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domenica 28 ottobre 2012

S.Eugenio di Trebisonda


S.Eugenio di Trebisonda

I santi martiri Eugenio, Candido, Valeriano ed Aquila furono perseguitati per la loro fede durante il regno di Diocleziano (284-305). Candido, Valeriano ed Aquila si nascosero nelle colline vicine a Trebisonda preferendo vivere in mezzo agli animali selvatici piuttosto che insieme ai pagani. Catturati, furono condotti in città, frustati a sangue e torturati con ferri roventi. Qualche giorno dopo fu arrestato e sottoposto alle stesse torture Eugenio. Il santo per mezzo delle sue preghiere distrusse la statua del dio Mitra, che sino ad allora era stata oggetto di venerazione da parte del popolo trapezuntino, collocata nel santuario che sorgeva sulla collina che portava il suo nome (l'attuale Boz tepe=collina grigia). Le ferite dei quattro martiri furono ricoperte di sale e aceto ed infine vennero gettati in una fornace per essere arsi vivi. Quando ne uscirono illesi furono decapitati. Il loro martirio avvenne nel 304 sotto il governatore romano Pontitus Catinius Coresinus.

I resti di S.Eugenio furono tumulati in una tomba senza nome ma quando l'imperatore Costantino il grande concesse ai cristiani la libertà di culto in tutto l'impero (Editto di Milano, 313) fu costruito un martyrion sopra la tomba del santo.
Nell'812 (secondo la storica Selina Ballance nel 1021-1022) fu costruita una chiesa (l'attuale moschea Yeni Cuma) sul luogo dove era avvenuto il martirio del santo e vi furono traslati i suoi resti e quelli degli altri tre martiri.

Sant'Eugenio fu scelto dall'imperatore Alessio I Comneno (1204-1222) e dal popolo di Trebisonda come santo patrono della città e la sua immagine fu effigiata sulle monete.

S.Eugenio raffigurato sul diritto di una moneta battuta da Manuele I Comneno (1238-1263)


S.Eugenio raffigurato in un affresco nel monastero di Dionisio sul monte Athos

Questo monastero athonita fu costruito nella seconda metà del XIV secolo dal monaco Dionisio grazie all'aiuto finanziario dell'imperatore di Trebisonda Alessio III Comneno (1349-1390) e di sua moglie Teodora Cantacuzena, ottenuto per intercessione del metropolita di Trebisonda Teodosio che era suo fratello.




domenica 21 ottobre 2012

L'Impero di Nicea


L'Impero di Nicea

Armi dei Lascaris

Teodoro I Lascaris (1208-1222)

Teodoro Lascaris era fratello di quel Costantino a cui era stata offerta la corona imperiale la notte in cui Alessio V Murzuflo aveva abbandonato la capitale (12 aprile 1204).
Era un ottimo soldato e assieme al fratello e alla sua famigli si era rifugiato in Asia Minore, cercando rifugio invano prima a Nicea e poi con successo a Bursa; qui raccolse un esercito e nel dicembre del 1204 affrontò nei pressi di Poimanemon l’esercito di Enrico di Fiandra venendone sconfitto.

Teodoro I Lascaris ritratto in un'icona dedicata a San Teodoro Tirone e dipinta prima che divenisse imperatore (1200 c.ca)
Monastero di San Giovanni Evangelista
Patmos

Fortunatamente per i Romei Kolojan, zar dei Bulgari, entrò in guerra con l'impero latino e nel giro di tre anni eliminò l’imperatore latino Baldovino, il sovrano di Tessalonica Bonifacio di Monferrato ed il doge veneziano Enrico Dandolo dando la possibilità ai Romei di riorganizzarsi.
Nel frattempo Teodoro fermò l'avanzata dei Comneni di Trebisonda ad Eraclea pontica.
Essendo morto nel 1206 il patriarca Giovanni Camatero, Teodoro riunì a Nicea i rappresentanti del clero dell'Asia minore e fece eleggere un nuovo patriarca, Michele Autoreiano, da cui fu incoronato imperatore (1208).
Il nuovo imperatore latino Enrico di Fiandra strinse un’alleanza col sultano d’Iconio Kay Ka'us inviandogli un contingente di truppe affinché attaccasse Teodoro. Il sultano aveva accolto alla sua corte il deposto Alessio III e decise di attaccare il Lascaris facendosi campione del deposto imperatore. Nella primavera del 1211 presso Antiochia di Pisidia (nei dintorni dell'attuale cittadina di Yalvac, nell'Anatolia centrale) Teodoro riuscì a battere l’esercito selgiuchide-latino, ad uccidere il sultano e a catturare Alessio III.
Il successore del sultano morto in battaglia, Kay Ka'us I, venne a patti con Teodoro.

 
Visto il fallimento del suo alleato, Enrico di Fiandra intraprese personalmente una campagna contro il Lascaris e il 15 ottobre 1211 ottenne una clamorosa vittoria sul fiume Rindaco che gli aprì le porte di Pergamo e di Ninfeo. Enrico si rese conto che con le poche forze di cui disponeva – nella battaglia sul Rindaco aveva schierato appena 260 cavalieri franchi - non poteva controllare tutte le terre conquistate, perciò firmò un trattato di pace (Trattato di Ninfeo) con Teodoro con cui si stabiliva che ai Latini spettasse la costa nord occidentale dell’Asia Minore sino a Adramitto, e il resto sino al confine selgiuchide spettasse ai niceni. Il trattato era il riconoscimento esplicito dell’esistenza dell’impero di Nicea.


 
Nel 1218 Teodoro rinnovava con Jolanda di Fiandra, che aveva assunto la reggenza dell'impero latino dopo la morte del marito Pietro di Courteney, il trattato che aveva firmato con il defunto Enrico, e per rafforzarlo sposò in terze nozze una figlia di Jolanda, Maria di Courtenay, scelta non gradita ad una parte del suo seguito. L’anno dopo firmò con il podestà veneziano di Costantinopoli un trattato della durata di cinque anni accordando ai mercanti veneti piena libertà d’accesso ai suoi domini, impegnandosi inoltre a non avvicinare le sue navi da guerra a Costantinopoli.
Nel 1222 Teodoro I Lascaris moriva senza lasciare eredi maschi e a succedergli fu chiamato il genero Giovanni Ducas Vatatze, marito della sua figlia maggiore Irene Lascarina, avuta dal suo primo matrimonio con Anna Angelina, figlia dell'imperatore Alessio III Angelo (1195-1203)*.

* Cfr. La dinastia degli Angeli

Giovanni III Ducas Vatatze (1222-1254)

Giovanni III Ducas Vatatze raffigurato insieme alla Vergine sul rovescio di un iperpero da lui fatto coniare
 
I fratelli di Teodoro – i sebastokrator Alessio e Isacco – si opposero alla sua ascesa al trono e insorsero contro di lui chiedendo il sostegno dell'Impero latino. Agli inizi del 1224, i due fratelli affiancati da truppe latine si scontrarono con l'esercito niceno guidato dal Giovanni nei pressi di Poimanenon (l'attuale Esky Manyas), a sud del Mar di Marmara. La vittoria nicena fu netta, i due fratelli furono catturati e accecati, e causò all'impero latino la perdita di tutti i territori dell'Asia minore ad eccezione della città di Nikomedia e del suo circondario.
Ottenuto il controllo della costa del Mar di Marmara, Giovanni III, rivolse la sua attenzione ai domini latini in Tracia, riuscendo a conquistare Adrianopoli, città che gli fu consegnata dagli stessi cittadini, insorti contro l'occupazione latina.
Nello stesso tempo Giovanni III provvide a ricostruire una forte flotta grazie alla quale strappò ai signori veneziani il controllo di Lesbo, Chio, Samo ed Ikaria e, nel 1232, di Rodi.
Nel 1235, sottoscritta un'alleanza con lo zar bulgaro Ivan Asen, assediò Costantinopoli ma ne fu respinto dall'imperatore-reggente Giovanni di Brienne.
Nel 1241 strappò Tessalonica al Despotato d'Epiro e l'anno seguente costrinse Michele II a fare atto di vassallaggio e a riconoscerlo come Imperatore di Nicea in cambio del titolo ufficiale di Despota d'Epiro.
Nel 1244 rafforzò i legami con Federico II sposandone in seconde nozze - la sua prima moglie Irene Lascarina era morta nel 1239 – la figlia naturale Costanza (Anna).
Morì il 3 novembre 1254 all'età di sessantadue anni di epilessia, male da cui era affetto sin dalla gioventù (1); gli successe al trono il figlio Teodoro avuto dalla prima moglie.

Teodoro II Ducas Lascaris (1254-1258)

Teodoro II Ducas Lascaris
da un'edizione miniata della Historia rerum a Michaele Palaeologo ante imperium et in imperio gestarum di Giorgio Pachimere, XIV sec.
cod. Monac. gr. 442, fol. 6v
Bayerische Staatsbibliothek, Monaco di Baviera

Fu acclamato imperatore dall'esercito e dalla corte alla morte del padre ma fu incoronato solo l'anno successivo dopo la nomina del nuovo patriarca, Arsenio Autoreiano. Agli inizi del suo regno dovette respingere l'invasione della Tracia da parte dei Bulgari (1255 e 1256) con i quali stabilì infine degli accordi di pace che furono rinsaldati nel 1257 dal matrimonio di sua figlia Irene Lascarina con il nuovo zar bulgaro Costantino Tich Asen. Un'altra sua figlia, Maria Lascarina, era andata in sposa l'anno precedente a Niceforo, futuro despota d'Epiro.
Pacificata la frontiera bulgara espanse l'impero verso occidente, conquistando Durazzo ed altre terre albanesi prima occupate dal Despotato d'Epiro.
Nel 1235 Teodoro aveva sposato Elena di Bulgaria, la figlia dello zar Ivan Asen II, che gli diede cinque figli. Oltre alle già nominate Irene e Maria e all'unico maschio, Giovanni, che gli succederà sul trono, Teodora - che sposerà in prime nozze (dopo il 1258) Matteo de Mons, signore di Veligosti (una delle dodici baronie in cui era suddiviso il Principato d'Acaia) ed in seconde (1273) l'influente nobile bulgaro Jakov Svetoslav - ed Eudocia
Sul piano interno Teodoro favorì la classe media dei burocrati contro l'aristocrazia militare. Le tensioni con la nobiltà culminarono con l'esilio di uno dei suoi leader, il futuro imperatore Michele VIII Paleologo.
Sofferente di epilessia come il padre, ne morì a soli 36 anni il 18 agosto 1258. In punto di morte scelse come reggente per il giovane figlio, Giovanni IV Lascaris, il suo amico e protovestiario Giorgio Muzalon, obbligando la corte nicena a promettere fedeltà al figlio e all'amico.

Lo zar bulgaro Costantino Tich con la moglie Irene Lascarina
chiesa di Bojana, Sofia, seconda metà XIII secolo.

Giovanni IV Ducas Lascaris (1258-1261)
L'ultimo esponente della dinastia lascaride ascese al trono all'età di soli sette anni, ma la reazione dell’aristocrazia nicena, messa da parte sotto Teodoro II, non si fece attendere: già il 25 agosto, quindi pochi giorni dopo la morte di Teodoro II, Muzalon venne massacrato nel monastero di Sosandra sul monte Sypilos - fondato da Giovanni III e concepito come mausoleo funebre della dinastia regnante - nei pressi di Magnesia (l'attuale Manisa) mentre attendeva al servizio funebre dell'imperatore.  
La reggenza del piccolo Giovanni IV venne affidata a Michele Paleologo da poco rientrato dall'esilio, insignito prima della carica di megas doux ed in seguito, il 13 novembre del 1258, di despota. Della dignità imperiale mancava solo la sanzione ufficiale ma anch’essa sarebbe presto giunta: Michele venne issato sugli scudi ed incoronato a Ninfeo coimperatore o il giorno di Natale del 1258 o il primo gennaio del 1259.

Michele VIII
Panaghia Mavriotissa, Castoria, 1259-1265

Quando il 15 agosto 1261 Michele VIII Paleologo fece il suo trionfale ingresso nella riconquistata Costantinopoli, Giovanni IV, che era rimasto a Nicea, venne accuratamente tenuto fuori dei festeggiamenti celebrati nella riconquistata capitale e quindi deposto ed accecato il giorno di Natale e rinchiuso nella fortezza di Dakibyze, sul mar di Marmara. Michele VIII non riuscì però a far passare sotto silenzio un tale crimine: un’ondata legittimista di protesta si scatenò nei territori di Nicea, repressa spesso nel sangue, ed il Patriarca Arsenio, già in pessimi rapporti con il Paleologo, senza alcuna esitazione scomunicò l’Imperatore. Dopo alcuni anni di tensione, nel 1265, Michele VIII riuscì a spingere il Sinodo patriarcale a costringere Arsenio alle dimissioni e sostituirlo con il più malleabile Giuseppe, il quale poco dopo avrebbe perdonato l’Imperatore del gesto compiuto e l’avrebbe reintegrato nella comunità dei fedeli.
Giovanni IV trascorse il resto della sua vita come monaco con il nome di Giosafat e morì intorno al 1305.

Note:

(1) Sepolto inizialmente nel monastero (i cui resti non sono stati ancora identificati) da lui fondato sul monte Sypilos con l'intento di farne il mausoleo della dinastia imperiale, quando, sette anni dopo la sua morte il suo sarcofago fu aperto per traslare le spoglie a Costantinopoli, i suoi resti furono ritrovati incorrotti. Per quanto mai canonizzato ufficialmente dalla chiesa ortodossa, in forza anche di alcuni miracoli che gli furono attribuiti dopo la morte, cominciò ad essere venerato come santo con il nome di San Giovanni Vatatze il Misericordioso (a tutt'oggi nella sua città natale – Dydimoteicho – esiste una chiesa a lui dedicata).







sabato 20 ottobre 2012

L' Iconoclastia


La questione iconoclasta

Fin dalla fine del secolo IV, l'impero bizantino era stato affetto da numerose eresie, che rischiavano di minare la sua stessa unità. Le più importanti tra queste erano il nestorianesimo, il monofisismo e il paulicianesimo. Quest'ultima era sorta in Armenia e in Siria nel secolo VII. Sensibili alle accuse di idolatria mosse al Cristianesimo da parte dei fedeli dell'Islam, i pauliciani (l'origine del nome non è ben chiara) mossero guerra al culto delle immagini.
Al movimento pauliciano finì per aderire l'imperatore bizantino Leone III Isaurico, originario di Germanicea (l'attuale Marast nel nord della Siria), il quale emanò una serie di editti per eliminare il culto delle immagini sacre ormai molto diffuso nell'Impero.
Secondo le fonti, Leone III iniziò ad appoggiare gli iconoclasti per una serie di motivi: prima di tutto subì le pressioni dei vescovi iconoclasti dell'Asia Minore, tra i quali Costantino di Nicoleia; inoltre una serie di disastri naturali (ultimo dei quali un devastante maremoto nel mar Egeo) lo convinsero che essi fossero dovuti a una presunta ira divina contro la venerazione delle icone.
Nel 726, secondo le fonti di parte iconodula, l'imperatore Leone iniziò a predicare contro la venerazione delle sacre immagini, decidendo di rimuovere un'icona religiosa raffigurante Cristo (probabilmente un mosaico) dalla porta bronzea (Chalkè) del palazzo imperiale, sostituendola con una croce, e scatenando una rivolta sia nella capitale, dove culminò con l'uccisione del funzionario che era stato incaricato di rimuovere l'icona e con il martirio di Santa Teodosia che aveva guidato la sommossa popolare, sia nel tema dell'Ellade.
Successivamente l'imperatore si mosse con maggiore prudenza, cercando di convincere il Patriarca di Costantinopoli e il Papa ad accettare l'iconoclastia. Ma tali tentativi non ebbero effetto: entrambi infatti si mostrarono contrari e quando, forse nel 727, Papa Gregorio II ricevette l'ordine di vietare le icone religiose, si oppose strenuamente, ottenendo l'appoggio di buona parte delle truppe bizantine nell'Esarcato, che si ribellarono all'autorità imperiale uccidendo l'esarca Paolo.

Con l'editto del 730 Leone ordinò la distruzione di tutte le icone religiose. Contemporaneamente convocò un silentium (un'assemblea) a cui impose la promulgazione dell'editto. Di fronte all'insubordinazione del patriarca Germano I, contrario all'iconoclastia e che si rifiutava di promulgare l'editto se non veniva convocato prima un concilio ecumenico, Leone lo destituì e pose al suo posto un patriarca a lui fedele, il suo sincello (segretario particolare) Anastasio. Il decreto venne ancora una volta respinto dalla Chiesa di Roma e il nuovo Papa Gregorio III nel novembre 731 riunì un sinodo apposito per condannarne il comportamento. Al Concilio parteciparono 93 vescovi e si stabilì la scomunica per chi avesse osato distruggere le icone.

Pannello marmoreo proveniente dalla chiesa costantinopolitana di S.Polieucto, sfigurato durante le persecuzioni iconoclaste, Museo archeologico, Istanbul

 
Nel 741 succedette a Leone III suo figlio Costantino V Copronimo, convinto iconoclasta. Nei primi anni di regno, comunque, Costantino V sembra essere stato moderato dal punto di vista religioso, non perseguitando apertamente gli iconoduli. Solo successivamente, a partire dal 750, avviò una persecuzione violenta.

Solido di Costantino V
durante il periodo iconoclasta il segno della croce venne eliminato dalle monete e sostituito su ambo le facce dal ritratto dell'imperatore.

Per ottenere una convalida dottrinale ufficiale della riforma iconoclasta, il 10 febbraio 754 convocò un sinodo nel palazzo imperiale di Hieria (conosciuto anche come V Concilio di Costantinopoli. Hieria era infatti un sobborgo di Costantinopoli situato sulla costa asiatica del Bosforo corrispondente grosso modo all'attuale Fenerbahçe) che condannò esplicitamente il culto delle immagini.
Per far sì che la decisione dei vescovi fosse favorevole alla distruzione delle icone, negli anni precedenti al concilio Costantino aveva fatto in modo di assegnare ai suoi sostenitori i seggi vescovili vacanti e ne aveva creati di nuovi, a cui prepose prelati a lui vicini. Nello stesso tempo aveva fatto arrestare diversi oppositori dell'iconoclastia rendendoli inoffensivi per tutta la durata del concilio.
Il concilio fu presieduto da Teodoro di Efeso ma non vi presero parte nè il Papa nè alcuno dei patriarchi orientali (la sede di Costantinopoli era vacante, essendo il patriarca Atanasio morto il mese precedente).
Il concilio condannò la venerazione delle icone, in quanto si riteneva che gli iconoduli, venerando tali immagini, ricadevano sia nell'errore del monofisismo sia in quello del nestorianesimo.
 
Costantino V ordina la distruzione delle icone
miniatura 48 di un esemplare del XIV secolo della Sinossi storica di Costantino Manasse
riportata in Ivan Duichev, Bulgarski hudojnik, 1962
 
La sua politica religiosa iconoclasta incontrò però l'opposizione di parte della popolazione e nel 766 fu scoperta una congiura a cui presero parte alcuni degli uomini più fidati di Costantino: l'imperatore li punì duramente, ordinando la loro esecuzione.
Uno dei ceti che opponevano più resistenza era quello monastico, che sotto la guida dell'igumeno del monastero di Sant'Aussenzio (Bitinia) Stefano, godeva del sostegno della popolazione; Costantino tentò di convincere l'igumeno ad abbandonare la resistenza ma fallì e Stefano venne massacrato dalla popolazione inferocita (765). Intorno al 760 iniziò una vera e propria persecuzione nei confronti degli ordini religiosi, ovvero i monaci, in quanto si opponevano alla sua politica iconoclasta e che Costantino considerava idolatri ed adoratori delle tenebre. Costantino V sfruttò infatti l'iconoclastia per combattere lo strapotere dei monaci che, da un lato, facevano mercato delle icone, rafforzando in tal modo la loro condizione economica e la loro influenza politica all'interno dell'Impero, e, dall'altro, suggestionavano le folle, sottraendo influenza alla corte imperiale.
Costantino V raffigurato tra i dannati
mosaico del Giudizio Universale, XI-XII secolo
Torcello
 
La condanna dell'iconolatria diede a Costantino V la possibilità di impossessarsi del ricco patrimonio dei monasteri. Molti monasteri e possedimenti monastici vennero confiscati, chiusi e trasformati in stalle, stabilimenti termali o caserme. La lotta contro il ceto monastico fu attuata in tutto l'Impero e generò rivolte nella campagne dove i monaci potevano vantare un forte seguito. La persecuzione dei monaci fu indiscrimata e colpì anche i monaci non iconoduli: in questo modo la lotta contro le immagini si fuse con la lotta contro la potenza monastica e i suoi possedimenti, che venivano confiscati e incamerati dallo stato.

Il successore di Costantino V, Leone IV (775-780), sotto l'influenza della moglie Irene l'Ateniese, che venerava segretamente le immagini sacre, fu tollerante con gli iconoduli avviando una persecuzione contro di loro solo verso la fine del regno. La persecuzione coincise con la scoperta nella stanza dell'Imperatrice di due immagini di santi nascoste sotto il cuscino: l'imperatrice cercò di giustificarsi di fronte al marito, ma ciò non bastò a evitarle la perdita del favore imperiale. Poco dopo, tuttavia, Leone IV morì per un malore mentre provava una corona, forse avvelenato da Irene o da altri iconoduli.

A Leone IV succedette il figlio Costantino VI (780-797), che essendo troppo giovane per regnare (non aveva neppure dieci anni quando salì al trono), fu posto sotto la reggenza dell' imperatrice madre Irene.
Nel 784 Irene fece in modo che il patriarca Paolo si dimettesse (31 agosto 784) e lo sostituì con uno iconodulo e fedele a lei, Tarasio (25 dicembre 784). Appena eletto, il nuovo patriarca iniziò subito a fare i preparativi per un nuovo concilio che avrebbe dovuto condannare l'iconoclastia.
Nel 787 dunque, nella chiesa di Santa Sofia, si tenne il II Concilio di Nicea, che condannò l'iconoclastia, affermando che le icone potevano essere venerate ma non adorate, e scomunicò gli iconoclasti, ripristinando il culto delle immagini sacre. Il Concilio si svolse con la partecipazione di 367 padri conciliari (tra cui anche Giovanni Damasceno e Teodoro Studita).
Alla base della tesi conciliare stava l'idea che l'immagine è uno strumento che conduce chi ne fruisce dalla materia di cui essa è composta all'idea che essa rappresenta.
 
Costantino VI presiede il II Concilio di Nicea (787)
da un'edizione miniata del Menologio di Basilio II, XI sec (Vat.gr.1613. Fol.108)
Biblioteca Apostolica Vaticana, Roma

Nel 814, durante il regno di Leone V (813-820), ci fu una nuova recrudescenza dell'iconoclastia.
Le conquiste arabe in Asia Minore avevano spinto verso Costantinopoli una grande massa di piccoli proprietari terrieri e contadini ridotti in miseria. Leone V li arruolò nell'esercito per fronteggiare la minaccia bulgara.
Sventata questa minaccia essi si trovarono senza lavoro e tornarono nuovamente nella miseria a mendicare per le strade della capitale. Questi emigrati che chiedevano la carità per le strade di Costantinopoli erano quasi tutti iconoclasti e maledicevano l'ex imperatrice Irene, che aveva abolito l'iconoclastia, ritenendo che ella fosse la causa dei loro mali.
Per contenere questo malumore, l'imperatore creò una commissione di ecclesiastici, che dovevano trovare delle motivazioni per reintrodurre l'iconoclastia, cercando riferimenti nelle sacre scritture e negli scritti dei padri della chiesa, al fine di eliminare quanto stabilito dal II Concilio di Nicea. A capo di questa commissione fu posto l'armeno Giovanni Grammatico, futuro patriarca di Costantinopoli, che era a capo del movimento iconoclasta.
Durante la Pasqua dell'815, Leone fece riunire un sinodo a Santa Sofia, che aveva il compito di riapprovare il V concilio di Costantinopoli, abolendo il II Concilio di Nicea, per reintrodurre l'iconoclastia. Ma al sinodo non vennero convocati molti vescovi iconoduli: anche il patriarca Niceforo era assente, perché ammalato. L'imperatore fece quindi deporre il patriarca che si opponeva ai suoi progetti e fece nominare al suo postoTeodoto I Cassiteras (815-821), un cortigiano di corte, parente dell'ex imperatore Costantino V Copronimo (741-775), che era un convinto iconoclasta. Teodoto non fu però in grado di gestire il sinodo e scoppiarono gravi disordini.
Leone V fu comunque abbastanza moderato nel reprimere il movimento iconodulo, limitandosi ad arrestarne solo i capi più accaniti come l'igoumeno del monastero di Studion Teodoro Studita, che fu arrestato ben tre volte e infine esiliato.

Teodoro Studita, Nea Moni, Chios, XI secolo
 
Nel 820 Leone V fu assassinato nel corso di una rivolta capeggiata dal comandante della guardia palatina che fu proclamato imperatore al suo posto con il nome di Michele II (820-829). Questi fu tollerante con gli iconoduli e li richiamò dall'esilio. Ma non ristabilì il culto delle immagini e difese energicamente i diritti imperiali contro l'invadenza dell'elemento ecclesiastico.
Nel 829 gli successe il figlio Teofilo (829-842). Il nuovo imperatore combatté strenuamente a favore dell'iconoclastia – il suo tutore era stato Giovanni Grammatico, fervente iconoclasta, da lui innalzato al soglio patriarcale nell'837 - compiendo persecuzioni (fece incidere con il ferro rovente sulla fronte dei monaci iconoduli Teofane e Teodoro versi ingiuriosi) che non risparmiarono neanche la moglie Teodora e la matrigna Eufrosina (figlia di Costantino VI e seconda moglie di Michele II detto il Balbuziente). Ormai, però, i circoli iconoclasti della capitale e dell'esercito erano davvero isolati. Sembra che la stessa imperatrice Teodora fosse, di nascosto, veneratrice di icone. L'imperatore, con un editto, dovette addirittura minacciare di imprigionamento quanti rifiutassero la comunione con gli iconoclasti.
Alla sua morte nel 842 gli succedette il figlio Michele III di appena tre anni, il quale, essendo in minore età, fu posto sotto la reggenza di sua madre Teodora, coadiuvata dallo zio Sergio e dal Primo Ministro Teoctisto. L'imperatrice madre, contraria alla politica iconoclasta del defunto marito, depose il Patriarca Giovanni VII Grammatico e lo sostituì con l'iconodulo Metodio I nel 843, il quale nello stesso anno convocò un sinodo che ribadì le conclusioni del II Concilio di Nicea (787) e condannò l'iconoclastia, ponendo fine al secondo periodo iconoclasta.

Le cinque figlie dell'imperatrice Teodora (Tecla, Anastasia, Anna, Pulcheria e Maria) vengono introdotte alla venerazione delle immagini sacre dalla nonna materna Teociste.
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

Al termine del sinodo, l'11 marzo 843, prima domenica di Quaresima, si svolse una solenne processione che, dietro l'icona della Vergine Hodighitria, attraversò tutta la città dalla chiesa delle Blachernae a quella di santa Sofia, dove un solenne rituale proclamò ufficialmente la restaurazione del culto delle icone.
Da allora, nel calendario liturgico ortodosso, la prima domenica di Quaresima celebra la Festa dell'Ortodossia.
Icona del Trionfo dell'Ortodossia, cm. 39x31, fine XIV sec.
British Museum, Londra
 
L'icona detta del Trionfo dell'Ortodossia attualmente conservata presso il British Museum e proveniente da Costantinopoli - che al tempo stesso commemora e descrive questa processione, è divisa in due registri. In quello superiore, al centro e sostenuta da due angeli, è raffigurata l'icona della Hodighitria, alla cui sinistra si dispongono l'imperatrice madre, Teodora, ed il giovane imperatore Michele III, a destra il patriarca Metodio (843-847) insieme a tre monaci. Nel registro inferiore, sono raffigurati alcuni martiri delle persecuzioni iconoclaste, alcuni dei quali già deceduti all'epoca della processione, tra cui si riconoscono: all'estrema sinistra, in abiti monacali e con in mano una icona del Cristo (in rappresentanza di quella posta sulla Chalkè che la santa cercò di salvare dalla furia iconoclasta) Santa Teodosia, poi due monaci la cui didascalia non è più leggibile; al centro della composizione Teofane il Confessore e Teodoro Studita che sostengono un'icona del Cristo emanuele, poi, in abiti vescovili, il patriarca Tarasio (784-806) – che richiese la convocazione del II Concilio di Nicea – Teodoro e Teofane Graptoi, Teofilatto ed Arsakios. Recentemente, grazie al ritrovamento di una copia cinquecentesca di questa icona, Chatzidakis (Icons. The Velimezis Collection, Mueso Benaki, Atene, 1998, pagg. 86-91) ha identificato il vescovo Teodoro in uno dei tre monaci raffigurati nel registro superiore ed in San Ioannikios,la quarta figura da sinistra nel registro inferiore.

La decorazione delle chiese durante il periodo iconoclasta

Durante il periodo iconoclasta le figure del Cristo e della Vergine, degli Angeli e dei Santi vennero rimosse dagli apparati decorativi delle chiese e sostituite da croci, motivi floreali e scene di caccia.

Hagia Eirene, Costantinopoli

Nel catino absidale della chiesa costantinopolitana di Sant'Irene è raffigurata a mosaico una grande croce che poggia su un piedistallo di quattro gradini. Venne fatta realizzare dal Leone III (717-741) o da suo figlio Costantino V (741-775) nell'ambito dei restauri intrapresi a seguito del grave terremoto del 740. E' uno dei pochissimi esempi rimasti di decorazione del periodo iconoclasta.

Santa Sofia, Tessalonica

I mosaici della volta del bema  della chiesa di Santa Sofia a Tessalonica possono essere datati grazie all'inscrizione che corre sui suoi lati e che ricorda l'imperatore Costantino VI e sua madre Irene l'Ateniese che regnarono insieme nel periodo 780-787 e il metropolita di Tessalonica Teofilo. Nonostante questi ultimi due fossero favorevoli al culto delle icone, la decorazione appare chiaramente aniconica. L'elemento di maggior spicco è una grande croce d'oro, inscritta in una mandorla policroma, che irradia raggi di luce al centro della volta.
La decorazione culminava con una grande croce nel catino absidale, di cui sono ancora visibili tracce sul fondo d'oro in prossimità dell'aureola e delle spalle della Vergine.


La raffigurazione della Vergine in trono con in braccio il bambino, che adesso decora l'abside dovrebbe risalire ad un periodo immediatamente successivo alla fine dell'iconoclastia (843) e rifatta nella parte superiore a seguito dei danni subiti nel terremoto del 1037.

chiesa della Koimesis (Dormizione della Vergine), Nicea

La chiesa della Koimesis di Nicea, katholicon del Monastero di Giacinto, fu completamente distrutta nel 1922 durante la guerra greco-turca. Nel 1912 era però stata studiata e forografata nei dettagli da Theodor Schmit e N.K. Kluge. 
La decorazione della chiesa era stata completata agli inizi dell' VIII secolo, poco prima dell'avvento dell'iconoclastia. Durante il periodo iconoclasta la decorazione fu fortemente modificata. Le decorazioni originali furono ripristinate immediatamente dopo la conclusione del secondo periodo iconoclasta (843) come scritto in un'epigrafe sull'arco trionfale. In questa fotografia del catino absidale scattata nel 1912 sono evidenti le tracce dei bracci laterali della croce che aveva sostituito quella della Vergine con il Bambino durante il periodo iconoclasta.







domenica 7 ottobre 2012

La fortezza di Palamidi

La fortezza di Palamidi



Il colle di Palamidi, che sovrasta la città di Nauplia, prende il nome da Palamede, il figlio del mitico re Nauplio fondatore della città.
Nel 1686, quando Morosini assediò Nauplia nel corso della guerra di Morea (1684-1699), costrinse alla resa la guarnigione turca battendo la città con le artiglierie piazzate su questa altura lasciata indifesa dagli ottomani.
 
 
In questa mappa di Vincenzo Coronelli, che era al seguito delle truppe del Morosini che assediarono Nauplia, si nota la dislocazione di una batteria di quattro pezzi d'artiglieria sulla sommità del colle da cui battono la città dall'alto (H). In basso, si nota la circonvallazione fatta erigere dal Morosini per difendere gli assedianti dall'accorrere di truppe turche in soccorso della città assediata. Il tiro a parabola che si vede partire dalla postazione  contrassegnata con la lettera "E" corrisponde invece a quello di una batteria di otto mortai.
 
Divenuti padroni della città, i veneziani, sotto il provveditorato di Agostino Sagredo, fortificarono il colle tra il 1711 ed il 1714. La fortezza, costruita dall'ingegnere francese La Salle sui disegni dell'architetto dalmata Giaxiach, fu concepita come un sistema di bastioni semi-indipendenti racchiusi all'interno di una comune cinta muraria.
La cima della collina è raggiungibile dalla città per mezzo di una lunga scalinata (857 gradini) che s'inerpica a zig-zag lungo il suo fianco (a sinistra nella fotografia). Una leggenda vuole invece che essi siano 999 essendo stato il millesimo distrutto dal patriota greco Teodoro Kolokotronis.

Dionisyos Tsokos, Ritratto di Teodoro Kolokotronis, 1853
Museo Storico Nazionale di Atene.
 
Teodoro Kolokotronis, uno degli eroi della guerra d'indipendenza fu fatto incarcerare dai suoi rivali politici e detenuto in una cella del bastione Milziade nella fortezza di Palamidi durante la guerra civile (1824-1825).
La scalinata fu in realtà costruita dai prigionieri detenuti nella fortezza qualche anno dopo, durante il regno di Ottone I di Baviera (1832-1862).



A metà circa dell'ascesa s'incontra il piccolo Bastione Robert (dal nome di un francese filellenico morto durante la guerra di liberazione) e quindi una serie di terrazzamenti e porte che introducono all'imponente Bastione di S.Andrea al termine della scalinata.

Bastione Robert

Il Bastione di S.Andrea fu il primo ad essere completato (1712) ed ospitava al suo interno il comando della guarnigione e la piccola chiesa di S.Andrea. Originariamente la chiesa era dedicata a S.Gerardo, il santo protettore della famiglia del provveditore Agostino Segredo.
Il 29 novembre 1822, nel corso della guerra di liberazione, un contingente di soli 350 insorti greci al comando di Staikos Staikoupolos s'impadronì della fortezza con un colpo di mano. Il giorno successivo si tenne una messa di ringraziamento nella chiesetta di S.Gerardo che venne nell'occasione ridedicata all'apostolo Andrea, la cui festa ricorreva in quel giorno.


Bastione S.Andrea, porta d'ingresso

Bastione S.Andrea

Bastione S.Andrea, corte interna

Chiesa di S.Andrea


A settentrione del Bastione S.Andrea si trova il piccolo Bastione Leonida, che difende l'angolo settentrionale della cinta. Alle sue spalle il massiccio Bastione Milziade di forma pentagonale che protegge il fianco orientale della cinta. Contiene al suo interno una grande cisterna per la raccolta dell'acqua piovana e delle stanze che furono utilizzate come celle tra il 1840 e il 1926.

Bastione Milziade

Bastione Milziade, le celle

Al suo fianco il Bastione Temistocle che ospitava una batteria di sei pezzi che poteva battere la strada di accesso da est e la cresta che si trova sul versante orientale della collina.

Bastione Temistocle

Il bastione Achille occupa la parte centrale di questa cresta ma, come il bastione Epaminonda, non era stato completato quando i turchi attaccarono la città nel 1714 e molto probabilmente qui avvenne lo sfondamento.
Il bastione Focione fu invece costruito interamente dagli ottomani dopo il 1714.

Bastione Epaminonda, porta d'accesso

I bastioni furono rinominati in questo modo dai greci dopo la guerra di liberazione. In epoca veneziana erano raggruppati sotto i nomi di S.Gerardo, S.Niccolò e S.Agostino.




martedì 2 ottobre 2012

Palmanova


PALMANOVA


La prima pietra di fondazione della città fu posata il 7 ottobre 1593, nell' anniversario della battaglia di Lepanto.
I lavori per la realizzazione della prima cerchia di mura durarono circa trent'anni (1593-1623), assieme al fossato.
Il progetto è probabilmente il risultato del lavoro degli ingegneri militari veneziani - Vincenzo Scamozzi, Marc'Antonio Martinengo di Villachiara, nominato nel 1593 “capo de guerra” e, soprattutto, Giulio Savorgnan, ideatore delle fortificazioni di Nicosia (1567) con cui Palmanova presenta molti punti di contatto - sotto il coordinamento di Marcantonio Barbaro, primo Provveditore di Palmanova.
Nella sua storia Palmanova subì tre assedi (1809, 1814 e 1848), sempre da parte delle truppe austriache, ma non fu mai conquistata militarmente in quanto i nemici si guardavano bene dal tentare di forzarne le difese; ogni "passaggio di mano" della città fu dovuto esclusivamente alla sua perdita di importanza strategica in quanto veniva semplicemente "oltrepassata" e isolata dall'esercito attaccante durante le varie operazioni militari e perdeva quindi ogni sua deterrenza o significato difensivo. E' la sorte di tutte le fortezze statiche distribuite sul territorio a "pelle di leopardo" senza opere di collegamento tra esse.


La prima cinta difensiva, a forma di ennagono, presenta nove bastioni, a partire da Porta Cividale e in senso antiorario:
1. Del Monte.
2. Donato, da Leonardo Donato, uno dei membri della commissione di provveditori che fondò la città.
3. Barbaro, da Marcantonio Barbaro primo provveditore generale di Palmanova.
4. Grimani, da Marino Grimani, altro membro della commissione.
5. Savorgnan, da Giulio Savorgnan, ingegnere militare veneziano che collaborò alla stesura del progetto.
6. Foscarini, da Jacopo Foscarini, membro della commissione dei provveditori.
7. Villachiara, da Marc'Antonio Martinengo di Villachiara, altro ingegnere progettista.
8. Contarini, da Zaccaria Contarini, membro della commissione dei provveditori.
9. Garzoni, membro della commissione dei provveditori.

La costruzione della seconda cerchia fortificata viene iniziata nel 1658 con l'esecuzione dei rivellini a protezione delle tre porte d'ingresso alla fortezza, e termina nel 1690.

La terza cerchia, la più esterna, formata dalle cosiddette lunette napoleoniche viene costruita a partire dal 1806 da Napoleone che incarica del progetto il generale del genio Chasselops. Alla direzione dei lavori attende il maggiore Laurent e alla supervisione Eugenio di Beauharnais. Le opere si protraggono fino al 1813, anno dell'abbandono del Friuli da parte delle truppe francesi.


Esistono due leggende legate alla fondazione di Palmanova.
La prima narra di un pastore di nome Camotio che addormentatosi nel luogo in cui successivamente sorse la città, corse dai suoi amici giurando di aver avuto come visione una grandiosa fortezza a forma di stella che lì sarebbe sorta. Lo presero per ubriaco e lo beffeggiarono.
Un’altra narra che quindici provveditori, durante un sondaggio del terreno, furono colpiti da un temporale e trovarono riparo in una cappella di quel luogo desolato. Mentre erano in attesa che la pioggia cessasse, una ragnatela cadde dal soffitto posizionandosi perfettamente davanti a loro. Ed ecco che ebbero come un’illuminazione per il progetto della futura fortezza.

Dalle tre porte d'accesso e dai vertici di tre bastioni della cinta si dirama una raggiera di sei strade, che confluiscono ai vertici di una vasta piazza esagonale (Piazza grande), posta al centro dell'impianto stellare della città fortificata.
La Piazza Grande appare libera in forma esagonale con un canale d’acqua all’intorno e tre coppie di sei statue di Provveditori di Palmanova poste a sottolineare l'inizio delle strade verso le tre porte urbane principali.

 
Statua di Leonardo Donà delle rose, Provveditore di Palmanova dal 1682 al 1684, data a cui risale anche la statua. I bassorilievi raffigurano due bracciali dotati di cubitiera. Tre rosette di cui due entro due scudi alludono alle armi di Donà. Sulle facce laterali sono raffigurate altre panoplie in cui compaiono spade ricurve che alludono a trofei turchi.

Tutte le funzioni direzionali della piazzaforte sono ubicate al centro del sistema proprio nella Piazza Grande: il comando nel palazzo del provveditore generale così come i capi di servizio e del comando truppe, le funzioni carcerarie per militari e l’ospedale.
Nel complesso la piazza rimane nella sua configurazione vuota, enormemente dilatata, una piazza d’armi, fortemente segnata dalla necessità di ampi spazi per manovrarvi le armate.
Al centro di essa sorge un pozzo in pietra d'Istria con tre nicchie indirizzate verso i tre borghi. Su questa base si erge l'alto pennone su cui sventolava lo stendardo di Venezia: testimone inesorabile delle vicende della fortezza e simbolo di Palmanova.


Gli edifici militari che si affacciano sulla piazza sono caratterizzati da una pianta rettangolare o quadrata e da una bassa struttura a tre piani.

Palazzo dei Provveditori fatto costruire nel 1598 da Marc'antonio Memmo e successivamente ampliato da Giovanni Pasqualigo.


Loggia della Gran Guardia a fianco del Palazzo dei Provveditori, senza soluzione di continuità, c’è la Loggia della Gran Guardia, costruita tra il 1620 e il 1625, che ospitava il corpo di guardia a tutela della piazza e del Provveditore.
La parte terminale della Loggia, sopraelevata negli anni venti del ‘900 e trasformata in Monumento ai Caduti, contenne nella prima metà dell’Ottocento un teatro.
Nelle grandi arcate sono stati sistemati i cancelli in ferro battuto che anticamente erano situati alle porte della città.


Nell'angolo formato dal congiungersi del Palazzo dei Provveditori con la Loggia della Gran Guardia , il provveditore Alvise Priuli fece erigere nel 1654 la Piramide della Verginità, a simboleggiare la verginità di Palmanova mai violata da armi nemiche.

Palazzo del Governatore delle Armi fatto costruire nel 1613 dal Provveditore Benedetto Tagliapietra, per ospitare il Governatore che fino a questo momento aveva risieduto fuori dalla città fortificata.



Le Porte cittadine

Porta Cividale: 1604-5 è opera probabilmente di Vincenzo Scamozzi come le altre due. Rivestita in bugnato rustico con pietra bianca e grigia, presenta delle linee robuste e severe, dotata di due garitte laterali (torrette di guardia) collegate da una balaustra con pilastrini.

Quando furono costruiti i rivellini a protezione delle porte (1658-1690), l’ingresso in città avveniva in realtà attraverso questa controporta aperta sul fianco sinistro del rivellino costruito anteriormente alla porta Cividale.



Porta Cividale, facciata interna

 Porta Cividale, corte interna

portico laterale con al centro un camino; sulla destra, sormontato da stemma e da un'apertura ad oblò, il portoncino d'accesso al corpo di guardia e all'alloggio ufficiali. Questa conformazione interna si ripete sostanzialmente analoga in tutte e tre le porte.

Bastione Del Monte, posto a protezione del fianco settentrionale della porta

  
Porta Udine: 1605, richiama l'arco trionfale classico. I tetti aguzzi delle garitte che prolungano le paraste laterali e le guglie che prolungano le semicolonne che fiancheggiano la porta ne accentuano la verticalità. Sulla facciata esterna il leone marciano era appoggiato sul basamento tra i due piccoli obelischi.




 Porta Udine: ingranaggi per la movimentazione del ponte levatoio


 
Ponte canale dell'acquedotto: fatto edificare in pietra di Medea nel 1665 dal Provveditore Alvise Molin in sostituzione di una precedente versione in legno, entra in città in prossimità della porta Udine.

Porta di Aquileia: edificata nel 1598 su disegno dello Scamozzi. Detta anche Porta de Mar perchè rivolta verso l'Adriatico. Nonostante sia la più antica delle tre porte è anche la meno classica: la linea del timpano, spezzata e mossa dalle doppie volute, prelude infatti al gusto barocco e attenua, insieme all'eliminazione delle semicolonne, i rimandi all'arco trionfale della classicità a cui s'ispiravano le porte rinascimentali.
Nelle metope del fregio sono scolpiti gli stemmi di alcuni Provveditori e Tesorieri di Palmanova.


La controporta aperta nel rivellino che protegge la porta di Aquileia

Il modulo fortificatorio impiegato a Palmanova



A. Cortinatratto di muro che collega due bastioni; può essere "cieca" cioè a muro continuo senza aperture oppure munita di porta.

B. Cavaliere: postazioni sopraelevate poste alle estremità della cortina. Vi venivano dislocate le artiglierie più potenti che, nascoste alla vista, potevano sparare a "cavallo" della struttura del bastione.

C. Bastionepunto forte d'angolo dalla caratteristica forma a punta di freccia con due "orecchioni" laterali a sporto che servivano a coprire le vie di sortita. Nella progettazione della sua geometria moltissima cura veniva messa nel tentativo di ridurre al minimo i cosiddetti "angoli morti" che non potevano essere battuti dal fuoco di difesa e che potevano costituire pericolosissimi punti di attestazione del nemico che, giunto a ridosso della struttura, ne veniva da essa stessa riparato.

D. Falsabraga: terrapieno rettilineo costruito in linea parallela ed anteriormente alla cortina a livello del fossato. E’ provvisto di una breve galleria di attraversamento centrale. Serviva ad attutire ed assorbire i colpi in arrivo e ad offrire riparo ai difensori usciti dalla "sortita" e pronti a contrattaccare o a rinforzare le strutture difensive più esterne.

E. Fossato

F. Rivellino:  opera fortificata esterna di forma triangolare posta a difesa della cortina o della porta. Aveva una struttura ed un armamento simile a quello del bastione; era munito di "false porte" per ingannare l'attaccante il quale, ritenendo di poter penetrare nel cuore della fortezza attraverso di esse, si ritrovava invece in una trappola tra la scarpa e la controscarpa del fossato.

G. Lunetta:  struttura difensiva in asse con il bastione all'esterno della cerchia dei rivellini; a Palmanova è ben evidente la loro costruzione in epoca successiva (1806-1813) alla luce di concetti tattico-difensivi più evoluti infatti, oltre a presentare la medesima struttura del rivellino, hanno al centro una casamatta dotata di artiglierie.

H. Porta

Lunetta napoleonica