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domenica 26 maggio 2013

Il Muro Torto

Il Muro Torto (Murus Ruptus)

 
Nel tratto compreso tra la porta Pinciana e quella Flaminia la cinta aureliana ingloba i possenti muraglioni di sostruzione con i quali le potenti famiglie romane delle gens Acilia, Anicia, Domitia e Pincia, sostenevano il colle del Pincio per proteggere dalle frane i loro giardini. 
Nei pressi della grande curva che immette nel rettilineo verso Piazzale Flaminio si trova l'imponente frammento del blocco di muro che si staccò e crollò in età molto remota, rimanendo per millenni al suolo in posizione obliqua.
 
Belisario aveva intenzione di abbattere e ricostruire questo tratto di mura ma i Romani gliel'impedirono sostenendo che l'apostolo Pietro aveva garantito loro la difesa di quel tratto delle mura.
In effetti, né durante l'assedio di Vitige né in epoche successive questa breccia fu mai utilizzata per dare l'assalto alla città.
Dal Medioevo e fino a tempi relativamente recenti nel terreno antistante il Muro Torto, detto tra il XV ed il XVII secolo Muro Malo, vennero seppelliti i giustiziati morti senza pentirsi e tutti coloro che esercitavano mestieri ritenuti allora non onorevoli, tra cui gli attori e le prostitute.
Nel 1825 vi furono sepolti Leonida Montanari e Angelo Targhino, affiliati alla Carboneria e decapitati dalla ghigliottina pontificia di Piazza del Popolo.

sabato 25 maggio 2013

Porta Latina

Porta Latina

 
Il suo nome deriva da quello dell’omonima via che la attraversa e che, in epoca romana, era la strada per giungere fino a Capua.
La struttura della porta, che non ha subito interventi tali da alterare sensibilmente l’aspetto originario, è probabilmente sempre stata ad una sola arcata, che all’epoca della ristrutturazione della cerchia cittadina operata dall’imperatore Onorio venne sensibilmente ridotta, unica tra le porte aureliane, da circa 4,20 m di larghezza per 6,55 di altezza (la traccia della dimensione originale è ancora visibile) agli attuali 3,73 per 5,65, probabilmente per motivi difensivi.
Al centro dell’arco, sul lato esterno, è tuttora visibile il monogramma di Costantino, mentre sul lato opposto è incisa una croce greca. Questi due simboli, unitamente all’assoluta mancanza di resti di iscrizioni di epoca onoriana, inducono alcuni studiosi a propendere per l’ipotesi che il restauro possa essere di epoca successiva.
 
L’intero edificio, merlato, è affiancato da due torri a pianta semicircolare fornite di feritoie; quella sul lato destro fu però interamente riedificata da Onorio e in seguito restaurata in epoca medievale. Ma anche l’altra subì un rimaneggiamento di un certo rilievo: lo dimostra la presenza delle feritoie per gli arcieri anziché i finestroni per le baliste, come nelle torri originarie di Aureliano. In più, la base della torre ha una pianta diversa dall’alzato.
All’epoca onoriana risale anche il rifacimento in travertino della facciata, nella quale vennero aperte, in corrispondenza della camera di manovra, cinque finestre ad arco, che furono però di nuovo chiuse abbastanza presto, già nel VI secolo. L’accesso alla camera di manovra era consentito attraverso una porticina, tuttora esistente e funzionante, sul lato interno della torre di destra. Come era consueto per le porte di una certa importanza, la chiusura esterna era a saracinesca, mentre quella interna a due battenti. Il cortile fortificato interno, con la relativa controporta, non esiste più.
 
La Porta vista dall'interno
Si notano le guide lungo le quali scorreva la saracinesca e la croce greca scolpita sulla chiave di volta dell'arco.
 
La porta fu chiusa per interramento prima dal re Ladislao di Napoli nel 1408, insieme alla Porta Asinaria, durante l’occupazione della città (ma fu riaperta dopo solo quattro mesi), poi nel 1576 e nel 1656 in occasione, per entrambe le circostanze, di una pestilenza.
Ma a parte le epidemie, un valido motivo del declino della porta fu la progressiva perdita d’importanza della via Latina a favore della vicina via Appia Nuova.
Restauri del XVII secolo, testimoniati dagli stemmi dei papi Pio II, Urbano VIII e Alessandro VII posti nelle immediate vicinanze, non risollevarono le sorti della porta, che rimase definitivamente chiusa per quasi tutto l’800 (dal 1808, tranne alcuni mesi nel 1827) e venne riaperta solo nel 1911, dopo essere riuscita a bloccare anche le truppe italiane che, nel settembre 1870, avevano tentato di aprire qui, prima ancora che a Porta Pia, una breccia.

 

Porta Ostiense

Porta Ostiense


Il nome originale della porta era Porta Ostiensis, perché da lì iniziava, e tuttora inizia, la via Ostiense, la strada che collega Roma ad Ostia e quindi al suo antico porto.
Con la perdita d'importanza del porto di Ostia anche il ruolo preminente della porta venne meno finché, coinvolta in quel processo di cristianizzazione di tante altre porte romane, fu ribattezzata col nome attuale di Porta San Paolo, perché era l'uscita per la Basilica di San Paolo fuori le mura, che aveva ormai ereditato l’importanza che fino a qualche secolo prima era del Porto. Originariamente, la Porta Ostiense non era però esattamente lo sbocco della Via Ostiense ma del vicus portae Raudusculanae; la Porta Ostiense era infatti una posterla situata circa 50 metri oltre la Piramide Cestia seguendo il lato occidentale delle mura; successivamente la posterla venne chiusa e la Via Ostiense incanalata verso l’attuale porta.
 
Porta Ostiense, lato esterno
 
La porta attuale risale infatti all'edificazione delle mura aureliane (273-275).
In questa prima fase la Porta si presentava con due archi gemelli (al posto dell’attuale fornice unico) con cortina in travertino e due torri di pianta semicircolare all’esterno.

Con il restauro voluto da Massenzio (306-312) si costruì una controporta a due archi unita alle torri da due pareti, formando così una corte interna dalla pianta a forma di ferro di cavallo che prese il nome di Castelletto, e contemporaneamente si intraprese il rifodero delle torri e l’aggiunta di un secondo piano.
All’interno del Castelletto doveva trovar posto sia la guarnigione militare che la stazione dei gabellieri per la riscossione del pedaggio sulle merci in entrata e in uscita. La base delle torri, infatti, per poter offrire una valida resistenza ad eventuali attacchi da parte di macchine da guerra, doveva essere in muratura piena e non poteva quindi ospitare vasti ambienti.
 
Facciata interna della controporta
 
Una strana particolarità della controporta, unica in tutta Roma, è che la chiusura era verso la porta principale anziché, come normalmente accadeva, verso la città. Soprattutto in epoca medievale, infatti, quando i nemici esterni rappresentavano un pericolo paragonabile a quello delle fazioni armate all'interno della città, la porta doveva rappresentare una sorta di piccola fortezza per una guarnigione armata che, all’occorrenza, avrebbe potuto rinchiudersi all’interno. Nel caso del "Castelletto" della Porta San Paolo, invece, i battenti erano posizionati in modo da poter offrire un doppio ostacolo solo per eventuali aggressori esterni. La circostanza risulta ancora più strana se si considera che la porta ha subito anche diversi attacchi proprio dall’interno, soprattutto nel 1410.
 
  Porta Ostiense, lato orientale

Durante l'opera di restauro e rafforzamento delle mura intrapresa sotto l'imperatore Onorio (403), la porta esterna fu ridotta ad un unico arco d’ingresso, riutilizzando il materiale dei due archi preesistenti rifoderato di pietra bianca. Alle torri di guardia fu inoltre aggiunto un terzo piano.
Nel corridoio soprastante il fornice d’ingresso fu creata una camera di manovra per la saracinesca sollevata da pulegge, sistemate su quattro mensoloni forati situati sulla parte superiore della parete.
Al piano superiore, le due torri, aventi funzione di corpo di guardia, vennero collegate tramite un camminamento esterno.

In età bizantina – forse per ordine di Narsete - alcune finestre furono trasformate in feritoie per rendere ancora più valida l’azione difensiva.
Successivi e più accurati restauri furono effettuati nel 1451 da Niccolò V e nel 1749 ad opera di Benedetto XIV.
Intorno al 1920 infine, la porta fu isolata dalle mura aureliane per agevolare il traffico dell’area adiacente sul lato orientale ed in seguito, a causa di un bombardamento durante la seconda guerra mondiale, andò distrutto anche il tratto di mura occidentale, che la collegavano alla piramide Cestia.
 
La Porta Ostiense in una fotografia antecedente al 1920

La porta appare ancora collegata alle mura e le finestre della camera di manovra della saracinesca tamponate e trasformate in feritoie.

 Nel complesso, la serie di interventi succedutisi nel corso del tempo, ha reso l’intera struttura asimmetrica, irregolare e architettonicamente squilibrata, con il fornice esterno non in linea con quelli interni, le torri poco più alte della facciata e, in generale, dimensioni piuttosto sproporzionate.
Da Porta Ostiense, a causa del tradimento della guarnigione che la lasciò aperta, entrarono nel 550 i Goti di Totila.


La “cella muroniana”.

In un'epigrafe murata nella chiesa di S.Saba all'Aventino – riconducibile a papa Gregorio VII (1073-1085) - è nominata questa “cella muroniana” che si trova “sopra la porta del beato Paolo apostolo dove è nascosta (reconditauna chiesa fondata in onore dell'immagine Domini Dei”.
In epoca medioevale il termine “cella” era attribuito ai monasteri mentre, a conferma della sua collocazione, nella volgata popolare ci si riferiva alle mura aureliane con il termine “murone”.

Al secondo piano della torre orientale si trovano i resti di alcuni affreschi databili alla fine del XIII secolo-inizi XIV.
La finestra centrale è stata tamponata e ricoperta con un affresco rappresentante la Vergine in trono con il Bambino, circondata da motivi geometrici riquadrati da fasce policrome, come testimoniano le tracce di decorazione ancora esistenti.
Lo sfondo architettonico che s'intravede dietro l'immagine della Madonna sembrerebbe rappresentare la controporta stessa, in questo caso l'effigie della Vergine sarebbe stata qui posta a protezione delle fortificazioni della Porta.

 
Ai due lati della finestra si notano a destra la figura di un santo vescovo con il pallio e a sinistra quella di un altro santo di cui ci è pervenuta solo la parte inferiore del corpo. Sulla sommità dell'arco in cui è ricavata la finestra è presente un frammento di affresco raffigurante il Cristo benedicente.
Le altre tracce di decorazione che si conservano nella galleria di collegamento tra le due torri, situata ad un livello più basso, che dovevano coprire le pareti dei due lati lunghi della stessa galleria e gli archi di accesso a questa, sono talmente esigue che non consentono di avanzare ipotesi né sulla loro datazione né su una loro eventuale contemporaneità con gli affreschi presenti sulla torre.
All'esterno si nota inoltre l'attacco per una campana.

Su questa base si ritiene pertanto che proprio negli ambienti superiori della porta fosse presente, perlomeno a partire dalla data della bolla di Gregorio VII, un monastero retto da monaci greci.


venerdì 24 maggio 2013

Porta Asinaria

Porta Asinaria

 
Risale al periodo della costruzione delle mura, edificate tra il 270 e il 273 dall'imperatore Aureliano. Sebbene gli studiosi non siano d'accordo sull'epoca di trasformazione della porta da semplice apertura di terz’ordine ad accesso monumentale, concordano invece sul fatto che molto presto ci si rese conto che l'intera area compresa tra la Porta Metronia e la Prenestina-Labicana (oggi Porta Maggiore) non era sufficientemente sicura. Vennero pertanto erette le torri cilindriche ai lati dell'unico fornice, alte circa 20 metri, ancora perfettamente conservate, e si provvide al rivestimento in travertino tuttora visibile.
In effetti, il restauro curato dallo stesso Aureliano poco dopo l'edificazione del muro, o da Massenzio circa un secolo dopo o ancora all'epoca dell'imperatore Onorio nel 401-402, promosse una porta che era poco più di una posterla al rango di porta vera e propria, come accadde anche per la Pinciana e per la Metronia.
Secondo una versione del XIV secolo pare che nei pressi della porta si trovasse il “foro degli asini”, il mercato in cui gli animali giunti a Roma dalle regioni del sud venivano venduti ai contadini della campagna romana. Non è comunque da escludere, sebbene non vi sia alcuna conferma, che il nome sia derivato, semplicemente, da quello di qualche personaggio di epoca romana, dato che il nome Asinio non era poi così raro.
L'Asinaria è la sola, tra le porte antiche di Roma, ad avere contemporaneamente torri cilindriche affiancate a torri quadrangolari e questo conferma che, come le altre due, era in origine un’apertura di scarsa importanza, posta al centro di due delle torri a base quadrata che componevano la normale architettura del muro.
Il 9 dicembre 536 , Belisario entrò con il suo esercito da questa porta che rappresentava allora il principale accesso meridionale della città. Durante l'assedio di Vitige, l'invito ai Goti (rivelatosi poi una falsa accusa) ad entrare in Roma da questa porta costò a papa Silverio la deposizione dal soglio pontificio (11 marzo 537) per tradimento e collusione con il nemico.
Il 17 dicembre 546 i Goti, guidati da Totila, entrarono in città attraverso questa porta, che trovarono aperta grazie al tradimento di quattro soldati isauri, mettendo a sacco la città e distruggendo, secondo i cronisti dell’epoca, un terzo della cinta muraria, in seguito frettolosamente ricostruita da Belisario quando riprese la città l'anno successivo.
 
Porta Asinaria, lato interno
 
La Porta Asinaria venne definitivamente chiusa nel 1574, contemporaneamente all’apertura della vicina Porta San Giovanni, resa necessaria nell’ambito della ristrutturazione dell’intera area del Laterano per agevolare il traffico da e per il sud d’Italia. A quell’epoca, del resto, la porta Asinaria era divenuta ormai quasi inagibile per il progressivo innalzamento del livello stradale circostante (circa 9 metri) e anche per questo era ormai del tutto inadeguata a sostenere il volume di traffico, sebbene apparisse molto più imponente dell’altra.
L’interramento progressivo ha consentito la conservazione, come è avvenuto anche per la Porta Ostiense, della fortificazione interna, conferendo all’intera struttura l’aspetto di un’opera difensiva autonoma.
 
 

giovedì 23 maggio 2013

Porta Maggiore (Porta Prenestino-Labicana)

Porta Maggiore (Porta Prenestino-Labicana)

 
L'attuale denominazione di Porta Maggiore non trova una giustificazione storica o logistica, ma sembra semplicemente derivata dall’uso che ne faceva normalmente il popolo romano, a motivo della sua grandiosità.
Fu costruita sotto l’imperatore Claudio nel 52 per consentire all'acquedotto Claudio di scavalcare le vie Praenestina e Labicana.
Appare realizzata interamente in opera quadrata di travertino con i blocchi in bugnato rustico secondo lo stile dell'epoca. Presenta una grande unica struttura con due fornici, con finestre sui piloni, inserite in edicole con timpano e semicolonne di stile corinzio.
I due fornici permettevano il passaggio della via Labicana, oggi via Casilina, (il sinistro) e della via Prenestina.
L'attico è diviso da marcapiani in tre fasce. Le due superiori corrispondono ai canali degli acquedotti Anio Novus (il più alto) e Aqua Claudia.
 
Gli spechi dei due acquedotti all'attico della porta 
 
    Successivamente la porta monumentale fu inserita nel tracciato delle mura costruite intorno   alla città dall'imperatore Aureliano nella seconda metà del III secolo ed assunse il nome di Porta Praenestina o Labicana.
Fu fortificata ai tempi dell'imperatore Onorio, il quale, nel 402, avanzò le due aperture verso l’esterno e fece costruire un bastione davanti alla porta vera e propria, suddividendola in due porte distinte, la Praenestina a destra e la Labicana a sinistra, che erano rinforzate, a scopo soprattutto difensivo, da torri quadrate poste ai lati e da un bastione cilindrico al centro, ed erano sormontate da finestrelle ad arco, quattro sulla Praenestina e cinque sulla Labicana.
Si trattava però di una struttura decisamente asimmetrica e priva di equilibrio architettonico, difetti quasi certamente dovuti ai diversi livelli delle due strade (la Labicana era più in basso), per cui le torri erano disallineate e le finestre, con le relative camere di manovra, fuori piano.
 
La porta onoriana in una incisione di Luigi Rossini (1829)
 
Nel 537-538, in occasione dell’assedio dei Goti di Vitige, la porta fu chiusa, come anche altre, per limitare il numero delle aperture da dover difendere; chiusa risultava anche nel 966, limitatamente al fornice Labicano, che comunque sembra essere stato quasi sempre chiuso, forse già poco dopo i lavori di Onorio.
Nel 1838 papa Gregorio XVI fece restaurare la porta, demolendo la struttura onoriana (forse anche perché troppo brutta, così asimmetrica e squilibrata) e ripristinando, probabilmente, l’antico assetto aureliano, come ci tiene a precisare in un’iscrizione all’estrema sinistra.
Ma gli archi erano così grandi (circa 6 m di larghezza per 14 di altezza) che l’eventuale difesa di tali aperture poteva risultare problematica. Si provvide quindi a restringere entrambi gli accessi con la costruzione di altrettante quinte merlate, il cui effetto estetico era paragonabile alla bruttura onoriana che si era voluta eliminare.
 
La porta gregoriana in una fotografia del 1890
 
La datazione del rifacimento della porta durante il regno di Onorio è comunque certificata da un’iscrizione (visibile anche su PortaTiburtina) posta all’estrema sinistra del piazzale Labicano (quindi sul lato esterno della porta), dove è rimasta una delle cortine onoriane. L’iscrizione, oltre alle consuete lodi per gli imperatori Arcadio ed Onorio, riporta, come curatore dell’opera, il nome di Flavio Macrobio Longiniano, prefetto di Roma nel 402:
« Il Senato e il Popolo di Roma appose per gli Imperatori Cesari Nostri Signori e principi invittissimi Arcadio e Onorio, vittoriosi e trionfanti, sempre augusti, per celebrare la restaurazione delle mura, porte e torri della Città Eterna, dopo la rimozioni di grandi quantità di detriti. Dietro suggerimento del distinto e illustre soldato e comandante di entrambe le forze armate, Flavio Stilicone, le loro statue vennero erette a perpetuo ricordo del loro nome. Flavio Macrobio Longiniano, distinto prefetto dell'Urbe, devoto alle loro maestà e ai divini numi curò il lavoro »
L'iscrizione risulta di un certo interesse storico anche perché contiene il nome di Stilicone, il generale romano giustiziato nel 408 perché accusato di tradimento e connivenza con il visigoto Alarico I. Il suo nome subì una damnatio memoriae e venne abraso da tutte le iscrizioni e cancellato da tutte le fonti ufficiali. Si trattò però di una damnatio parziale, perché, mentre sull’iscrizione della Porta Tiburtina il nome di Stilicone risulta essere stato eliminato, non altrettanto è accaduto su quella, identica, di Porta Maggiore.
 
Resti della struttura onoriana
 
Nel corso dell’intervento del 1838 venne inoltre riportato alla luce, rimasto inglobato nella torre cilindrica tra i due archi (occasione in cui fu probabilmente anche tagliato) ed ora visibile subito fuori della porta, il sepolcro di M. Virgilio Eurisace, fornaio (probabilmente un liberto arricchito), e di sua moglie Atistia, databile intorno al 30 a.C.
 
Il sepolcro di Eurisace
 
Nel 1915 il Comune di Roma effettuò altri lavori per la sistemazione del piazzale, demolendo la residua struttura eretta da Gregorio XVI, ma solo nel 1956, a seguito dei lavori effettuati dall’architetto Petrignani, la porta tornò all’antico assetto originario e la piazza all'antico livello, riscoprendo il basolato della due strade e i resti dell'antiporta onoriana.

 
 
 
 
 

 

martedì 21 maggio 2013

La residenza imperiale degli Horti Spei Veteris

La residenza imperiale degli Horti Spei Veteris


Il complesso degli Horti Spei Veteris era una residenza imperiale edificata nella zona orientale di Roma - dove si trovavano appunto gli Horti Spei Veteris - la cui costruzione venne iniziata da Settimio Severo (193-211) e terminata da Eliogabalo (218-222).
Lo schema planimetrico della residenza degli Horti Spei Veteris – che si sviluppava su un'area di circa 12.000 mq compresa tra la Porta Prenestino-Labicana e l'Anfiteatro Castrense - era fortemente caratterizzato dalla presenza di una struttura circense completamente integrata nel palazzo e collegata direttamente con le altre parti del complesso.
Il collegamento e l'unificazione tra i vari nuclei monumentali e residenziali e tra questi ed il parco era offerto da una lunga carrabile coperta, elemento caratteristico del giardino romano imperiale. L'inedita formulazione dell'associazione circo-palazzo proposta negli Horti Spei Veteris sarà ripresa più tardi nella Villa di Massenzio ed in seguito diventerà una costante dei palazzi imperiali tardo antichi, come testimoniato dai complessi palaziali di Antiochia, Milano, Tessalonica, Treviri e Costantinopoli.
Quando furono costruite le mura aureliane (273-275), il perimetro della cinta in quest'area, dopo aver inglobato l'Anfiteatro Castrense, fu notevolmente allargato per includere una parte della villa degli Horti Spei Veteris.
Mentre le esigenze difensive non fecero esitare a tagliare in due parti una struttura di circa m 550 di lunghezza come il circo Variano, si ritenne invece necessario prolungare la cinta difensiva per altri duecento metri a est dell'Anfiteatro Castrense, creando oltretutto una pronunciata sporgenza attaccabile da tre lati. Solo il fatto che in quest'area ci fosse una parte molto importante della villa, come ad esempio gli appartamenti dell'imperatore, può spiegare questa estensione del perimetro delle mura. L'area occupata da questi ambienti sarebbe stata immediatamente retrostante all'attuale basilica.
Agli inizi del IV secolo inoltre, Costantino e l'augusta Elena, che vi stabilì la sua residenza, rimaneggiarono ulteriormente il complesso adattandolo alle loro esigenze.

Veduta aerea dell'area
 
1. Basilica di S.Croce in Gerusalemme
2. Anfiteatro castrense
3. Resti della cavea destra del Circo Variano
4. Aula basilicale
5. Domus di epoca costantiniana
6. Terme eleniane
* Mura aureliane
 
1. Basilica di S.Croce in Gerusalemme (Atrio del Palazzo sessoriano)
 
Agli inizi del IV secolo l'imperatrice Elena pose la sua residenza nella villa degli Horti Spei Veteris, già luogo di ritiro preferito da Eliogabalo, chiamata Sessorìum.
Il nome deriva dal verbo sedeo, perchè vi si tenevano appunto le sessioni del Consiglio di Stato già all'epoca di Eliogabalo.
L'imperatrice fece trasformare il grande atrio rettangolare della villa, uno snodo architettonico che collegava la parte abitativa con il circo e l'anfiteatro ed era originariamente ricoperto da un soffitto piano, nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme (originariamente detta basilica Hierusalem) dove furono custodite le reliquie riportate dal suo pellegrinaggio in Terrasanta (327)*.
La parete di fondo del padiglione di età ‘severiana’ fu sfondata nella parte centrale per costruirvi l’abside e fu realizzata la divisione interna in transetti trasversali, formando tre spazi ben distinti, destinati alla servitù, alla corte e al clero, quest’ultimo alloggiato presso l’abside di fronte all’altare. La luce filtrava attraverso 15 grandi finestre che si aprivano lungo la fascia superiore dell’edificio, mentre le divisioni interne, sorrette da colonne, erano completamente cieche e sorrette da archi.
Pianta ricostruttiva della basilica eleniana
 
Nella parte sud-est della chiesa (l’area per intenderci posizionata dietro l’abside della chiesa sul lato destro) è situato un ambiente coevo con volta a crociera, trasformato in età costantiniana in cappella privata (cappella di S.Elena) ed ornata nella volta dall’imperatore Valentiniano III (425-455) con uno splendido mosaico che fu molto celebre in epoca medioevale ma di cui non rimane più alcuna traccia. La cappella, il cui pavimento era cosparso secondo la tradizione da manciate di terra provenienti dal Calvario, custodì fino al 1570 le reliquie riportate da S.Elena.
A sud di questo vano sono state riportate alla luce le fondazioni di un altro ambiente destinato al rito del Battesimo.
 
Lato settentrionale
 
All'esterno, il muro perimetrale mantiene sempre la stessa altezza di m 22,15; a questa quota la parete antica è interrotta dalla cornice romanica che corona la basilica.
Saggi di scavo hanno permesso di comprendere che in quest’area erano probabilmente situati gli ambienti residenziali destinati alla famiglia imperiale prima della costruzione della chiesa, visto il ritrovamento di alcuni tratti del corridoio che collegava questi al pulvinar (il palco reale da cui l’imperatore e la corte assistevano agli spettacoli nel Circo Variano). Qui l’imperatrice, alla quale rimase il grandioso palazzo dopo il definitivo trasferimento di Costantino a Bisanzio, era probabilmente solita raccogliersi in preghiera durante le funzioni religiose, lontano da occhi indiscreti.
 
* Presso l’antica sacrestia della Basilica, nel cosiddetto Santuario della Croce, realizzato nel 1925 dall'arch. Florestano di Fausto, sono ancora oggi conservati: alcuni frammenti della Croce su cui Gesù trovò la morte, di una delle croci dei ladroni che vennero crocifissi insieme a Cristo, la spugna imbevuta d’aceto con cui venne ‘dissetato’ Gesù sulla Croce prima di spirare, una porzione della corona di spine originariamente posta sul capo, uno dei chiodi del martirio e il cosiddetto titulus crucis. Questo titulus (una tavola di legno di noce) si riteneva potesse essere la famosa iscrizione che viene citata dai quattro vangeli, che venne apposta sulla croce indicante la motivazione della condanna. Esibire tale motivazione era infatti una prescrizione del diritto romano, che permetteva la rapida identificazione del condannato. Nell' iconografia della crocifissione sono indicate soltanto le quattro lettere ‘INRI’, acronimo dell’espressione in lingua latina Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum.
 
 
2. Anfiteatro castrense (vedi scheda)

 
3. Circo variano
 
Pianta ricostruttiva del Circo Variano
 
Completato durante il regno di Eliogabalo, ne prese il nome giacché l'imperatore si chiamava in realtà Sesto Vario Avito Bassiano.
Nel Circo Variano si tenevano le corse dei carri di cui Eliogabalo era talmente appassionato da partecipare personalmente come auriga ad alcune gare.
In seguito il circo continuò ad essere utilizzato, sia per spettacolo che per le manovre militari in onore dell'imperatore, fin quando non vennero costruite le Mura Aureliane, a oriente della moderna basilica di Santa Croce in Gerusalemme.
 
Resti della cavea destra del Circo variano

Lungo 565 m e largo 125 m, era più piccolo del Circo Massimo ma più grande del Circo di Massenzio. L'inusuale larghezza potrebbe indicare che fosse predisposto ad ospitare anche gare di atletica e quindi funzionale alle nuove feste istituite da Eliogabalo.
Sulla spina del circo, Eliogabalo fece collocare l'obelisco di Antinoo.
Il circo aveva un orientamento est/ovest, con il lato curvo ad est ed i carceres ad ovest.
La parte occidentale del circo, il lato della partenza dove si trovavano i carceres, è stato ritrovato all'interno delle mura, mentre il lato orientale incurvato si trovava all'altezza di via Alcamo; il lato settentrionale del circo ha fornito poi il sostegno per l'ultimo tratto dell'Acquedotto Felice (1585-1589) che, nel tratto extraurbano fino alla congiunzione delle attuali via Ozieri e via Nuoro, fu appoggiato sulle strutture del Circo Variano.
La costruzione delle mura, durante il regno di Aureliano, tagliò quindi il circo a metà, lasciandone all'esterno la parte orientale.
Sembra inoltre di poter desumere che Eliogabalo ridusse, rispetto al progetto originario, l'estensione del circo verso ovest arretrando i carceres e caratterizzandoli con due torri alle estremità, secondo la tipologia introdotta in quel periodo nel Circo Massimo. In questa fase, il circo aveva una lunghezza di m 547 circa.
In epoca successiva la parte del circo rimasta all'interno delle mura, evidentemente privata di ogni possibilità di adempiere alla funzione originaria, fu interessata da una ristrutturazione intensiva, motivata dalle esigenze dettate dalla presenza della residenza imperiale costantiniana.
Sembra di poter concludere che nel IV secolo le strutture del circo furono adibite ad ambienti di servizio, di collegamento e forse di residenza della servitù della corte imperiale.

4. Aula basilicale (Tempio di Venere e Cupido)


La grande struttura architettonica visibile nel giardino del Museo della Fanteria, conosciuta dagli umanisti come Tempio di Venere e Cupido, è quanto rimane di un'aula basilicale destinata a funzioni di rappresentanza, il cui orientamento ovest/nord-ovest-est/sud-est è su un asse leggermente convergente a quello della basilica di S. Croce.



L'identificazione di questa struttura con un tempio dedicato a Venere e Cupido, riposava essenzialmente sul ritrovamento di un gruppo marmoreo – oggi conservato nel Museo Pio-Clementino in Vaticano - che li raffigurava.

 
Sul basamento è però incisa l'epigrafe: “A Venere felice Sallustia e Elpidio hanno consacrato questa statua”.
Nelle vesti di Venere felice è ritratta infatti Sallustia Barbia Orbiana, moglie dell'imperatore Alessandro Severo (222-235) di cui Sallustia e Elpidio erano due liberti.
 
La testa della Venere felice (a destra) posta a confronto con quella di una statua di Sallustia Barbia Orbiana conservata al Museo del Louvre
 
La parete curva dell'aula, spessa m 1,45, presentava cinque finestroni larghi m 3,50 e alti m 4,90, due soltanto dei quali oggi conservati.
Il catino absidale, in concrezione cementizia rinforzata da nervature radiali, è distinto sulla parete esterna da un cornicione a mensole di travertino.
L'arcone a doppia armilla di bipedali si imposta ad un'altezza di m 13,40; conservato fino a una sporgenza di m 1,40.
Lo spessore ridotto dei muri nei piedritti dell'arcone e nelle pareti dell'abside costrinse, secondo l'opinione prevalente, a rinforzare la struttura in fase di costruzione ultimata con due speroni (m 2,0 x 2,2) ammorsati ai pilastri dell'abside con blocchi di travertino, anche se non si può escludere che gli speroni di contrappeso alle spinte della volta fossero previsti già nel progetto originale, come nell'esempio di Piazza Armerina.
In base alle analogie strutturali che presenta con l'aula basilicale del complesso di Treviri e con quella della villa di piazza Armerina, l'edificio può essere datato ad una fase immediatamente successiva al 310.
 
6. Le Terme eleniane

 Costruite già in epoca severiana, lungo l'attuale via Eleniana, e annesse alla residenza imperiale, andarono completamente distrutte durante un incendio.
Furono ricostruite tra il 323 ed il 326 per volere dell'augusta da cui traggono il nome.
Un'epigrafe incisa su un cippo ritrovato in loco e oggi conservato nei Musei vaticani recita infatti che:

"La nostra signora Elena, madre augusta del venerabile signore nostro Costantino e nonna dei nostri felicissimi e fiorentissimi Cesari, (queste) terme, distrutte da un incendio, ripristinò".


I pochi resti ancora visibili nel Cinquecento furono completamente distrutti o interrati al tempo di papa Sisto V (1585-90) per la realizzazione della via Felice, che collegava Trinità de' Monti a S.Croce in Gerusalemme.

Attraverso disegni e appunti del Palladio e di Antonio da Sangallo il Giovane se ne conosce, seppure parzialmente, la pianta, che appare una sorta di compromesso tra quella delle grandi terme imperiali e quella dei complessi balneari minori, disposta in modo asimmetrico e con il settore settentrionale cinto da un'alta muratura che proteggeva il complesso dai venti freddi del nord.

 
Tutto quanto è rimasto di visibile dell'intero complesso termale consiste in otto delle dodici camere intercomunicanti, poste su due file parallele, che facevano parte di una grande cisterna, probabilmente alimentata da una derivazione dell'Acquedotto Alessandrino.

 
La cisterna era situata a nord del complesso termale, dal quale era separata da grandi giardini.
L'ingresso principale, ornato da colonne, si trovava ad est, davanti alla facciata della cisterna.
Molto probabilmente il complesso termale ricostruito dall'augusta era inoltre ad uso pubblico.



 





lunedì 20 maggio 2013

L'obelisco di Antinoo

L'obelisco di Antinoo


Si tratta di un obelisco di granito rosa di poco più di 9 m. di altezza, la cui pietra l'imperatore Adriano (117-138) importò probabilmente dall’Egitto e sulla quale a Roma fece apporre le iscrizioni in geroglifici*. I geroglifici narrano la divinizzazione di Antinoo, il favorito dell'imperatore, dopo la sua improvvisa morte per affogamento nel Nilo (130).
Nei primi geroglifici a partire dalla sommità del lato ovest si legge:

Il dio che qui si trova (Antinoo, rappresentato in alto su questo lato dell’obelisco) riposa in questo luogo che è nascosto nella proprietà del “Signore della Prosperità” (princeps) di Roma (Adriano).

L'obelisco era quindi posto originariamente ad ornare la tomba di Antinoo.
Dal momento che la tomba di Antinoo (Antinoeion) è stata trovata a Villa Adriana a Tivoli, quindi proprio nei giardini di proprietà del principe di Roma, qui doveva essere stato inizialmente collocato anche l’obelisco, in sostituzione della classica lastra tombale, l’epitaffio che con il nome del defunto veniva apposto alla tomba. Il suo posto ideale doveva ovviamente essere al centro del giardino e precisamente all’incrocio che il viale, che dal portale monumentale portava all’esedra, formava con le strade che, diramandosi da esso, conducevano ai due templi.
Pianta dell'Antinoeion, Villa Adriana, Tivoli

La tomba non fu però mai ultimata né molto probabilmente ospitò mai i resti del favorito di Adriano.
Fatto trasportare ed erigere da Eliogabalo (218-222) nella spina del Circo variano, l'obelisco rimase, dopo la distruzione del circo (273-275), semisepolto e rotto in due tronconi fino al 1570, quando lo trovarono e rialzarono i fratelli Saccoccia, come da questa memoria murata in una delle arcate dell'Acquedotto Felice nel tratto in cui scavalca via Ozieri.


Recuperato dai Barberini rimase nel cortile del loro palazzo fino al 1773, quando fu da questi donato a papa Clemente XIV. Rimase quindi nei giardini della Pigna fino al 1822, quando Pio VII lo fece rialzare nella sua attuale posizione sul Pincio.
E' stato l'ultimo degli obelischi romani ad essere innalzato.

Antinoo raffigurato nelle sembianze di Osiride
scultura in marmo, h.241 cm, 131-138
proveniente dagli scavi di Villa Adriana (Tivoli) del 1736
attualmente conservata nel Museo Gregoriano Egizio
 

*La difficoltosa lettura dei geroglifici rende chiaro che non furono eseguiti da scalpellini egiziani ma da maestranze (probabilmente romane) che si sforzarono di usare una scrittura che non conoscevano.









venerdì 17 maggio 2013

L'anfiteatro castrense

L'anfiteatro castrense

 
Viene citato con questo nome nei Cataloghi regionari della V Regio (315-316 c.ca) dove ci si riferisce probabilmente a castrum come residenza imperiale: il nome sarebbe quindi da tradurre come "anfiteatro di corte", legato al Palazzo Sessoriano (o Sessorium), di cui facevano parte anche l'edificio su cui oggi insiste la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme e i resti dell'aula absidata ad essa adiacente visibili nel giardino dell'ex comando dei Granatieri di Sardegna che attualmente ospita il Museo della Fanteria.
Fu terminato probabilmente insieme al resto del complesso residenziale imperiale, la cui costruzione fu intrapresa sotto Settimio Severo (193-211), all'epoca di Eliogabalo (218-222) e restò in uso fino alla costruzione delle Mura aureliane (273-275), che lo tagliarono a metà e lo trasformarono in bastione avanzato, tramite la tamponatura degli archi della facciata.
 
Ricostruzione dell'inserimento dell'anfiteatro nella cinta muraria all'epoca di Aureliano
 
Di forma ellittica (asse maggiore di 88 m e asse minore di 75,80 m), presenta attualmente a vista parte delle fondazioni (in cementizio con caementa in selce), a causa dell'abbassamento del piano di campagna circostante, mentre l'elevato è in opera laterizia.
Quattro ingressi davano accesso ai sedili ed al pulvinar e poteva contenere circa 3.500 spettatori. Un corridoio carrabile lo collegava al Palazzo.
In questo settore della cinta difensiva, probabilmente, i Goti di Vitige, durante l'assedio del 537-38 aprirono una breccia senza riuscire a penetrare in città.
Fino alla metà del XVI secolo l'anfiteatro castrense conservava anche resti dei due ordini superiori, poi fatti abbattere per esigenze difensive da papa Paolo IV (1555-1559).
La facciata esterna aveva tre ordini: il primo presentava arcate, inquadrate da semicolonne, il secondo arcate, chiuse da bassi parapetti, inquadrate da lesene e il terzo un attico con finestre ripartito da lesene. Superiormente vi si trovavano probabilmente mensole in travertino per sostenere i pali del velarium.
Sui tre ordini semicolonne e lesene erano sormontate da capitelli corinzi ed erano realizzate interamente in mattoni, come il resto della struttura, fatto piuttosto raro per edifici di questo tipo, costruiti solitamente in pietra.
 
 
All'interno, attualmente occupato dall'orto del convento di Santa Croce in Gerusalemme, i gradini della cavea dovevano essere sorretti da ambulacri con volte a botte, sovrapposti come gli ordini della facciata.
Ambienti sotterranei erano ricavati sotto l'arena, i cui resti furono visti in scavi settecenteschi.
In questi ambienti fu rinvenuto nel corso degli scavi un gran numero di ossa di fiere, questo ha fatto pensare che, fin quando l'anfiteatro rimase in uso, fosse adibito a spettacoli gladiatori e venatori riservati alla corte imperiale.
 

martedì 14 maggio 2013

Porta Metronia

Porta Metronia

Porta Metronia in un'incisione del 1577

Nel tempo le furono assegnati vari nomi, ma sembrano tutti (compreso quello attuale) deformazioni da un originale Metrovia (derivato forse da un qualche Metrobius o Metronianus che pare potesse avere dei possedimenti in zona, durante il basso impero).
Un'ipotesi un po' fantasiosa, nata ad opera dei filologi del XIV secolo, la definisce Porta Metaura, facendone derivare il nome da meta aurum, cioè il luogo in cui veniva depositato e pesato l'oro dei tributi che le province versavano a Roma, prima che venisse trasferito nelle casse dello Stato. Ma nessun elemento suffraga quest'ipotesi.
L'unico nome che si discosta da queste radici è "Porta Gabiusa", dovuto al fatto che per la via che da lì partiva (l'attuale via Gallia), era possibile arrivare alla città di Gabii.

Originariamente non rivestiva particolare importanza, tant'è che fu aperta con le caratteristiche di una posterla di terz'ordine, più o meno come le porte Pinciana e Asinaria; ma mentre queste due vennero promosse al rango di porte vere e proprie in occasione dei restauri operati intorno al 403 dall'imperatore Onorio, la Metronia rimase ancora a lungo una semplice apertura di servizio. Ad ulteriore conferma della scarsa importanza, unica tra tutte le porte di Roma, si apriva alla base di una torretta merlata sporgente sul lato interno del muro che, in quella zona, compie un'ampia curva.
 
La torretta merlata su cui si apriva la porta
 
Il fornice, senza stipiti e architravi, è un semplice arco in laterizio, tuttora visibile da entrambi i lati sebbene sia murato. La chiusura sembra possa farsi risalire al 1122, quando il papa Callisto II utilizzò la porta come passaggio dell' Acqua Mariana (Marana), rendendola pertanto inaccessibile al traffico cittadino.
Dal 1173 in diversi documenti compare la denominazione Porta Metromii in Pantano: evidentemente la Marana, nell’incanalarsi nella conduttura sotto la Porta, andò a formare uno stagno; e a partire dal XIII secolo l’area fuori Porta Metronia fu detta Lo Pantano, le acque stagnanti furono la causa prima di un’epidemia che colpì gli abitanti del Celio. Il problema fu definitivamente risolto con l’apertura della Passeggiata Archeologica, tutta la terra qui scavata fu scaricata nell’area di Piazzale Metronio e di piazza di Porta Metronia; questo portò ad un notevole innalzamento del piano e sotterrò completamente il varco idrico.

Il fornice murato di Porta Metronia
 
I quattro archi laterali (che hanno usurpato il nome alla porta ormai chiusa) furono aperti, per motivi di viabilità cittadina, in due fasi successive nella prima metà del secolo scorso.



 
 
 
 


domenica 12 maggio 2013

Porta Appia (Porta S.Sebastiano)

Porta Appia (Porta S.Sebastiano)

Lato interno

Il nome originario della porta era Appia perché da lì passava la via Appia, la regina viarum che cominciava poco più indietro, dalla Porta Capena delle mura serviane, e lo conservò a lungo.
Nel medioevo sembra fosse chiamata anche “Accia” (o “Dazza” o “Datia”), la cui etimologia, alquanto incerta, sembra però legata al fatto che lì vicino scorresse il fiumicello Almone, chiamato “acqua Accia”.
Un documento del 1434 la menziona come Porta Domine quo vadis.
Solo dopo la metà del XV secolo è finalmente attestato il nome con cui è conosciuta ancora oggi, legato alla vicinanza alla basilica e alle catacombe di San Sebastiano.

La struttura originaria d’epoca aureliana, edificata quindi verso il 275, prevedeva un’apertura con due fornici sormontati da finestre ad arco, compreso tra due torri semicilindriche. La copertura della facciata era in travertino.
In seguito ad un successivo restauro le due torri furono ampliate, rialzate e collegate, secondo l'ipotesi avanzata da Richmond, con due muri paralleli (di cui non è rimasto nulla), al preesistente arco di Druso, distante pochi metri verso l’interno, in modo da formare un cortile interno in cui l’arco aveva la funzione di controporta.
Saggi di scavo intrapresi nel 1931 hanno però riportato alla luce un muro ad arco di cerchio pertinente ad uno dei bracci della controporta che sembrano far escludere che l'arco sia mai stato inglobato nel dispositivo difensivo.


In occasione del rifacimento operato nel 403 dall’imperatore Onorio la porta fu ridisegnata con un solo fornice, con un attico rialzato nel quale si aprono due file di cinque finestre ad arco e venne fornita di un camminamento di ronda scoperto e merlato. La base delle due torri fu inglobata in due basamenti a pianta quadrata, rivestiti di marmo.
La mancanza della solita lapide commemorativa dei lavori fa dubitare qualche studioso che l’intervento possa essere opera di Onorio, che invece ha lasciato epigrafi laudative su ogni altro intervento effettuato sulle mura o sulle porte.
Un successivo rifacimento - forse nel corso delle opere di consolidamento delle mura intraprese da Belisario nel 536 - le conferì l’aspetto attuale, in cui tutta la struttura, torri comprese, venne rialzata di un piano.



Arco di Druso: sarebbe in realtà soltanto un fornice con cui l'Acquedotto Antoniniano scavalca la via Appia proprio di fronte alla Porta San Sebastiano.
In quanto parte dell'acquedotto, l'arco cosiddetto di Druso non sarebbe pertanto un arco di trionfo, sebbene per secoli sia stato creduto tale, ed erroneamente identificato con un arco che secondo alcune fonti (Svetonio e Dione) sarebbe stato eretto sull'Appia antica in onore del generale  Druso Maggiore (o Germanico), padre dell'imperatore Claudio (41-54) e morto in battaglia nel 9 a.C.
Per la sua collocazione all'ingresso della regina viarum l'arco sarebbe  poi stato successivamente abbellito e decorato. Quel che ne rimane oggi sono due colonne poste su un alto plinto che inquadrano la facciata rivolta verso l'esterno della città, e parte del timpano triangolare che orna l'attico entro cui passava lo speco dell'acquedotto.
L'Arco di Druso

Secondo un'ipotesi recentemente avanzata dall'archeologa Valeria Di Cola - che riconsidera la possibilità che possa invece trattarsi proprio dell'arco originariamente eretto in onore di Druso Maggiore e citato da Svetonio e Dione - l'arco, così come oggi lo vediamo, sarebbe la sintesi di tre edifici costruiti in epoche diverse. 
Un arco marmoreo di epoca giulio-claudia eretto in onore del generale Druso Maggiore, successivamente riutilizzato come fornice dell'Acquedotto Antoniniano (212-213) e infine ri-monumentalizzato come fronte interno della controporta (XVI sec). A riprova di ciò, oltre a considerazioni inerenti le tecniche edilizie rilevate, il fatto che il canale dell'acquedotto taglierebbe inequivocabilmente l'attico dell'arco dimostrando la sua preesistenza rispetto alla costruzione dell'acquedotto stesso. 

fotografia di Thomas Ashby, 1892

 In questa fotografia del versante dell'arco prospiciente la città, scattata da T.Ashby  nel 1892, si nota addossata all'arco una casupola che probabilmente ospitava il corpo di guardia della dogana  che ebbe sede presso questa porta dal 1870 al 1902.

   La porta Appia era dotata di una doppia chiusura, una realizzata da due battenti in legno e l'altra da una saracinesca che scendeva, entro scanalature tuttora visibili, dalla sovrastante camera di manovra, in cui ancora esistono le mensole in travertino che la sostenevano. Alcune tacche sugli stipiti possono indurre a ritenere che si usassero anche dei travi a rinforzo delle chiusure.
Data l’importanza della via Appia che da qui usciva dalla città, soprattutto in epoca romana tutta l’area era interessata da grossi movimenti di traffico cittadino. Nelle vicinanze della porta sembra esistesse un‘area destinata al parcheggio dei mezzi di trasporto privati di coloro (ovviamente personaggi di un certo rango che potevano permetterselo) che da qui entravano in Roma. Si trattava di quello che oggi si definirebbe un “parcheggio di scambio”, visto che il traffico in città non era consentito, in genere, ai mezzi privati. A questa regola sembra non dovessero sfuggire neanche i membri della casa imperiale, i cui mezzi privati venivano parcheggiati in un’area riservata (chiamata mutatorium Caesaris) poco distante, verso l’inizio della via Appia.


Anche qui sul rivestimento in travertino alla della base della porta sono visibili le protuberanze apotropaiche fatte scolpire da Onorio (cfr. Porta Pinciana).
Secondo lo storico Antonio Nibby al centro dell’arco della porta, sul lato interno, è scolpita una croce greca inscritta in una circonferenza, con un’iscrizione, in greco, dedicata a San Conone e San Giorgio, risalente al VI-VII secolo, ma non ve n’è alcuna traccia visibile.
Ancora, sullo stipite destro della porta è incisa la figura dell’Arcangelo Michele mentre uccide un drago, a fianco della quale si trova un’iscrizione, in un latino medievale in caratteri gotici, in cui viene ricordata la battaglia combattuta il 29 settembre 1327 (giorno di San Michele, appunto) dalle milizie romane ghibelline dei Colonna guidate da Giacomo de’ Pontani (o Ponziano) contro l’esercito guelfo del re di Napoli Roberto d'Angiò, guidato da Giovanni e Gaetano Orsini:

ANNO DNI MC…
XVII INDICTIONE
XI MENSE SEPTEM
BRIS DIE PENULTIM
A IN FESTO SCI MICHA
ELIS INTRAVIT GENS
FORASTERA MURI
A ET FUIT DEBELLA
TA A POPULO ROMA
NO QUI STANTE IA
COBO DE PONTIA
NIS CAPITE REG
IONIS

S.Michele arcangelo

Il 5 aprile 1536, in occasione dell’ingresso in Roma dell’imperatore Carlo V, Antonio da Sangallo trasformò la porta in un vero e proprio arco di trionfo, ornandola di statue, colonne e fregi, e predisponendo, anche con l’abbattimento di edifici preesistenti, una via trionfale fino al Foro Romano. L’avvenimento è ricordato in un’iscrizione sopra l’arco che, con un’adulazione un po’ eccessiva, paragona Carlo V a Scipione: “CARLO V ROM. IMP. AUG. III. AFRICANO”. Sempre da qui passò anche, il 4 dicembre 1571, il corteo trionfale in onore di Marcantonio Colonna, il vincitore della battaglia di Lepanto.

 La posterla murata
A fianco della torre occidentale ci sono tracce di una posterla murata, posta ad una certa altezza sul piano stradale, la cui peculiarità è quella di non presentare, sugli stipiti, segni di usura, come se fosse stata chiusa poco dopo averla aperta.

Lo studio di Ettore Muti (1940-1943)

Gli ambienti all'interno della porta – che attualmente ospitano le sale del Museo delle Mura aureliane – furono ristrutturati nel 1939-40 dall'architetto Luigi Moretti per essere adibiti ad abitazione privata e studio di Ettore Muti, Segretario del PNF dall'ottobre del 1939 fino al 28 ottobre 1940, che li occupò fino alla caduta del regime fascista (25 luglio 1943).
I due mosaici ancora visibili al primo piano furono realizzati nell’ambito di questa ristrutturazione.
Il mosaico che raffigura due cervi ed una tigre in agguato si trova nella Sala I, nella torre occidentale.


Il mosaico che raffigura al centro un condottiero a cavallo - oggi ricollocato nella sua originaria disposizione orizzontale - si trova nella Sala II, al primo piano del corpo che collega le due torri.