veneziano di Costantinopoli

Il quartiere veneziano di Costantinopoli


L'esistenza di un insediamento veneziano in seno alla città di Costantinopoli è attestata con certezza dalle fonti ufficiali per la prima volta nelle concessioni accordate alla Repubblica da Alessio I Comneno con la crisobolla del 1082.
In epoca comnena il quartiere veneziano si estendeva sulla sponda meridionale del Corno d'oro tra la Porta di Perama, detta anche Porta degli Ebrei (l'attuale Balikpazari kapisi) e la Porta del Drongario (l'attuale Odun kapisi) per una lunghezza corrispondente a circa un terzo di miglio.
La Porta del Drongario era così detta perchè costituiva l'accesso riservato al δρουγγαριος τησ βιγλασ, il funzionario responsabile dei servizi di polizia (Vigla) che avevano la sede centrale proprio nei pressi della porta.
La Porta di Perama (letteralmente Porta del Passaggio) doveva invece il nome al fatto che qui si trovava il molo da cui partivano i collegamenti marittimi con la sponda settentrionale del Corno d'oro (Galata). Durante l'occupazione latina viene rinominata Porta degli Ebrei perchè in questa area – dove adesso sorge la moschea Yeni Cami – si era stabilita una comunità di ebrei caraiti. Nella mappa di Cristoforo Buondelmonti (1422) appare inoltre indicata come Porta Piscaria, probabilmente per via del mercato del pesce che usualmente si teneva nelle sue vicinanze, denominazione che rimane nel nome turco della porta attuale (Balikpazari kapisi=Porta del mercato del pesce).

Balikpazari kapisi

Alcune fonti menzionano nella stessa area la Porta San Marci (1) che era in realtà una posterla realizzata in prossimità della chiesa latina dedicata a S. Marco.
Sul litorale, esternamente alle mura marittime, dalla Porta del Drongario a quella di Perama, correva la strada del Drongario, sui cui si affacciavano due filari di abitazioni. All'incirca a metà del tratto di mura compreso tra le due porte, se ne apriva un'altra – la Porta di S.Giovanni de cornibus (l'attuale Zindan kapisi), dal nome di una chiesa che sorgeva nelle vicinanze – che dava accesso al molo detto Scalo del Drongario.

Porta di S.Giovanni in cornibus (Zindan kapisi)

Da questa porta partiva un'importante strada commerciale – il Makros Embolos, corrispondente all'attuale Uzun Çarşı Caddesi – che tagliava perpendicolarmente il quartiere e lo connetteva al centro della città.
Le mura marittime dividevano quindi il quartiere veneziano in una parte extra moenia ed in una intra moenia, il cui limite meridionale era segnato dal muro del sebastokrator, così nominato in un documento del 1206, e di cui non rimane più nulla. Se ne trova però una reminiscenza nel nome attuale del quartiere: Takhti Kale (letteralmente “sopra la fortezza del muro”).
Nel 1189, il quartiere veneziano si espanse verso est a scapito del confinante quartiere genovese, includendo il Palazzo di Botaniate o dei Kalamanos che divenne la sede ufficiale degli uffici amministrativi della colonia. Dopo la caduta dell'Impero latino (1261), i genovesi ottennero da Michele VIII Paleologo l'autorizzazione a demolire la residenza, alcune spoglie della quale furono reimpiegate nella costruzione del Palazzo del Banco di San Giorgio a Genova (2).

Una delle tre teste leonine murate nel portico del Palazzo del Banco di San Giorgio a Genova e provenienti dal Palazzo di Botaniate

All'interno del quartiere veneziano si trovavano quattro chiese adibite al culto latino: S. Acindino, S.Marco de Embolo (“al mercato”) (3), S.Maria de Embolo e S.Nicola de Venetorum.
S.Acindino era la prima chiesa ad essere stata ottenuta dai veneziani, come indica la sua dedicazione ad un santo martire persiano che lascia supporre la sua origine legata al culto greco-ortodosso. Esiste infatti un documento in cui il doge Vitale Falier (1084-1096) la dona nel 1090 al Monastero veneziano di S.Giorgio Maggiore. Al suo interno erano conservati i pesi e le misure utilizzate nelle transazioni commerciali della colonia e vi venivano stipulati gli atti ufficiali giacché il suo sacerdote titolare svolgeva le funzioni di notaio (a partire dal XIII secolo verrà sostituito in questa funzione dal titolare della chiesa di S.Marco).
S.Maria de Embolo: era anche detta chiesa di Sancta Maria in capite Viglae, doveva quindi trovarsi nei pressi della Porta del Drongario.
S.Marco de Embolo: appare per la prima volta nelle fonti scritte nel 1150, era probabilmente costruita per buona parte in legno e si trovava anch'essa nei pressi della Porta del Drongario.
In questa chiesa, la notte del 14 dicembre 1452, il bailo Girolamo Minotto convocò il Consiglio dei Dodici (4) che a somiglianza del Consiglio dei Dieci della madrepatria, lo affiancava nel governo della colonia, in cui fu presa la decisione di trattenere in porto le navi veneziane e partecipare attivamente alla difesa della città.

Durante l'occupazione latina, il quartiere veneziano era governato da un Podestà che era anche il massimo rappresentante della Serenissima per tutta la Romània. Dal 1277 – quando Michele VIII Paleologo, pur riducendone l'estensione, concesse ai veneziani di rientrare in possesso del quartiere di cui erano stati privati dopo la riconquista bizantina (1261) - al governo della colonia fu invece nominato un Bailo con durata biennale della carica.
Girolamo Minotto, nominato bailo di Venezia a Costantinopoli il 15 marzo 1450, potè raggiungere la città è prendere effettivo possesso della sua carica soltanto il 21 aprile 1451. Durante l'assedio organizzò e diresse il contributo dei veneziani presenti alla difesa della città. Catturato dalle truppe di Zaganos pasha fu giustiziato per ordine del sultano il 30 maggio insieme ad uno dei suoi figli.
La caduta della città segnò la fine del quartiere veneziano sul Corno d'oro ma già nel 1497, in base ad un accordo siglato con la Sublime Porta, i veneziani ebbero un ambasciatore permanente a Costantinopoli che mantenne il titolo di bailo e risiedette a Pera, nella cosidetta Casa baliaggia – l'attuale Palazzo Venezia, residenza stanbulina dell'ambasciatore italiano e sede del consolato - fino alla caduta della Serenissima (è considerata la prima sede di rappresentanza diplomatica permanente della storia).

Palazzo Venezia a Pera. L'aspetto attuale è frutto di un rimaneggiamento settecentesco.
 
Balkapani han
In questo han (centro commerciale) realizzato in epoca ottomana, ma le cui sostruzioni sono sicuramente precedenti al 1453, alcuni studiosi hanno identificato il sito su cui precedentemente sorgeva un fondaco veneziano.

Balkapani han

Note:

(1) Secondo altri autori la Porta di San Marci era invece il nome dato dai latini alla Porta di Perama.

(2) Un palazzo detto dei Botaniate o dei Kalamanos (domum Calamani et Votaniatae nel testo latino) compare in un inventario delle proprietà concesse in uso ai genovesi da Isacco II Angelo redatto nel 1192 ed in un altro del 1202, in cui viene collocato a metà della collina che dal Corno d'oro si estende fino al Foro di Costantino. Dovrebbe trattarsi del palazzo fatto costruire da Michele Botaniate, padre dell'imperatore Niceforo III (1078-1081), che soggiornò frequentemente nella capitale (cfr. Michele Attaliate, Storia. Opera che abbraccia un periodo che va dal 1034 al 1079 di cui l'autore fu testimone diretto e che è esplicitamente dedicata a Niceforo III). Il palazzo sarebbe stato successivamente occupato, nella seconda metà del XII secolo, dal generale di origine ungherese Costantino Kalamanos – nominato nel 1167 governatore della Cilicia da Manuele I Comneno – e dai suoi discendenti fino al 1192 quando fu donato ai genovesi che v'istallarono gli uffici amministrativi della loro colonia.
Uno scantinato in Cemal Nadir street (Acimusluk), attualmente adibito a deposito, è stato identificato come parte delle strutture di fondazione del palazzo.


(3) Il termine embolo è sostanzialmente un equivalente del termine fondaco ed indicava un complesso di edifici in cui i mercanti stranieri, per concessione delle autorità locali, potevano risiedere, immagazzinare le loro merci e trattare i loro affari (exchange house). A Costantinopoli la parola estese il suo significato originario ad indicare l'intero quartiere veneziano. In alcune fonti veneziane, il quartiere costantinopolitano è indicato anche come contrà de San Marco Evangelista.

(4) Il Consiglio dei Dodici - così come a Venezia il Consiglio dei Dieci - non era quasi mai formato esattamente da dodici membri. Il numero dei partecipanti poteva variare infatti a seconda di quanti fossero in quel momento presenti nella colonia. Un esame dei verbali risalenti alla fine del Cinquecento ha permesso di contare da un minimo di otto a un massimo di una ventina persone compreso il bailo che lo presiedeva, ma non è detto che vi potessero essere anche maggiori variazioni.


Narrativa moderna e contemporanea

Alan Gordon, Morte nel quartiere veneziano, Hobby & Work, 2003.
Il giullare detective Theophilos indaga su una morte sospetta nel quartiere veneziano negli ultimi giorni del regno di Alessio II Angelo.

 




martedì 10 dicembre 2013

L'Oratorio di S.Maria in via Lata


L'Oratorio di S.Maria in via Lata
(Oratorio di S. Paolo apostolo, di Luca Evangelista e di Marziale martire)


L’antica Diaconia di Santa Maria in via Lata è composta da sette vani (oggi sotterranei) le cui pareti furono innalzate tra i pilastri di un portico su colonne (ipostilo) che correva parallelamente all’antica via Flaminia costruito intorno al I sec. Le stanze infatti conservano un aspetto ed una forma simmetrica in cui si possono ancora vedere alcuni dei pilastri in travertino posizionati agli angoli dei vani.

 In una successiva fase edilizia risalente al III-IV sec. il sito fu trasformato ad uso commerciale ricavando dei magazzini (horrea). A questo periodo farebbe riferimento anche la costruzione di un soppalco o di un piano rialzato al suo interno e di un tetto a volta.
L’intero complesso (porticato e magazzini) doveva essere di un altezza pari a circa 8 metri dal suolo.
Le attività di distribuzione dei beni di prima necessità, come la frumentatio, ovvero la distribuzione gratuita del pane al popolo, avvenivano in spazi come questo predisposti dalla Cura Annonae.
A partire dal VII sec., all’interno di molti di questi centri di distribuzione la Chiesa istituì le Diaconie che erano dedite alla carità e all’assistenza dei poveri favorendo l’unità del tessuto sociale cittadino con un’azione improntata all’amore verso il prossimo.

Una volta caduti in disuso, gli horrea situati lungo l’antica via Lata subirono delle trasformazioni; i muri in laterizio che dividevano le celle furono abbattuti per ottenere degli ambienti allungati a galleria nei quali furono poi istituiti la diaconia e l'oratorio di S.Maria in via Lata. Le fonti ecclesiastiche fanno risalire la consacrazione di questa diaconia – che fu probabilmente affidata a monaci orientali - al pontificato di Sergio I (687-701) anche se la datazione è ancora incerta (alcuni autori propongono di spostarla alla metà del VII secolo, durante il pontificato di Martino I, cfr. l'affresco dei Sette Dormienti - che risale alla fase decorativa più antica - con quello dei Maccabei in S.Maria Antiqua). La frequentazione dell’oratorio è, invece, documentata almeno fino al XII secolo.

L’edificazione della Basilica medievale sui resti della diaconia risalirebbe all’anno 1049 sotto il pontificato di Leone IX. L’edificio venne realizzato con la facciata rivolta verso l’odierna piazza del Collegio Romano e l’abside addossata all’Arcus Novus.
Nel 1491, durante il pontificato di Innocenzo VIII Cybo (il cui stemma è murato sulla facciata laterale della chiesa che da sulla via Lata), a causa delle cattive condizioni della basilica medievale, si decise l’edificazione di una nuova chiesa facendo ruotare la facciata di 180 gradi su via del Corso - come la vediamo oggi - il che comportò anche una parziale trasformazione degli ambienti sotterranei, di cui soltanto una parte fu utilizzata come cripta della chiesa superiore. Vi si accedeva attraverso una porta arcuata che si apriva nel vano I.
Una volta entrati nel sotterraneo, solo i primi due vani erano accessibili. La vecchia abside fu murata con mattoni e cemento per consolidare la facciata.
I lavori si conclusero nel 1506 ma continuarono interventi correttivi e di aggiustamento fino a che verso la fine del XVI secolo la chiesa quattrocentesca venne demolita e ricostruita come oggi la vediamo.
Nel 1594 per ripristinare l’antico oratorio fu dato incarico al muratore Agostino Gasoli di sopraelevare di circa 1 metro il pavimento della Diaconia e l’imbocco di un pozzo che si trova nel sotterraneo. Furono ripristinati gli ambienti V e VI dove furono sistemati rispettivamente l’altare col bassorilievo marmoreo opera di Cosimo Farcelli e l’altare cosmatesco e aggiunta un’ulteriore scala di accesso al sotterraneo. La cripta della chiesa di Santa Maria in via Lata fu inaugurata nel 1661, un anno prima del completamento della facciata ad opera di Pietro da Cortona.

Entrando nei sotterranei dall’ingresso situato a via del Corso 306 si accede al vano I. All'entrata si legge: Oratorio di S. Paolo apostolo, di Luca Evangelista e di Marziale martire, ove si trovava l'immagine ritrovata della beata Maria Vergine, una delle sette dipinte dal beato Luca.

1. Colonna di S.Paolo
2. Pozzo
3. Affresco con 3 strati di pittura
4. Altare
5. Tamponatura dell'antica abside
6. Affresco dei Sette Dormienti
7. Altare cosmatesco

Addossata al muro si trova un’antica colonna in granito con capitello corinzio, sormontata da un vaso marmoreo, forse un’antica urna funeraria con il cristogramma costantiniano.
Sulla colonna sono incise in senso diagonale le parole latine “Verbum Dei non est alligatum” (La parola di Dio non è incatenata), sono inoltre visibili le tracce ferruginose degli anelli della catena che un tempo era avvolta intorno ad essa.

Colonna di San Paolo (1)

Una leggenda narra che in questo sito, poi trasformato in diaconia, dimorarono i SS. Luca Evangelista e Paolo e che la colonna venne usata per incatenare San Paolo durante la sua presunta prigionia in attesa del processo (1).
Si narra, inoltre, che San Luca Evangelista abbia qui dipinto un'icona raffigurante la Vergine Maria di cui, quella attualmente situata sull'altare della Basilica superiore sarebbe una copia eseguita nel XII secolo.


Gli ambienti II e V corrispondono alla navata centrale dell’antica diaconia che aveva un orientamento diametralmente opposto rispetto alla Basilica attuale. Nel vano II, sul muro a ovest si trova l’abside affrescata tamponata da una muratura eseguita durante la costruzione della facciata superiore. Sia l’abside che le pareti laterali presentano resti di affreschi databili al X sec. circa. Addossato al muro settentrionale del vano II si trova un antico altare paleocristiano in muratura con intonaci affrescati. Al di sopra dell’altare i resti di un affresco raffigurante il Cristo Crocifisso.
Tra i vani e IV e V, durante gli scavi del 1905, fu scoperto un antico passaggio a volta sui cui stipiti furono rinvenuti i ritratti dei martiri Giovanni e Paolo celimontani venerati nella Basilica loro intitolata al Celio, databili alla fine dell’VIII sec (2). I due santi sono identificati come ostiarii (i guardiani della chiesa) dalla bacchetta che entrambi portano in mano.

I SS. Giovanni (a ds) e Paolo (a sn.) celimontani

Sulla parete nord del vano IV fu scoperto un palinsesto di affreschi disposti uno sull’altro. Sullo strato inferiore, più antico, sono dipinte delle scene tratte dall’episodio dei Sette dormienti di Efeso mentre nel superiore (che copriva parzialmente il primo) ci sono episodi del martirio di S. Erasmo.


Il vescovo di Efeso ed il proconsole Antipatro giungono alla grotta dei Sette Dormienti (6)
Nella parte superiore si notano i resti di un'iscrizione in greco

S.Erasmo al cospetto di Diocleziano e Flagellazione del santo (6)
Questo affresco ricopriva in parte il precedente

Le datazioni di questi affreschi devono collocarsi secondo gli studiosi, per il ciclo più antico al VII sec., quello più recente all’VIII.
Su una parete del vano II è stato scoperto un altro palinsesto: nello strato più antico, in basso, resta la parte inferiore di una figura con tunica e mantello, in quello intermedio (al centro), i piedi di due figure ed in quello più recente (in alto) si riconosce la scena della Moltiplicazione dei pani e dei pesci dalla figura di un discepolo che offre due pesci al Cristo.

(3)

In un arcosolio all’interno del vano III fu rinvenuto l’affresco che ritrae L’orazione di Gesù nell’orto del Getsemani, coevo ai dipinti più antichi ed oggi comprensibile solo attraverso la documentazione fotografica eseguita al momento della scoperta (1904-1905) da Wilpert.

Negli anni '60 del secolo scorso, a causa del degrado degli affreschi, il Consiglio Superiore delle Antichità e delle Belle Arti ne dispose la rimozione. Gli affreschi originali, restaurati, sono oggi conservati nella sede del Museo Nazionale Romano della Crypta Balbi, sostituiti in loco da riproduzioni fotografiche. 

Note:

(1) Tra il 60 e il 62 San Paolo avrebbe trascorso due anni a Roma agli arresti domiciliari (secondo la formula della custodia militaris, che permetteva al prigioniero di poter scegliere una propria residenza ma lo vincolava alla sorveglianza di un soldato che lo accompagnava tenendolo legato con la catena al polso destro ogni volta che doveva uscire) in attesa di essere processato, godendo comunque di una certa libertà: A Roma fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia (AdA XXVIII, 16); Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento (AdA XXVIII, 30-31).
Secondo un'altra tradizione, la dimora romana dove soggiornò l'apostolo durante la custodia militaris si trovava invece a Trastevere, dove oggi sorge la chiesa di S.Paolo alla Regola.

(2) Secondo una passio praticamente coeva alle loro vite, Giovanni e Paolo sarebbero stati due fratelli cristiani ricchi e particolarmente caritatevoli, appartenenti ad una famiglia romana molto in vista, che Giuliano l'Apostata (360-363) avrebbe condannato ad essere decapitati e sepolti in una fossa sotto la loro abitazione sul Clivio di Scaurio al Celio. Sopra il sepolcro (vedi Il martyrion dei SS. Giovanni e Paolo celimontani) sarebbe poi sorta la basilica ad essi dedicata. Si tratterebbe però degli unici martiri romani accertati durante la restaurazione pagana di Giuliano, per questo alcuni storici tendono a spostare il racconto della passio - confermato dal rinvenimento dei resti di una villa romana al di sotto della basilica - all'epoca delle persecuzioni di Diocleziano (303-305).


lunedì 9 dicembre 2013

La leggenda dei Sette Dormienti di Efeso

La leggenda dei Sette Dormienti di Efeso

La leggenda dei Sette Dormienti di Efeso compare per la prima volta in Occidente nella Passio sanctorum septem dormientium di Gregorio di Tours (538-594), che è un adattamento in latino di una di una omelia metrica del vescovo siriano Giacomo di Sarug (449-521). Ricorre inoltre nel Menologio di Basilio II redatto da Simeone Metafraste (985 c.ca) e nella Legenda aurea di Jacopo da Varazze (XIII sec.).
Lo storico belga Ernest Honigmann (Stephen of Ephesus and the legend of seven sleepers, 1953) fa risalire al vescovo di Efeso, Stefano (448-451), il primo nucleo del racconto romanzato dei Sette Dormienti. Egli si basa sul fatto che poco prima di morire l'imperatore Teodosio II (408-450) si recò realmente a Efeso per pregare sulla tomba di San Giovanni al fine di conoscere il nome del suo successore (Marciano). Tenendo conto che il secondo concilio di Efeso, definito da papa Leone Magno (440-461) il latrocinio di Efeso*, si tenne nell’agosto del 449 dopo la celebrazione del primo anniversario della leggenda, lo studioso conclude che la sua comparsa sia databile all'anno 448.

* Il II Concilio di Efeso, convocato da Teodosio II, riabilitò il monaco Eutiche e le sue posizioni monofisite che erano state osteggiate dal papa e sanzionate con la scomunica da parte del patriarca di Costantinopoli. Ai legati papali fu impedito di riferire le posizioni del pontefice e di leggere la sua lettera.
 
La grotta dei Sette Dormienti
Efeso
 

Il testo che segue, compresa la glossa finale, è tratto dalla Legenda aurea di Jacopo da Varazze.

I Sette Dormienti nacquero nella città di Efeso. Quando l’imperatore Decio perseguitava i cristiani andò a Efeso e fece edificare dei templi in mezzo alla città, perché tutti si unissero a lui per sacrificare agli dei. Fece cercare tutti i cristiani e li fece mettere in catene, obbligandoli a scegliere se sacrificare agli dei o morire: tale era il terrore che l'amico rinnegava l’amico, il padre il figlio e il figlio il padre. C’erano in quella città sette cristiani, che si chiamavano Massimiano, Malco, Marciano, Dionisio, Giovanni, Serapione e Costantino. Essendo i primi ufficiali del palazzo e disprezzando i sacrifici offerti agli idoli, si rammaricavano molto e stavano nascosti nella loro casa, dedicandosi ai digiuni e alle orazioni.
Accusati e tradotti dinanzi a Decio, fu dimostrato che erano realmente cristiani e si diede loro il tempo di ravvedersi e furono rilasciati fino al ritorno dell’imperatore. Ma essi approfittarono di questo tempo, distribuirono tutti i loro averi ai poveri e presero la decisione di ritirarsi sul monte Celion, dove sarebbero potuti rimanere nascosti. Così rimasero a lungo, mentre uno di loro procurava ciò che era necessario e ogni volta che entrava in città si travestiva da mendicante.
Quando Decio ritornò a Efeso, ordinò di cercare i sette per obbligarli a sacrificare. Malco, che serviva loro, ritornò spaventato dai suoi compagni e riferì la furia dell’imperatore. Essi furono afferrati dalla paura e allora Malco dette loro i pani che aveva portato, affinché, rifocillati, acquistassero più forze per la battaglia. Dopo aver cenato, si sedettero e si misero a parlare tra loro con lamenti e pianti e, per volontà di Dio, si addormentarono. Quando fu la mattina, li cercarono ma non li trovarono, e Decio si dolse di aver perduto tali valorosi giovani. Furono poi accusati di essere nascosti fino allora sul monte Celion, di persistere nei loro convincimenti e di aver distribuito i loro beni ai poveri. Decio, dunque, ordinò di far comparire i loro genitori, minacciandoli di morte se non avessero dichiarato tutto ciò che sapevano. Anche i loro genitori li accusarono come gli altri e si lamentarono che le ricchezze erano state tutte date ai poveri.
Allora Decio rifletté su cosa fare di loro e, per ispirazione di Dio, fece chiudere l’ingresso della caverna con un muro di pietre, affinché i sette, rinchiusi là dentro, morissero di fame e di stenti. Si eseguì l’ordine e due cristiani, Teodoro e Rufino, descrissero il loro martirio e, per precauzione, nascosero lo scritto tra le pietre.
Quando Decio e tutta la sua generazione furono morti, dopo trecentosettantadue anni, nel trentesimo anno d’impero di Teodosio, si diffuse l’eresia di coloro che negavano la resurrezione dei morti. Teodosio, che era un imperatore molto cristiano, fu molto rattristato nel vedere la fede così indegnamente attaccata. Egli indossò un cilicio e ogni giorno si ritirava in un luogo appartato del suo palazzo per piangere.
Dio, vedendo tutto ciò, volle consolare questi afflitti e confermare la speranza della resurrezione dei morti; aprì il tesoro della sua pietà e risvegliò i sette martiri nel modo seguente. Mise in mente a un cittadino di Efeso l’idea di far costruire sul monte Celion degli ovili per i pastori. Dopo che i muratori ebbero aperto la grotta, i santi si svegliarono e si salutarono, convinti di aver dormito una sola notte; poi, ricordandosi delle pene del giorno precedente, chiesero a Malco, che li serviva, che cosa aveva deciso Decio sulla loro sorte. Ma egli rispose la stessa cosa che aveva risposto la sera prima: “Ci è stato richiesto di sacrificare agli idoli: ecco cosa vuole da noi l’imperatore”. Massimiano rispose: “Dio sa che non sacrificheremo”.
Dopo avere incoraggiato i suoi compagni, ordinò a Malco di scendere in città a comperare il pane, raccomandandogli di prenderne un po’ di più del giorno precedente, e di tornare a riferire le disposizioni dell’imperatore. Marco prese cinque soldi, uscì dalla spelonca, vide le pietre ammassate, se ne stupì, ma pensando ad altro, non vi dette molto peso.
Quando arrivò, non senza apprensione, alla porta della città, si meravigliò molto di vederla sormontata dal segno della croce; allora andò a un’altra porta e vide lo stesso segno della croce, e si stupì sempre più vedendo la croce sopra tutte le porte e trovando la città cambiata. Si fece il segno di croce e ritornò alla prima porta pensando di aver sognato. Infine si riassicurò, si nascose il viso, entrò in città e sentì i venditori di pane che parlavano tutti di Cristo, e, al colmo dello stupore esclamò: “Com'è che ieri nessuno osava neppur nominare Cristo, e oggi tutti proclamano il suo nome? Forse questa non è la città di Efeso, perché è diversa: ma non conosco altre città fatte così”.
Si informò e gli fu risposto che si trattava veramente di Efeso. Credendosi preso in giro, pensò di tornare dai suoi compagni, ma poi entrò dai venditori di pane. Quando tirò fuori le sue monete d’argento, i venditori stupiti credettero che il ragazzo avesse trovato un antico tesoro. Malco, vedendoli parlare sottovoce tra di loro, pensò che volessero condurlo dall’imperatore, e, in preda alla paura, li implorò di lasciarlo andare e di tenersi i pani e il resto del denaro. Ma quelli lo trattennero e gli dissero: “Di dove sei? Se hai trovato dei tesori degli antichi imperatori, diccelo, e divideremo con te. Ti terremo nascosto, altrimenti tutti lo sapranno”.
Per la paura, Malco non seppe cosa rispondere e allora i commercianti, vedendo che se ne stava zitto, gli misero una fune al collo e lo trascinarono per le strade fino in centro alla città. Intanto si diffuse la voce che un giovane aveva scoperto dei tesori.
Tutti si accalcavano attorno a lui, e Malco voleva convincerli di non aver trovato nulla, guardava attorno ma nessuno lo riconosceva, e lui pure, guardando la folla, cercava di scorgere qualche suo parente – che credeva in buona fede fosse ancora in vita – e non trovando nessuno stava in mezzo alla gente della città come un ebete.
Quando il vescovo san Martino e il proconsole Antipatro, appena giunto in città, seppero l’accaduto, essi dettero disposizione di portare loro, con cautela, quell’uomo e le sue monete. Mentre Malco veniva condotto alla chiesa dalle guardie, pensava che lo stessero portando dall’imperatore. Il vescovo e il proconsole, sorpresi dalle monete d’argento, gli chiesero dove avesse trovato quel tesoro sconosciuto, ma lui rispose che quei soldi venivano dalla borsa dei suoi genitori. Gli chiesero allora da quale città venisse ed egli rispose: “Sono di questa città, se questa è Efeso”. “Fai venire i tuoi genitori, - disse allora il proconsole, - in modo che possano giustificarti”. Quando però disse i loro nomi, nessuno li conosceva, e pensarono che stesse mentendo per poi poter scappare. E il procuratore gli disse: “Come facciamo a credere che questi soldi sono dei tuoi genitori, se la scritta che c’è sopra dice che hanno più di trecentosettantasette anni? Risalgono ai primi anni di Decio imperatore e sono del tutto diversi dalle monete d’argento dei nostri giorni. E com’è possibile che i tuoi genitori siano così vecchi e tu così giovane? Vuoi forse prenderti gioco dei sapienti di Efeso? Ti affiderò alla Giustizia, fino a che non confesserai cosa hai trovato”.
Malco allora si gettò ai loro piedi e disse: “Signori, per carità di Dio, ditemi ciò che vi chiedo, e io vi aprirò il mio cuore. L’imperatore Decio, che è stato in questa città, dove è ora?”
“Non c'è più ai giorni nostri – rispose il vescovo – un imperatore di nome Decio; ce ne fu uno molto tempo fa”.
“Mio signore, è questo che mi stupisce, e nessuno mi crede, ma seguitemi e vi farò vedere i miei compagni, che sono nel monte Celion, e a loro crederete. So di certo che siamo scappati dal cospetto di Decio, e io proprio ieri sera l’ho visto entrare in questa città sempre che questa città sia proprio Efeso”.
Il vescovo pensieroso disse al proconsole: “Dio vuol mostrarci una qualche prodigiosa visione attraverso questo ragazzo”.


Il vescovo di Efeso ed il proconsole Antipatro si recano alla grotta dei Sette Dormienti.

Dunque lo seguirono, e con loro venne una gran folla di gente dalla città. Entrò per primo Malco dai suoi compagni, poi il vescovo, che vide fra le pietre la lettera con due sigilli d’argento. Chiamata la folla attorno la lesse, e tutti quelli che l’ascoltavano erano pieni di meraviglia. Vedendo i santi di Dio seduti nella grotta freschi come rose, si gettarono a terra a glorificare il Signore.
Il vescovo e il proconsole mandarono a dire a Teodosio di venire presto a vedere il grande prodigio compiuto da Dio in quei giorni. Subito alzandosi dal sacco su cui giaceva a terra piangendo, venne da Costantinopoli a Efeso rendendo grazie a Dio. E tutti quelli che gli si facevano intorno andarono con lui alla grotta. Appena i santi videro l’imperatore, i loro volti risplendettero, e l’imperatore si gettò ai loro piedi rendendo gloria a Dio; poi si rialzò, li abbracciò e pianse su ciascuno di loro dicendo: “Vi guardo ed è come se vedessi il Signore che resuscita Lazzaro”.
Allora san Massimiano disse: “Credici, è per causa tua che il Signore ci ha resuscitati proprio alla vigilia della festa della Resurrezione, affinché crediate che la resurrezione dei morti è una verità. Noi siamo veramente risorti e viviamo, e, come un bambino sta nel seno della madre senza sentire urti, così anche noi fummo vivi, giacendo addormentati, senza sentire alcuno stimolo”.
Pronunciate queste parole sotto gli occhi di tutti reclinarono nuovamente il capo a terra, addormentandosi e rendendo lo spirito, come Dio volle.
L’imperatore si rialzò e si gettò su di loro piangendo e baciandoli. Avendo l’imperatore deciso di farli riporre in sepolcri d’oro, la notte stessa apparvero all’imperatore dicendo che, come sino a poc’anzi erano giaciuti in terra e dalla terra erano risorti, così li lasciasse, sino a che il Signore non concedesse una seconda resurrezione. L’imperatore allora dispose che quella località fosse adornata di pietre dorate, e che tutti i vescovi che professavano la fede nella resurrezione fossero prosciolti.

Che essi abbiano dormito trecentosettantadue anni, come si è detto, è cosa dubbia, perché essi resuscitarono l’anno del Signore 448. Ma, Decio regnò soltanto un anno e tre mesi, nell’anno 252. Così non dormirono che centonovantasei anni.