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lunedì 16 dicembre 2013

Il quartiere veneziano di Costantinopoli

Il quartiere veneziano di Costantinopoli


L'esistenza di un insediamento veneziano in seno alla città di Costantinopoli è attestata con certezza dalle fonti ufficiali per la prima volta nelle concessioni accordate alla Repubblica da Alessio I Comneno con la crisobolla del 1082.
In epoca comnena il quartiere veneziano si estendeva sulla sponda meridionale del Corno d'oro tra la Porta di Perama, detta anche Porta degli Ebrei (l'attuale Balikpazari kapisi) e la Porta del Drongario (l'attuale Odun kapisi) per una lunghezza corrispondente a circa un terzo di miglio.
La Porta del Drongario era così detta perchè costituiva l'accesso riservato al δρουγγαριος τησ βιγλασ, il funzionario responsabile dei servizi di polizia (Vigla) che avevano la sede centrale proprio nei pressi della porta.
La Porta di Perama (letteralmente Porta del Passaggio) doveva invece il nome al fatto che qui si trovava il molo da cui partivano i collegamenti marittimi con la sponda settentrionale del Corno d'oro (Galata). Durante l'occupazione latina viene rinominata Porta degli Ebrei perchè in questa area – dove adesso sorge la moschea Yeni Cami – si era stabilita una comunità di ebrei caraiti. Nella mappa di Cristoforo Buondelmonti (1422) appare inoltre indicata come Porta Piscaria, probabilmente per via del mercato del pesce che usualmente si teneva nelle sue vicinanze, denominazione che rimane nel nome turco della porta attuale (Balikpazari kapisi=Porta del mercato del pesce).

Balikpazari kapisi

Alcune fonti menzionano nella stessa area la Porta San Marci (1) che era in realtà una posterla realizzata in prossimità della chiesa latina dedicata a S. Marco.
Sul litorale, esternamente alle mura marittime, dalla Porta del Drongario a quella di Perama, correva la strada del Drongario, sui cui si affacciavano due filari di abitazioni. All'incirca a metà del tratto di mura compreso tra le due porte, se ne apriva un'altra – la Porta di S.Giovanni de cornibus (l'attuale Zindan kapisi), dal nome di una chiesa che sorgeva nelle vicinanze – che dava accesso al molo detto Scalo del Drongario.

Porta di S.Giovanni in cornibus (Zindan kapisi)

Da questa porta partiva un'importante strada commerciale – il Makros Embolos, corrispondente all'attuale Uzun Çarşı Caddesi – che tagliava perpendicolarmente il quartiere e lo connetteva al centro della città.
Le mura marittime dividevano quindi il quartiere veneziano in una parte extra moenia ed in una intra moenia, il cui limite meridionale era segnato dal muro del sebastokrator, così nominato in un documento del 1206, e di cui non rimane più nulla. Se ne trova però una reminiscenza nel nome attuale del quartiere: Takhti Kale (letteralmente “sopra la fortezza del muro”).
Nel 1189, il quartiere veneziano si espanse verso est a scapito del confinante quartiere genovese, includendo il Palazzo di Botaniate o dei Kalamanos che divenne la sede ufficiale degli uffici amministrativi della colonia. Dopo la caduta dell'Impero latino (1261), i genovesi ottennero da Michele VIII Paleologo l'autorizzazione a demolire la residenza, alcune spoglie della quale furono reimpiegate nella costruzione del Palazzo del Banco di San Giorgio a Genova (2).

Una delle tre teste leonine murate nel portico del Palazzo del Banco di San Giorgio a Genova e provenienti dal Palazzo di Botaniate

All'interno del quartiere veneziano si trovavano quattro chiese adibite al culto latino: S. Acindino, S.Marco de Embolo (“al mercato”) (3), S.Maria de Embolo e S.Nicola de Venetorum.
S.Acindino era la prima chiesa ad essere stata ottenuta dai veneziani, come indica la sua dedicazione ad un santo martire persiano che lascia supporre la sua origine legata al culto greco-ortodosso. Esiste infatti un documento in cui il doge Vitale Falier (1084-1096) la dona nel 1090 al Monastero veneziano di S.Giorgio Maggiore. Al suo interno erano conservati i pesi e le misure utilizzate nelle transazioni commerciali della colonia e vi venivano stipulati gli atti ufficiali giacché il suo sacerdote titolare svolgeva le funzioni di notaio (a partire dal XIII secolo verrà sostituito in questa funzione dal titolare della chiesa di S.Marco).
S.Maria de Embolo: era anche detta chiesa di Sancta Maria in capite Viglae, doveva quindi trovarsi nei pressi della Porta del Drongario.
S.Marco de Embolo: appare per la prima volta nelle fonti scritte nel 1150, era probabilmente costruita per buona parte in legno e si trovava anch'essa nei pressi della Porta del Drongario.
In questa chiesa, la notte del 14 dicembre 1452, il bailo Girolamo Minotto convocò il Consiglio dei Dodici (4) che a somiglianza del Consiglio dei Dieci della madrepatria, lo affiancava nel governo della colonia, in cui fu presa la decisione di trattenere in porto le navi veneziane e partecipare attivamente alla difesa della città.

Durante l'occupazione latina, il quartiere veneziano era governato da un Podestà che era anche il massimo rappresentante della Serenissima per tutta la Romània. Dal 1277 – quando Michele VIII Paleologo, pur riducendone l'estensione, concesse ai veneziani di rientrare in possesso del quartiere di cui erano stati privati dopo la riconquista bizantina (1261) - al governo della colonia fu invece nominato un Bailo con durata biennale della carica.
Girolamo Minotto, nominato bailo di Venezia a Costantinopoli il 15 marzo 1450, potè raggiungere la città è prendere effettivo possesso della sua carica soltanto il 21 aprile 1451. Durante l'assedio organizzò e diresse il contributo dei veneziani presenti alla difesa della città. Catturato dalle truppe di Zaganos pasha fu giustiziato per ordine del sultano il 30 maggio insieme ad uno dei suoi figli.
La caduta della città segnò la fine del quartiere veneziano sul Corno d'oro ma già nel 1497, in base ad un accordo siglato con la Sublime Porta, i veneziani ebbero un ambasciatore permanente a Costantinopoli che mantenne il titolo di bailo e risiedette a Pera, nella cosidetta Casa baliaggia – l'attuale Palazzo Venezia, residenza stanbulina dell'ambasciatore italiano e sede del consolato - fino alla caduta della Serenissima (è considerata la prima sede di rappresentanza diplomatica permanente della storia).

Palazzo Venezia a Pera. L'aspetto attuale è frutto di un rimaneggiamento settecentesco.
 
Balkapani han
In questo han (centro commerciale) realizzato in epoca ottomana, ma le cui sostruzioni sono sicuramente precedenti al 1453, alcuni studiosi hanno identificato il sito su cui precedentemente sorgeva un fondaco veneziano.

Balkapani han

Note:

(1) Secondo altri autori la Porta di San Marci era invece il nome dato dai latini alla Porta di Perama.

(2) Un palazzo detto dei Botaniate o dei Kalamanos (domum Calamani et Votaniatae nel testo latino) compare in un inventario delle proprietà concesse in uso ai genovesi da Isacco II Angelo redatto nel 1192 ed in un altro del 1202, in cui viene collocato a metà della collina che dal Corno d'oro si estende fino al Foro di Costantino. Dovrebbe trattarsi del palazzo fatto costruire da Michele Botaniate, padre dell'imperatore Niceforo III (1078-1081), che soggiornò frequentemente nella capitale (cfr. Michele Attaliate, Storia. Opera che abbraccia un periodo che va dal 1034 al 1079 di cui l'autore fu testimone diretto e che è esplicitamente dedicata a Niceforo III). Il palazzo sarebbe stato successivamente occupato, nella seconda metà del XII secolo, dal generale di origine ungherese Costantino Kalamanos – nominato nel 1167 governatore della Cilicia da Manuele I Comneno – e dai suoi discendenti fino al 1192 quando fu donato ai genovesi che v'istallarono gli uffici amministrativi della loro colonia.
Uno scantinato in Cemal Nadir street (Acimusluk), attualmente adibito a deposito, è stato identificato come parte delle strutture di fondazione del palazzo.


(3) Il termine embolo è sostanzialmente un equivalente del termine fondaco ed indicava un complesso di edifici in cui i mercanti stranieri, per concessione delle autorità locali, potevano risiedere, immagazzinare le loro merci e trattare i loro affari (exchange house). A Costantinopoli la parola estese il suo significato originario ad indicare l'intero quartiere veneziano. In alcune fonti veneziane, il quartiere costantinopolitano è indicato anche come contrà de San Marco Evangelista.

(4) Il Consiglio dei Dodici - così come a Venezia il Consiglio dei Dieci - non era quasi mai formato esattamente da dodici membri. Il numero dei partecipanti poteva variare infatti a seconda di quanti fossero in quel momento presenti nella colonia. Un esame dei verbali risalenti alla fine del Cinquecento ha permesso di contare da un minimo di otto a un massimo di una ventina persone compreso il bailo che lo presiedeva, ma non è detto che vi potessero essere anche maggiori variazioni.


Narrativa moderna e contemporanea

Alan Gordon, Morte nel quartiere veneziano, Hobby & Work, 2003.
Il giullare detective Theophilos indaga su una morte sospetta nel quartiere veneziano negli ultimi giorni del regno di Alessio II Angelo.

 




martedì 10 dicembre 2013

L'Oratorio di S.Maria in via Lata


L'Oratorio di S.Maria in via Lata
(Oratorio di S. Paolo apostolo, di Luca Evangelista e di Marziale martire)


L’antica Diaconia di Santa Maria in via Lata è composta da sette vani (oggi sotterranei) le cui pareti furono innalzate tra i pilastri di un portico su colonne (ipostilo) che correva parallelamente all’antica via Flaminia costruito intorno al I sec. Le stanze infatti conservano un aspetto ed una forma simmetrica in cui si possono ancora vedere alcuni dei pilastri in travertino posizionati agli angoli dei vani.

 In una successiva fase edilizia risalente al III-IV sec. il sito fu trasformato ad uso commerciale ricavando dei magazzini (horrea). A questo periodo farebbe riferimento anche la costruzione di un soppalco o di un piano rialzato al suo interno e di un tetto a volta.
L’intero complesso (porticato e magazzini) doveva essere di un altezza pari a circa 8 metri dal suolo.
Le attività di distribuzione dei beni di prima necessità, come la frumentatio, ovvero la distribuzione gratuita del pane al popolo, avvenivano in spazi come questo predisposti dalla Cura Annonae.
A partire dal VII sec., all’interno di molti di questi centri di distribuzione la Chiesa istituì le Diaconie che erano dedite alla carità e all’assistenza dei poveri favorendo l’unità del tessuto sociale cittadino con un’azione improntata all’amore verso il prossimo.

Una volta caduti in disuso, gli horrea situati lungo l’antica via Lata subirono delle trasformazioni; i muri in laterizio che dividevano le celle furono abbattuti per ottenere degli ambienti allungati a galleria nei quali furono poi istituiti la diaconia e l'oratorio di S.Maria in via Lata. Le fonti ecclesiastiche fanno risalire la consacrazione di questa diaconia – che fu probabilmente affidata a monaci orientali - al pontificato di Sergio I (687-701) anche se la datazione è ancora incerta (alcuni autori propongono di spostarla alla metà del VII secolo, durante il pontificato di Martino I, cfr. l'affresco dei Sette Dormienti - che risale alla fase decorativa più antica - con quello dei Maccabei in S.Maria Antiqua). La frequentazione dell’oratorio è, invece, documentata almeno fino al XII secolo.

L’edificazione della Basilica medievale sui resti della diaconia risalirebbe all’anno 1049 sotto il pontificato di Leone IX. L’edificio venne realizzato con la facciata rivolta verso l’odierna piazza del Collegio Romano e l’abside addossata all’Arcus Novus.
Nel 1491, durante il pontificato di Innocenzo VIII Cybo (il cui stemma è murato sulla facciata laterale della chiesa che da sulla via Lata), a causa delle cattive condizioni della basilica medievale, si decise l’edificazione di una nuova chiesa facendo ruotare la facciata di 180 gradi su via del Corso - come la vediamo oggi - il che comportò anche una parziale trasformazione degli ambienti sotterranei, di cui soltanto una parte fu utilizzata come cripta della chiesa superiore. Vi si accedeva attraverso una porta arcuata che si apriva nel vano I.
Una volta entrati nel sotterraneo, solo i primi due vani erano accessibili. La vecchia abside fu murata con mattoni e cemento per consolidare la facciata.
I lavori si conclusero nel 1506 ma continuarono interventi correttivi e di aggiustamento fino a che verso la fine del XVI secolo la chiesa quattrocentesca venne demolita e ricostruita come oggi la vediamo.
Nel 1594 per ripristinare l’antico oratorio fu dato incarico al muratore Agostino Gasoli di sopraelevare di circa 1 metro il pavimento della Diaconia e l’imbocco di un pozzo che si trova nel sotterraneo. Furono ripristinati gli ambienti V e VI dove furono sistemati rispettivamente l’altare col bassorilievo marmoreo opera di Cosimo Farcelli e l’altare cosmatesco e aggiunta un’ulteriore scala di accesso al sotterraneo. La cripta della chiesa di Santa Maria in via Lata fu inaugurata nel 1661, un anno prima del completamento della facciata ad opera di Pietro da Cortona.

Entrando nei sotterranei dall’ingresso situato a via del Corso 306 si accede al vano I. All'entrata si legge: Oratorio di S. Paolo apostolo, di Luca Evangelista e di Marziale martire, ove si trovava l'immagine ritrovata della beata Maria Vergine, una delle sette dipinte dal beato Luca.

1. Colonna di S.Paolo
2. Pozzo
3. Affresco con 3 strati di pittura
4. Altare
5. Tamponatura dell'antica abside
6. Affresco dei Sette Dormienti
7. Altare cosmatesco

Addossata al muro si trova un’antica colonna in granito con capitello corinzio, sormontata da un vaso marmoreo, forse un’antica urna funeraria con il cristogramma costantiniano.
Sulla colonna sono incise in senso diagonale le parole latine “Verbum Dei non est alligatum” (La parola di Dio non è incatenata), sono inoltre visibili le tracce ferruginose degli anelli della catena che un tempo era avvolta intorno ad essa.

Colonna di San Paolo (1)

Una leggenda narra che in questo sito, poi trasformato in diaconia, dimorarono i SS. Luca Evangelista e Paolo e che la colonna venne usata per incatenare San Paolo durante la sua presunta prigionia in attesa del processo (1).
Si narra, inoltre, che San Luca Evangelista abbia qui dipinto un'icona raffigurante la Vergine Maria di cui, quella attualmente situata sull'altare della Basilica superiore sarebbe una copia eseguita nel XII secolo.


Gli ambienti II e V corrispondono alla navata centrale dell’antica diaconia che aveva un orientamento diametralmente opposto rispetto alla Basilica attuale. Nel vano II, sul muro a ovest si trova l’abside affrescata tamponata da una muratura eseguita durante la costruzione della facciata superiore. Sia l’abside che le pareti laterali presentano resti di affreschi databili al X sec. circa. Addossato al muro settentrionale del vano II si trova un antico altare paleocristiano in muratura con intonaci affrescati. Al di sopra dell’altare i resti di un affresco raffigurante il Cristo Crocifisso.
Tra i vani e IV e V, durante gli scavi del 1905, fu scoperto un antico passaggio a volta sui cui stipiti furono rinvenuti i ritratti dei martiri Giovanni e Paolo celimontani venerati nella Basilica loro intitolata al Celio, databili alla fine dell’VIII sec (2). I due santi sono identificati come ostiarii (i guardiani della chiesa) dalla bacchetta che entrambi portano in mano.

I SS. Giovanni (a ds) e Paolo (a sn.) celimontani

Sulla parete nord del vano IV fu scoperto un palinsesto di affreschi disposti uno sull’altro. Sullo strato inferiore, più antico, sono dipinte delle scene tratte dall’episodio dei Sette dormienti di Efeso mentre nel superiore (che copriva parzialmente il primo) ci sono episodi del martirio di S. Erasmo.


Il vescovo di Efeso ed il proconsole Antipatro giungono alla grotta dei Sette Dormienti (6)
Nella parte superiore si notano i resti di un'iscrizione in greco

S.Erasmo al cospetto di Diocleziano e Flagellazione del santo (6)
Questo affresco ricopriva in parte il precedente

Le datazioni di questi affreschi devono collocarsi secondo gli studiosi, per il ciclo più antico al VII sec., quello più recente all’VIII.
Su una parete del vano II è stato scoperto un altro palinsesto: nello strato più antico, in basso, resta la parte inferiore di una figura con tunica e mantello, in quello intermedio (al centro), i piedi di due figure ed in quello più recente (in alto) si riconosce la scena della Moltiplicazione dei pani e dei pesci dalla figura di un discepolo che offre due pesci al Cristo.

(3)

In un arcosolio all’interno del vano III fu rinvenuto l’affresco che ritrae L’orazione di Gesù nell’orto del Getsemani, coevo ai dipinti più antichi ed oggi comprensibile solo attraverso la documentazione fotografica eseguita al momento della scoperta (1904-1905) da Wilpert.

Negli anni '60 del secolo scorso, a causa del degrado degli affreschi, il Consiglio Superiore delle Antichità e delle Belle Arti ne dispose la rimozione. Gli affreschi originali, restaurati, sono oggi conservati nella sede del Museo Nazionale Romano della Crypta Balbi, sostituiti in loco da riproduzioni fotografiche. 

Note:

(1) Tra il 60 e il 62 San Paolo avrebbe trascorso due anni a Roma agli arresti domiciliari (secondo la formula della custodia militaris, che permetteva al prigioniero di poter scegliere una propria residenza ma lo vincolava alla sorveglianza di un soldato che lo accompagnava tenendolo legato con la catena al polso destro ogni volta che doveva uscire) in attesa di essere processato, godendo comunque di una certa libertà: A Roma fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia (AdA XXVIII, 16); Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento (AdA XXVIII, 30-31).
Secondo un'altra tradizione, la dimora romana dove soggiornò l'apostolo durante la custodia militaris si trovava invece a Trastevere, dove oggi sorge la chiesa di S.Paolo alla Regola.

(2) Secondo una passio praticamente coeva alle loro vite, Giovanni e Paolo sarebbero stati due fratelli cristiani ricchi e particolarmente caritatevoli, appartenenti ad una famiglia romana molto in vista, che Giuliano l'Apostata (360-363) avrebbe condannato ad essere decapitati e sepolti in una fossa sotto la loro abitazione sul Clivio di Scaurio al Celio. Sopra il sepolcro (vedi Il martyrion dei SS. Giovanni e Paolo celimontani) sarebbe poi sorta la basilica ad essi dedicata. Si tratterebbe però degli unici martiri romani accertati durante la restaurazione pagana di Giuliano, per questo alcuni storici tendono a spostare il racconto della passio - confermato dal rinvenimento dei resti di una villa romana al di sotto della basilica - all'epoca delle persecuzioni di Diocleziano (303-305).


lunedì 9 dicembre 2013

La leggenda dei Sette Dormienti di Efeso

La leggenda dei Sette Dormienti di Efeso

La leggenda dei Sette Dormienti di Efeso compare per la prima volta in Occidente nella Passio sanctorum septem dormientium di Gregorio di Tours (538-594), che è un adattamento in latino di una di una omelia metrica del vescovo siriano Giacomo di Sarug (449-521). Ricorre inoltre nel Menologio di Basilio II redatto da Simeone Metafraste (985 c.ca) e nella Legenda aurea di Jacopo da Varazze (XIII sec.).
Lo storico belga Ernest Honigmann (Stephen of Ephesus and the legend of seven sleepers, 1953) fa risalire al vescovo di Efeso, Stefano (448-451), il primo nucleo del racconto romanzato dei Sette Dormienti. Egli si basa sul fatto che poco prima di morire l'imperatore Teodosio II (408-450) si recò realmente a Efeso per pregare sulla tomba di San Giovanni al fine di conoscere il nome del suo successore (Marciano). Tenendo conto che il secondo concilio di Efeso, definito da papa Leone Magno (440-461) il latrocinio di Efeso*, si tenne nell’agosto del 449 dopo la celebrazione del primo anniversario della leggenda, lo studioso conclude che la sua comparsa sia databile all'anno 448.

* Il II Concilio di Efeso, convocato da Teodosio II, riabilitò il monaco Eutiche e le sue posizioni monofisite che erano state osteggiate dal papa e sanzionate con la scomunica da parte del patriarca di Costantinopoli. Ai legati papali fu impedito di riferire le posizioni del pontefice e di leggere la sua lettera.
 
La grotta dei Sette Dormienti
Efeso
 

Il testo che segue, compresa la glossa finale, è tratto dalla Legenda aurea di Jacopo da Varazze.

I Sette Dormienti nacquero nella città di Efeso. Quando l’imperatore Decio perseguitava i cristiani andò a Efeso e fece edificare dei templi in mezzo alla città, perché tutti si unissero a lui per sacrificare agli dei. Fece cercare tutti i cristiani e li fece mettere in catene, obbligandoli a scegliere se sacrificare agli dei o morire: tale era il terrore che l'amico rinnegava l’amico, il padre il figlio e il figlio il padre. C’erano in quella città sette cristiani, che si chiamavano Massimiano, Malco, Marciano, Dionisio, Giovanni, Serapione e Costantino. Essendo i primi ufficiali del palazzo e disprezzando i sacrifici offerti agli idoli, si rammaricavano molto e stavano nascosti nella loro casa, dedicandosi ai digiuni e alle orazioni.
Accusati e tradotti dinanzi a Decio, fu dimostrato che erano realmente cristiani e si diede loro il tempo di ravvedersi e furono rilasciati fino al ritorno dell’imperatore. Ma essi approfittarono di questo tempo, distribuirono tutti i loro averi ai poveri e presero la decisione di ritirarsi sul monte Celion, dove sarebbero potuti rimanere nascosti. Così rimasero a lungo, mentre uno di loro procurava ciò che era necessario e ogni volta che entrava in città si travestiva da mendicante.
Quando Decio ritornò a Efeso, ordinò di cercare i sette per obbligarli a sacrificare. Malco, che serviva loro, ritornò spaventato dai suoi compagni e riferì la furia dell’imperatore. Essi furono afferrati dalla paura e allora Malco dette loro i pani che aveva portato, affinché, rifocillati, acquistassero più forze per la battaglia. Dopo aver cenato, si sedettero e si misero a parlare tra loro con lamenti e pianti e, per volontà di Dio, si addormentarono. Quando fu la mattina, li cercarono ma non li trovarono, e Decio si dolse di aver perduto tali valorosi giovani. Furono poi accusati di essere nascosti fino allora sul monte Celion, di persistere nei loro convincimenti e di aver distribuito i loro beni ai poveri. Decio, dunque, ordinò di far comparire i loro genitori, minacciandoli di morte se non avessero dichiarato tutto ciò che sapevano. Anche i loro genitori li accusarono come gli altri e si lamentarono che le ricchezze erano state tutte date ai poveri.
Allora Decio rifletté su cosa fare di loro e, per ispirazione di Dio, fece chiudere l’ingresso della caverna con un muro di pietre, affinché i sette, rinchiusi là dentro, morissero di fame e di stenti. Si eseguì l’ordine e due cristiani, Teodoro e Rufino, descrissero il loro martirio e, per precauzione, nascosero lo scritto tra le pietre.
Quando Decio e tutta la sua generazione furono morti, dopo trecentosettantadue anni, nel trentesimo anno d’impero di Teodosio, si diffuse l’eresia di coloro che negavano la resurrezione dei morti. Teodosio, che era un imperatore molto cristiano, fu molto rattristato nel vedere la fede così indegnamente attaccata. Egli indossò un cilicio e ogni giorno si ritirava in un luogo appartato del suo palazzo per piangere.
Dio, vedendo tutto ciò, volle consolare questi afflitti e confermare la speranza della resurrezione dei morti; aprì il tesoro della sua pietà e risvegliò i sette martiri nel modo seguente. Mise in mente a un cittadino di Efeso l’idea di far costruire sul monte Celion degli ovili per i pastori. Dopo che i muratori ebbero aperto la grotta, i santi si svegliarono e si salutarono, convinti di aver dormito una sola notte; poi, ricordandosi delle pene del giorno precedente, chiesero a Malco, che li serviva, che cosa aveva deciso Decio sulla loro sorte. Ma egli rispose la stessa cosa che aveva risposto la sera prima: “Ci è stato richiesto di sacrificare agli idoli: ecco cosa vuole da noi l’imperatore”. Massimiano rispose: “Dio sa che non sacrificheremo”.
Dopo avere incoraggiato i suoi compagni, ordinò a Malco di scendere in città a comperare il pane, raccomandandogli di prenderne un po’ di più del giorno precedente, e di tornare a riferire le disposizioni dell’imperatore. Marco prese cinque soldi, uscì dalla spelonca, vide le pietre ammassate, se ne stupì, ma pensando ad altro, non vi dette molto peso.
Quando arrivò, non senza apprensione, alla porta della città, si meravigliò molto di vederla sormontata dal segno della croce; allora andò a un’altra porta e vide lo stesso segno della croce, e si stupì sempre più vedendo la croce sopra tutte le porte e trovando la città cambiata. Si fece il segno di croce e ritornò alla prima porta pensando di aver sognato. Infine si riassicurò, si nascose il viso, entrò in città e sentì i venditori di pane che parlavano tutti di Cristo, e, al colmo dello stupore esclamò: “Com'è che ieri nessuno osava neppur nominare Cristo, e oggi tutti proclamano il suo nome? Forse questa non è la città di Efeso, perché è diversa: ma non conosco altre città fatte così”.
Si informò e gli fu risposto che si trattava veramente di Efeso. Credendosi preso in giro, pensò di tornare dai suoi compagni, ma poi entrò dai venditori di pane. Quando tirò fuori le sue monete d’argento, i venditori stupiti credettero che il ragazzo avesse trovato un antico tesoro. Malco, vedendoli parlare sottovoce tra di loro, pensò che volessero condurlo dall’imperatore, e, in preda alla paura, li implorò di lasciarlo andare e di tenersi i pani e il resto del denaro. Ma quelli lo trattennero e gli dissero: “Di dove sei? Se hai trovato dei tesori degli antichi imperatori, diccelo, e divideremo con te. Ti terremo nascosto, altrimenti tutti lo sapranno”.
Per la paura, Malco non seppe cosa rispondere e allora i commercianti, vedendo che se ne stava zitto, gli misero una fune al collo e lo trascinarono per le strade fino in centro alla città. Intanto si diffuse la voce che un giovane aveva scoperto dei tesori.
Tutti si accalcavano attorno a lui, e Malco voleva convincerli di non aver trovato nulla, guardava attorno ma nessuno lo riconosceva, e lui pure, guardando la folla, cercava di scorgere qualche suo parente – che credeva in buona fede fosse ancora in vita – e non trovando nessuno stava in mezzo alla gente della città come un ebete.
Quando il vescovo san Martino e il proconsole Antipatro, appena giunto in città, seppero l’accaduto, essi dettero disposizione di portare loro, con cautela, quell’uomo e le sue monete. Mentre Malco veniva condotto alla chiesa dalle guardie, pensava che lo stessero portando dall’imperatore. Il vescovo e il proconsole, sorpresi dalle monete d’argento, gli chiesero dove avesse trovato quel tesoro sconosciuto, ma lui rispose che quei soldi venivano dalla borsa dei suoi genitori. Gli chiesero allora da quale città venisse ed egli rispose: “Sono di questa città, se questa è Efeso”. “Fai venire i tuoi genitori, - disse allora il proconsole, - in modo che possano giustificarti”. Quando però disse i loro nomi, nessuno li conosceva, e pensarono che stesse mentendo per poi poter scappare. E il procuratore gli disse: “Come facciamo a credere che questi soldi sono dei tuoi genitori, se la scritta che c’è sopra dice che hanno più di trecentosettantasette anni? Risalgono ai primi anni di Decio imperatore e sono del tutto diversi dalle monete d’argento dei nostri giorni. E com’è possibile che i tuoi genitori siano così vecchi e tu così giovane? Vuoi forse prenderti gioco dei sapienti di Efeso? Ti affiderò alla Giustizia, fino a che non confesserai cosa hai trovato”.
Malco allora si gettò ai loro piedi e disse: “Signori, per carità di Dio, ditemi ciò che vi chiedo, e io vi aprirò il mio cuore. L’imperatore Decio, che è stato in questa città, dove è ora?”
“Non c'è più ai giorni nostri – rispose il vescovo – un imperatore di nome Decio; ce ne fu uno molto tempo fa”.
“Mio signore, è questo che mi stupisce, e nessuno mi crede, ma seguitemi e vi farò vedere i miei compagni, che sono nel monte Celion, e a loro crederete. So di certo che siamo scappati dal cospetto di Decio, e io proprio ieri sera l’ho visto entrare in questa città sempre che questa città sia proprio Efeso”.
Il vescovo pensieroso disse al proconsole: “Dio vuol mostrarci una qualche prodigiosa visione attraverso questo ragazzo”.


Il vescovo di Efeso ed il proconsole Antipatro si recano alla grotta dei Sette Dormienti.

Dunque lo seguirono, e con loro venne una gran folla di gente dalla città. Entrò per primo Malco dai suoi compagni, poi il vescovo, che vide fra le pietre la lettera con due sigilli d’argento. Chiamata la folla attorno la lesse, e tutti quelli che l’ascoltavano erano pieni di meraviglia. Vedendo i santi di Dio seduti nella grotta freschi come rose, si gettarono a terra a glorificare il Signore.
Il vescovo e il proconsole mandarono a dire a Teodosio di venire presto a vedere il grande prodigio compiuto da Dio in quei giorni. Subito alzandosi dal sacco su cui giaceva a terra piangendo, venne da Costantinopoli a Efeso rendendo grazie a Dio. E tutti quelli che gli si facevano intorno andarono con lui alla grotta. Appena i santi videro l’imperatore, i loro volti risplendettero, e l’imperatore si gettò ai loro piedi rendendo gloria a Dio; poi si rialzò, li abbracciò e pianse su ciascuno di loro dicendo: “Vi guardo ed è come se vedessi il Signore che resuscita Lazzaro”.
Allora san Massimiano disse: “Credici, è per causa tua che il Signore ci ha resuscitati proprio alla vigilia della festa della Resurrezione, affinché crediate che la resurrezione dei morti è una verità. Noi siamo veramente risorti e viviamo, e, come un bambino sta nel seno della madre senza sentire urti, così anche noi fummo vivi, giacendo addormentati, senza sentire alcuno stimolo”.
Pronunciate queste parole sotto gli occhi di tutti reclinarono nuovamente il capo a terra, addormentandosi e rendendo lo spirito, come Dio volle.
L’imperatore si rialzò e si gettò su di loro piangendo e baciandoli. Avendo l’imperatore deciso di farli riporre in sepolcri d’oro, la notte stessa apparvero all’imperatore dicendo che, come sino a poc’anzi erano giaciuti in terra e dalla terra erano risorti, così li lasciasse, sino a che il Signore non concedesse una seconda resurrezione. L’imperatore allora dispose che quella località fosse adornata di pietre dorate, e che tutti i vescovi che professavano la fede nella resurrezione fossero prosciolti.

Che essi abbiano dormito trecentosettantadue anni, come si è detto, è cosa dubbia, perché essi resuscitarono l’anno del Signore 448. Ma, Decio regnò soltanto un anno e tre mesi, nell’anno 252. Così non dormirono che centonovantasei anni.



giovedì 28 novembre 2013

Chiesa degli Armeni, Famagosta

Chiesa degli Armeni, Famagosta

La chiesa di S.Maria del Carmelo e, a destra, quella degli Armeni

E' situata all’estremo angolo NO della città, a ridosso del Bastione Martinengo e accanto alla chiesa di S.Maria del Carmelo.
Nel XIV secolo, il progressivo dissolversi del regno di Armenia di fronte all'avanzata dei mamelucchi determinò l'afflusso di esuli dalla vicina costa della Cilicia che si stabilirono in questa parte della città (1).
Nel 1317 fu terminata una chiesa annessa ad un importante monastero fondato nel 1310 sotto gli auspici di re Oshin d'Armenia (1307-1320). Vecchie fotografie mostrano attorno alla chiesa, che oggi appare del tutto isolata, le rovine del monastero e ciò ci consente d'identificarla con il katholikon dello stesso.


Esternamente la muratura, nella porzione inferiore, appare impreziosita da croci scolpite nella pietra all'interno di forme circolari o rettangolari (khač‘kars), secondo un motivo decorativo che ricorre spesso nelle chiese della Cilicia.


In alto, al centro delle pareti ovest, nord e sud si aprono altrettante finestre gotiche strambate e incappucciate da una modanatura che funge da gocciolatoio, al di sopra delle quali il tetto forma un doppio spiovente. Ognuna delle tre facciate presenta anche, in basso ed in corrispondenza delle finestre, un portale sormontato da un arco a sesto acuto (quello settentrionale attualmente murato).

I contrafforti lungo i lati nord e sud – che non si riscontrano praticamente mai nelle chiese di Cilicia – appaiono un tratto locale, probabilmente mutuato dalla cattedrale di san Nicola che veniva costruita nello stesso periodo.
In epoca successiva alla fondazione a nord dell’abside era stata addossata una piccola cappella o sacrestia oggi completamente scomparsa.

Abside

All'interno presenta una pianta a navata unica che termina ad oriente con bema rialzato da un doppio gradino ed un abside semicircolare traforato da un'unica stretta finestrella centrale. E' coperta da una volta a croce – con una rosa scolpita nella chiave – che si allunga in due volte a botte verso est ed ovest.

Sulle pareti sono presenti numerosi resti di affreschi in pessime condizioni.
Il programma iconografico si svolgeva sulle tre pareti della nave e sull'abside. Sulla controfacciata, oggi completamente imbiancata, ai lati della porta erano raffigurati da un lato S.Elena e la Vergine e dall'altra S.Teodoro Stratelate a cavallo mentre trafigge un serpente; sulla parete settentrionale, Natività e Battesimo, il Cristo Pantokrator e l'Imago pietatis (2) sul registro inferiore; la Flagellazione, l'Ascesa al Calvario, Crocefissione, Deposizione e Sepoltura nel registro superiore (3).

La Flagellazione
il Cristo è legato ad una colonna di porfido rosso mentre è fustigato da due uomini. Sullo sfondo le architetture del palazzo di Pilato.

La Sepoltura
Nella scena si distinguono Giovanni e Giuseppe di Arimatea mentre trasportano il corpo del Cristo al sepolcro al cui ingresso è raffigurato Nicodemo accanto alla Vergine inginocchiata.

Sulla parete sud è ancora distinguibile la scena della Koimesis, mentre nel catino absidale sopravvive unicamente la figura della donatrice probabilmente inginocchiata davanti alla Vergine a cui la chiesa era dedicata. Posizione del tutto inusuale dal momento che il santuario era interdetto ai laici.

La figura inginocchiata della donatrice nel catino absidale

L'affresco raffigurante S.Teodoro Stratelate mentre trafigge un serpente nella controfacciata, prima che venisse ricoperto da intonaco.

Considerando che Enlart (1899) rilevò su una parete un graffito scolpito da un visitatore con la data 1547 se ne può dedurre che la chiesa era all'epoca già stata abbandonata.


Note:

(1) Dopo la sconfitta di Romano IV Diogene a Manzikert (1071), l'Armenia Maior fu annessa al sultanato selgiuchide. Molte famiglie cristiane migrarono verso la Cilicia (che verrà chiamata Armenia Minor), dove servirono l'impero in vari modi, ottenendo il controllo di importanti caposaldi lungo la frontiera orientale.
Con l'avvento della prima crociata e la fondazione dei primi stati crociati – la contea di Edessa (1098) ed il principato di Antiochia (1098) – gli armeni guadagnarono dei preziosi alleati sia in funzione anti-turca che anti-bizantina.
Il 6 gennaio 1199 il principe armeno Leone Medzakordz (Leone I) riuscì a farsi incoronare re della Armenia Minor dal legato pontificio Corrado di Wittelsbach, arcivescovo di Magonza, nella chiesa di Santa Sofia a Tiro.
Nel 1341 il re Leone IV (V secondo altra numerazione) fu assassinato dai suoi stessi baroni. Il suo parente più prossimo nella linea di successione era un suo lontano cugino, Guido di Lusignano - figlio di Amalrico di Tiro (un figlio di Ugo III di Cipro) e di Zabel d'Armenia, figlia di Leone III d'Armenia - che fu il primo re della casata dei Lusignano.
Leone VI (o V) Lusignano fu incoronato insieme alla moglie Margherita di Soissons a Kozan il 26 luglio o 14 settembre 1374 con i riti armeni e latini. Il suo diritto al trono venne però contestato da Ashot e il breve regno di Leone fu caratterizzato da numerose dispute tra le varie fazioni.
Dopo numerose battaglie contro le superiori forze mamelucche, Leone si asserragliò nella fortezza di Kapan ed infine si arrese nel 1375, ponendo così fine al regno della Piccola Armenia.
Leone morì esule a Parigi nel 1393 ed alla sua morte il titolo di re d'Armenia (i cui possedimenti si limitavano ormai alla sola città costiera di Gorhigos, già sotto controllo cipriota dal 1360 e che tale rimarrà fino al 1458) fu rivendicato da Giacomo I di Cipro, suo lontano cugino.

(2) Raffigurazione del Cristo morto in posizione eretta con gli occhi chiusi e le braccia incrociate sul ventre (la stessa posizione in cui appare nella Sindone).

(3) Le scene della Flagellazione e dell'Ascesa al Calvario, estremamente rare nell'iconografia bizantina, presentano molti elementi di similitudine con quelle rappresentate in una icona di epoca paleologa (1370 c.ca) conservata nel Monastero di Doroteo Vlatis a Tessalonica.

giovedì 21 novembre 2013

San Benedetto incontra Totila di Luca Signorelli

San Benedetto incontra Totila di Luca Signorelli


Il ciclo di affreschi che illustrano Le storie di San Benedetto nel Chiostro Grande dell'Abbazia di Monte Oliveto (Siena) venne commissionato dall'abate e generale degli Olivetani fra Domenico Airoldi a Luca Signorelli, che vi lavorò con la sua la bottega dal 1497 al 1498; chiamato alla più prestigiosa commissione della Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto, abbandonò l'opera incompleta, che venne poi ultimata dal Sodoma, chiamato ancora dall'Airoldi - che nel frattempo era stato rieletto abate del monastero – nel 1505.
La narrazione dell'incontro tra San Benedetto e Totila si sviluppa in due lunette, entrambe opera di Luca Signorelli.

Papa Gregorio Magno (590-604) così descrive l'episodio nei suoi Dialogi (II,15)


«Al tempo dei Goti, il loro re Totila, avendo sentito dire che il santo era dotato di spirito di profezia, si diresse al suo monastero. Si fermò a poca distanza e mandò ad avvisare che sarebbe tra poco arrivato. Gli fu risposto dai monaci che senz’altro poteva venire.

Insincero però com’era, volle far prova se l’uomo del Signore fosse veramente un profeta. Egli aveva con sé come scudiero (spatarius) un certo Riggo: gli fece infilare le sue calzature, lo fece rivestire di indumenti regali e gli comandò di andare dall’uomo di Dio, presentandosi come fosse il re in persona. Come seguito gli assegnò tre conti tra i più fedeli e devoti: Vult, Ruderic e Blidin, i quali, in presenza del servo di Dio, dovevano camminare ai suoi fianchi, simulando di seguire veramente il re Totila. A questi aggiunse anche altri segni onorifici ed altri scudieri, in modo che, sia per gli ossequi di costoro, sia per i vestiti di porpora, fosse giudicato veramente il re.
Appena Riggo entrò nel monastero, ornato di quei magnifici indumenti, e circondato dagli onori del seguito, l’uomo di Dio era seduto in un piano superiore. Vedendolo venire avanti, appena fu giunto a portata di voce, gridò forte verso di lui: “Deponi, figliolo, deponi quel che porti addosso: non è roba tua!”. Impaurito per aver presunto di ingannare un tal uomo, Riggo si precipitò immediatamente per terra e, come lui, tutti quelli che l’avevan seguito in questa gloriosa impresa.
Poco dopo si rialzarono in piedi, ma di avvicinarsi al santo nessuno più ebbe il coraggio. Ritornarono al loro re e ancora sbigottiti gli raccontarono come a prima vista, con impressionante rapidità, erano stati immediatamente scoperti.
Totila allora si avviò in persona verso l’uomo di Dio. Quando da lontano lo vide seduto, non ebbe l’ardire di avvicinarsi: si prosternò a terra. Il servo di Dio per due volte gli gridò: “Alzati!”, ma quello non osava rialzarsi davanti a lui. Benedetto allora, questo servo del Signore Gesù Cristo, spontaneamente si degnò avvicinarsi al re e lui stesso lo sollevò da terra. Dopo però lo rimproverò della sua cattiva condotta e in poche parole gli predisse quanto gli sarebbe accaduto. “Tu hai fatto molto male – gli disse – e molto ne vai facendo ancora; sarebbe ora che una buona volta mettessi fine alle tue malvagità. Tu adesso entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai nove anni, al decimo morirai”.
Lo atterrirono profondamente queste parole, chiese al santo che pregasse per lui, poi partì. Da quel giorno diminuì di molto la sua crudeltà.
Non molto tempo dopo andò a Roma, poi ritornò verso la Sicilia; nel decimo anno del suo regno, per volontà del Dio onnipotente, perdette il regno e la vita».

L’esistenza storica dei tre conti (comites) ostrogoti di cui viene indicato il nome nel testo gregoriano (Vult, Ruderic e Blidin), è confermata da Procopio. Ruderic fu ucciso nel dicembre 546 (Procopio, De Bello Gothico, III,19) e ciò consente di stabilire un termine ante quem per l’incontro con San Benedetto nel monastero di Montecassino, che si ritiene avvenuto nel 542, mentre Totila, scavalcati gli Appennini, marciava su Napoli e si accingeva a riconquistare l'Italia meridionale.


Come Benedetto discopre la finzione di Totila
 
In primo piano Riggo, camuffato da Totila per ingannare Benedetto, in ginocchio di fronte alla figura del santo che lo invita a spogliarsi delle vesti non sue, esprime tutta la sua costernazione. Alle spalle di Riggo, alla testa del suo seguito, si distinguono i tre nobili ostrogoti riccamente vestiti mentre i soldati della scorta, dai tratti accigliati, sembrano sul punto di intervenire (uno di loro ha già la mano sull'elsa del pugnale). Sullo sfondo della scena Riggo riferisce al suo re l'accaduto.
 
Come Benedetto riconosce e accoglie Totila
 
San Benedetto si alza e solleva lui stesso da terra il vero Totila inginocchiato ai suoi piedi.
 
L'incontro tra San Benedetto e Totila s'inscrive appieno nella consolidata tradizione veterotestamentaria in cui il dono profetico di un vir Dei viene esercitato nei confronti di un re malvagio spingendolo ad un ravvedimento (cfr. ad es. l'incontro di Daniele con il re babilonese Baldassar in Daniele, V, 13-29).
Nel basso medioevo, la caratterizzazione di Totila come perfidus rex è infatti decisamente più accentuata che non nei cronisti contemporanei. Nella Chronica di Giovanni Villani (XIV sec.) gli viene ad esempio attribuito per due volte l'epiteto di Flagellum Dei, solitamente riferito ad Attila, sintomatico di una sovrapposizione dei due personaggi storici.


 
 




domenica 17 novembre 2013

L'arco di Malborghetto

L'arco di Malborghetto

Casale di Malborghetto, lati nord e est

Poco oltre il XIII miglio (km 19.200) della Flaminia antica, si staglia la massa imponente del Casale di Malborghetto. L’edificio ha inglobato un arco quadrifronte del IV secolo, posto a segnacolo dell’incrocio tra la Via Flaminia e una strada di collegamento tra Veio e la Tiberina.
Töbelmann (1), che per primo eseguì una dettagliata analisi del monumento nel 1914, avanzò l'ipotesi, molto suggestiva, che esso fosse stato innalzato sul luogo in cui Costantino aveva posto l'accampamento all'epoca della prodigiosa visione della Croce, preludio alla vittoriosa battaglia di Ponte Milvio combattuta contro Massenzio (312).
Nel 315 il Senato romano, per commemorare la vittoria nella ricorrenza dei decennalia dell'imperatore, fece erigere l'arco trionfale in onore di Costantino presso il Colosseo e molto probabilmente anche l'arco di Malborghetto.

L'arco romano, a pianta rettangolare (m 14,86 x 11,87), presenta i lati lunghi a nord e a sud.
I pilastri (m 4,44 x 3,26) poggiano su fondazioni singole in opus caementicium, sulle quali si imposta una platea di blocchi di travertino; ugualmente costituiti in opera cementizia, composta da scapoli di tufo di Grotta Oscura e malta pozzolanica, i quattro pilastri appaiono rivestiti da un paramento laterizio di mattoni triangolari o trapezoidali, ottenuti da bipedali (2).
I fornici, la cui imposta misura m 6,22, si presentano semicircolari sui lati lunghi, in cui si nota una doppia ghiera di bipedali, ed ellittici sui lati brevi. La loro ampiezza è di m 5,97 sull'asse NS e di m 5,35 sull'asse EW.
Al di sopra dei pilastri sono impostate quattro volte a botte realizzate con un sistema di nervature laterizie, terminanti in una volta a crociera centrale. La trabeazione in marmo presenta alcuni settori aggettanti corrispondenti, su ognuna delle fronti principali, a quattro colonne a fusto scanalato con capitello corinzio e base composita, ciascuna delle quali era posta su basamento singolo, non collegato alla struttura dell'arco che, alla loro altezza, presentava delle lesene.
Dell'architrave e del fregio rimangono purtroppo in situ solo pochi elementi.

Resti del fregio e dell'architrave sul lato settentrionale

L'attico, del quale non è nota l'altezza totale, è leggermente rientrante; esso era suddiviso, all'interno, in tre settori tramite due muri nei quali si aprivano due aperture ad arco. È probabile che, esternamente, i muri corrispondessero a delle lesene impostate al di sopra degli elementi verticali inferiori.
La forma della copertura non è chiara, Tobelmann proponeva che fosse costituita da una piattaforma sulla quale, dato il notevole spessore dei muri perimetrali che la sostenevano, potevano collocarsi diversi elementi statuari, forse identificabili in una quadriga trionfale fiancheggiata da trofei. L'esistenza di questo apparato statuario non è comunque confortata da alcuna prova certa.


In età medioevale (XI secolo circa) l'arco venne inizialmente trasformato in chiesa fortificata. Questa fase edilizia è segnata dalla tamponatura di tre fornici e, soprattutto, dalla costruzione di un'abside nella facciata orientale. Di questa trasformazione si trova traccia indiretta in una fonte del 1263 che menziona un Burgum S. Nicolai de Arcu Virginis; tale denominazione sembra implicare una sovrapposizione di culti devozionali, uno dedicato alla Vergine venerata nella chiesa e l'altro a san Nicola riferito all'intero complesso rurale formatosi attorno all'arco, senza comunque escludere una ridedicazione della chiesa stessa.
L'edificio di culto, un'aula absidata ricavata al pian terreno dell'arco ormai trasformato in torre fortificata, doveva essere di modeste proporzioni e adattato allo scarso spazio disponibile. A livello pavimentale il recente restauro ha riportato alla luce il basolato dell'antica via Flaminia.
Una scala ricavata nello spessore della muratura consentiva l'accesso al piano superiore, corrispondente all'antico attico dell'arco, al di sopra dell'alta volta a croce. Questa stanza era voltata a botte e vi si aprivano ampie finestre. Al di sopra di questa si trovava una terrazza bordata da una merlatura.
L'accesso si trovava sul lato occidentale nel quale era stato aperto un portone d'ingresso prospiciente il nuovo tracciato della via Flaminia.

L'ingresso sul lato occidentale

Dopo la chiusura dei fornici, il monumento venne fortemente rimaneggiato. Il paramento
esterno in laterizi appare infatti in molte parti gravemente manomesso, soprattutto a causa dell'apertura di diverse finestre su tutti i lati, della sopraelevazione dell'attico, dell'addossamento di una scala sul lato orientale e della realizzazione di una stalla sul lato settentrionale, della quale sono ancor oggi perfettamente visibili le tracce dei due spioventi del tetto, di una volta a botte e dei fori per l'alloggiamento di travi lignee.
In un disegno di Giuliano da Sangallo anteriore al 1494, l'attico, del tipo "a frontone", è raffigurato con un coronamento di forma conica, costituito da laterizi rivestiti da blocchi di travertino; non si sa, comunque, quanto tale raffigurazione sia degna di credito oppure frutto di una ricostruzione fantasiosa.

Disegno di Giuliano da Sangallo

Sulla sommità del lato meridionale è incassata un'iscrizione su maioliche di forma rettangolare, disposte tra due fasce parallele aggettanti. Ogni mattonella possiede l'indicazione di una singola lettera oppure delle lettere finali di parole singole in forma esponenziale, dipinte in azzurro su fondo
bianco. Il testo dell'iscrizione (CONSTANTINVS PETRA SANTA [.] SMIPII V [.] MAXS RESTAURAVIT) si riferisce ad un restauro effettuato nel 1567 da un certo Costantino Petrasanta, durante il pontificato di Pio V. Sullo stesso prospetto, all'estremità meridionale, è visibile un piccolo stemma della Basilica Vaticana.

Il lato meridionale con l'iscrizione in maioliche
 
Stemma della Basilica vaticana
 
Il lato meridionale del casale, la chiesa e un muro parallelo alla strada, racchiudono un piccolo cortile dal quale, per mezzo di una scala, si può accedere a un ambiente sotterraneo scavato nel tufo; nel cortile sono, anche, presenti un pozzo a sezione quadrata e un forno. A sud di esso è visibile una chiesa caratterizzata da due corpi distinti, dei quali quello posteriore, in muratura a scaglie di selce, è senz'altro più antico e databile forse agli anni 1742-44, mentre quello anteriore è frutto di un ampliamento avvenuto nel 1947 a opera di Bernardino Sili.

Il complesso rurale viene sovente menzionato in documenti di epoca medievale e raffigurato in piante e incisioni rinascimentali e barocche, nelle quali viene ricordato con gli appellativi di Borghetto, Borghettaccio o Malborghetto (quest'ultima denominazione è forse dovuta al fatto che il casale divenne luogo di dubbia reputazione, frequentato da briganti).
Nel XV secolo il borgo venne assediato e dato alle fiamme dagli Orsini nel corso della guerra di fazione contro i Colonna.

Catasto di Alessandro VII, particolare (1660)

In seguito, il complesso fortificato perse ogni funzione strategica: nel XVII secolo, divenne sede di un'osteria, nel XVIII ospitò una stazione di posta e, infine, decadde a semplice dimora rurale.
Abbandonato da tempo, venne espropriato dallo Stato nel 1982 e, dopo due anni, si diede l'avvio a lavori di restauro, consolidamento e analisi di tutta l'area.


Note:

(1) F.Töbelmann, Der Bogen von Malborghetto, 1915.

(2) letteralmente "di due piedi", mattone cotto che misurava all'incirca 60x60 cm.


sabato 16 novembre 2013

Ludovico Podocataro

Ludovico Podocataro

Armi del cardinale Podocataro
(particolare del monumento funebre in S.Maria del Popolo)

Nato a Nicosia nel 1429 in una nobile famiglia di origine greca, Ludovico Podocataro compì gli studi all'Università di Ferrara, dove studiò greco, latino, filosofia e medicina.
Stimato come eminente studioso nel 1460 divenne rettore della facoltà di Medicina e delle Arti dell'Università di Padova (l'università italiana preferita dai ciprioti che si recavano a studiare all'estero). Rientrato a Cipro, tornò definitivamente in Italia al seguito della regina Carlotta nel 1473 (cfr. l'affresco nella Corsia sistina dell'Ospedale di S.Spirito in Sassia).
Nominato abbreviatore di parco minore (1) durante il pontificato di papa Sisto IV (1471-1484), fu elevato al seggio vescovile della diocesi di Capaccio il 14 novembre del 1483.
Fu richiamato a Roma da papa Innocenzo VIII (1484-1492) che lo volle come segretario particolare e medico personale, incarichi che ricoprì anche sotto il pontificato di Alessandro VI Borgia (1492-1503).
Ricevette la porpora cardinalizia durante il concistoro del 28 settembre 1500 e gli fu assegnata la diaconia della chiesa romana di S.Agata dei Goti, elevata pro illa vice a titolo cardinalizio.
Il 20 gennaio 1503 fu promosso arcivescovo di Benevento, ma non prese possesso della sede e l'8 gennaio 1504 ne divenne amministratore apostolico.
Morì a Milano nell'agosto del 1504 mentre era in viaggio verso la Spagna e fu sepolto a Roma in un elegante monumento funebre scolpito da Gian Cristoforo Romano, allievo di Andrea Bregno, nel transetto di Santa Maria del Popolo.


Il cardinale lasciò la sua ricca biblioteca al nipote Livio, vescovo di Nicosia dal 1524 al 1552 (anche se non si recò mai nell'isola per prendere possesso della sede), adesso parte della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia. Il nipote ereditò anche il palazzo che il cardinale si era fatto costruire a Roma in via Monserrato (civico n.20) che abbellì facendone decorare la facciata da Perin del Vaga con decorazioni di cui oggi non rimane più traccia. E' invece ignoto il nome dell'architetto che ne disegnò il progetto. La corte interna presenta le pareti ornate da numerosi frammenti antichi e da colonne di granito e, su un lato, la Fontana di Venere di epoca settecentesca.
La semplice facciata presenta un portale coevo alla fondazione del palazzo, mentre le finestre ai tre piani sono seicentesche.

Palazzo Podocataro a Roma
.
Nel 1565 il palazzo fu venduto da Pietro Podocataro ai Della Porta e da questi agli Orsini, che lo possedettero fino alla metà del Settecento.

Tracce dei Podocataro a Nicosia

A Nicosia, in 20 Patriarchou Grigoriu street, si trova la casa di Hadjigeorgakis Kornesios (dal 1960 sede del Museo Etnologico) che fu dragomanno della Sublime Porta dal 1779 al 1809. L'edificio fu costruito – come si legge in una targa di marmo collocata all'interno, al di sopra dell'ingresso principale - nel 1793.
Al di sopra del portale d'ingresso lungo la facciata nord è incassato un bassorilievo marmoreo che mostra al centro, al di sotto del leone di San Marco e in uno scudo dove è raffigurata l'aquila bicipite, lo stemma dei Podocataro, probabilmente prelevato dall'antico palazzo di famiglia.


Uno dei bastioni delle mura cittadine, a sottolineare ulteriormente l'influenza della famiglia Podocataro nella società cipriota del XV-XVI secolo, porta il loro nome.


Note:

(1) Gli abbreviatori erano un corpo di scrittori della cancelleria pontificia, il cui incarico era di abbozzare e preparare in forma compiuta le bolle papali, le note pontificie e i decreti concistoriali, prima che questi venissero scritti in extenso dagli scriptores. Erano anche addetti alla spedizione delle costituzioni apostoliche.
Dall'epoca di papa Benedetto XII (1334-1342) venivano classificati in de Parco majori e de Parco minori. Il nome deriva da uno spazio della cancelleria, circondato da una grata, nel quale essi sedevano, e che veniva chiamato alto o basso (majori o minori) a seconda della vicinanza delle postazioni a quella del vice-cancelliere.
Il collegio, temporaneamente abolito nel 1466, tra feroci polemiche, dal papa Paolo II che intendeva porre un freno alla libertà di pensiero dell'ambiente umanistico raccolto intorno alla curia (molti umanisti di spicco erano infatti chiamati a ricoprire questa carica), fu ripristinato proprio da Papa Sisto IV.