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domenica 8 aprile 2012

L'Assedio di Costantinopoli

L'Assedio di Costantinopoli (1453)

Non lasciarono in vita un solo abitante
all'interno della città: non latino, non greco,
non armeno, non ebreo, non qualsiasi altro.
La città di Costantinopoli è morta e non c'è 
più ora in essa alcun segno di vita.
(Isidoro di Kiev)

Conformazione delle mura di Costantinopoli: la cinta muraria che difendeva la città risaliva nella sua struttura di base all'epoca della ristrutturazione di Teodosio II (447), anche se nel corso dei secoli le mura erano state rinforzate e riparate a seconda delle necessità.




Mura interne (Mega Teichos): larghe 5 m alla base ed alte 12, intervallate da 96 torri poste a 55 m di distanza l'una dall'altra.
Mura esterne (Exo Teichos): erette a 15-20 m dalle precedenti, larghe 2 m ed alte 8.5 ed anch'esse intervallate da 96 torri più basse. Lo spazio compreso tra le due cinte murarie prendeva il nome di Peribolos.
Antemurale: alto circa 1.5 m.
Fossato: largo 20 m e profondo 10.

La guarnigione: Costantino XI poteva schierare 5.000 soldati greci e circa 3.000 latini

Assegnazione dei comandi:

Il genovese Giovanni Giustiniani Longo, che aveva raggiunto la città il 26 gennaio al comando di 700 soldati di ventura, nominato dall'imperatore protostrator, era il comandante supremo della difesa terrestre.
  1. Porta aurea: il megas domestikos Andronico Cantacuzeno
  2. Castello delle sette torri: Contarino Contarini (veneziano)
  3. dalla Porta aurea a Porta pegana: Maurizio Cattaneo (genovese) con 200 balestrieri
  4. Porta pegana: Nicola Goudeles e Battista Gritti (o Nicolò Mocenigo)
  5. Porta rhegium: Paolo, Troilo e Antonio Bocchiardo (genovesi)
  6. Porta S.Romano: Giovanni Cantacuzeno
  7. da Porta S.Romano a Porta Charisio: Costantino XI e Giovanni Giustiniani Longo
  8. Porta Charisio: Andronico Leontaris Briennio e Fabruzzi Corner
  9. Porta Gyrolimnes delle Blacherne: Dolfin Dolfin, poi Giovanni Loredan (veneziani)
  10. Palazzo delle Blacherne: Costantino XI fino al 6 aprile, poi Girolamo Minotto, bailo di Venezia.
  11. Porta Caligaria: Teodoro Caristeno sostituito alla sua morte da Emanuele Goudeles (entrambi bizantini), Leonardo da Langasco e Gerolamo Italiano (genovesi).
  12. da Porta Caligaria alla Xyloporta (Porta di legno, si trovava poco oltre la congiunzione delle mura di terra con quelle marittime): Teofilo Paleologo, Zaccaria Grioni e Giovanni Alemanno (il tedesco esperto di mine Giovanni Grant).
  13. Xyloporta: Manuele Paleologo
  14. dalla Porta del Kynegos (Porta del cacciatore) alla porta Phanar: Gabriele Trevisan (con 400 veneziani)
  15. Porta Phanar: Alessio Disipato (bizantino).
  16. dalla Porta Phanar alla Porta Basilica (o imperiale): Ludovico e Antonio Bembo con 150 veneziani.
  17. Porta Basilica: il megadux Luca Notaras con un reparto di 100 cavalieri greci e latini.
  18. Porta di S.Teodosia: Giovanni Vlaco
  19. Porta Putea (o di Ispigas)
  20. Porta Platea: Manuele (?) Filantropeno.
  21. Zona tra l'angulus sancti Demetrii e i Mangani: cardinale Isidoro di Kiev e l'arcivescovo di Mitilene (Lesbo) Leonardo di Chio (con 200 balestrieri).
  22. Porta imperiale del Bucoleon: Pere Julià con 200 catalani.
  23. Porto di Eleutheros: Orkhan con i turchi.(1)
  24. Comandante del Porto: Alvise Diedo (veneziano)
  25. Riserva: una forza mobile, forte di circa 700 uomini e pronta ad essere impiegata dove necessario, era acquartierata nei pressi della chiesa dei SS.Apostoli e comandata da Demetrio Cantacuzeno Paleologo e da suo genero, il diplomatico Nicola Goudeles.
 (1) Il Principe Orhan (o Urkan) era un pretendente al trono ottomano esiliato a Costantinopoli. Alla caduta della città, circondato dai giannizzeri, si gettò sulla spada di uno dei suoi soldati.





Il tratto delle mura compreso tra la Porta S.Romano e Porta Charisio (Mesoteichion=mura di mezzo), dove il fiume Lykus entrava in città attraverso un canale sotterraneo, nonostante i lavori di rafforzamento fatti eseguire da Giovanni VIII, rimaneva il tallone d'Achille del perimetro difensivo. Qui infatti le mura si trovavano ad un livello più basso dell'altura prospiciente occupata dalle artiglierie degli assedianti. Lungo questo tratto Costantino schierò i suoi uomini migliori nonché le truppe di Giustiniani e insediò il suo quartier generale; contro questo tratto di mura si concentrò anche il fuoco delle artiglierie ottomane di grosso calibro.
2 aprile: viene tesa la catena tra la torre S.Eugenio e una torre di Galata per bloccare il Corno d'oro.
6 aprile: i turchi prendono le posizioni loro assegnate per l'assedio, ed i difensori fanno lo stesso. L'imperatore trasferisce il suo quartier generale a Porta San Romano, lasciando ai veneziani di Girolamo Minotto la difesa del Palazzo delle Blacherne. Gli ottomani aprono le ostilità con i cannoni, ed al tramonto il settore delle mura presso la Porta Charisii è seriamente danneggiato.
7 aprile: il settore della Porta Charisii crolla sotto il perseverante cannoneggiamento, ma viene riparato velocemente nella notte dai difensori.

Porta di Charisio

Fu successivamente rinominata dai turchi Porta di Edirne (Adrianopoli): quadrata, sormontata da un arco a tutto sesto e fiancheggiata da due torri ottagone. Prende il  nome dal capo della fazione degli Azzurri all'epoca della costruzione delle mura. Attraverso questa porta Mehmet II fece il suo ingresso trionfale in città.

9 aprile: il sultano assalta due castelli fuori le mura: il primo, Therapia, edificato su di una collina sopra il Bosforo, resiste per due giorni, poi le mura cedono all'artiglieria (40 sopravvissuti, tutti impalati).
10 aprile: L'ammiraglio Balta-oghlu, assalta l'isola di Prinkipo e deporta gli abitanti perché hanno resistito all'invasione barricandosi su una torre, data poi alle fiamme. Il Sultano dà l'assalto al secondo castello nei pressi del villaggio di Studion sul Marmara, demolito in poche ore dal fuoco dell'artiglieria. (36 sopravvissuti, tutti impalati).
12 - 17 aprile: comincia il bombardamento vero e proprio sulle mura, progettato per durare con incessante monotonia per sei settimane. Le piogge e le piattaforme instabili rendono l'uso dei cannoni più grandi (compreso il mostro di Urban) difficoltoso: potevano sparare solo sette volte al giorno, provocando però ingenti danni. Le palle avvolte in una nube nerastra si frantumavano sulle mura esterne demolendone grandi settori. I difensori provarono a gettare balle di lana e cuoio sulle mura, con scarsi risultati. Sul Mare, Balta-oghlu ricevuti i rinforzi attacca lo sbarramento al Corno d'Oro con frecce infuocate e cannoni, ma le navi turche non hanno un tiro sufficientemente alto per raggiungere i punti vitali delle galee cristiane; inoltre l'arrivo di Luca Notaras, giunto a dar manforte a quelli dello sbarramento, consente il contrattacco cristiano. Balta-oghlu per salvare le sue navi dall'accerchiamento è costretto a ripiegare verso la base strategica turca delle Due Colonne (Diplokinion).


Il sultano commissionò all'ungherese Urbano la realizzazione delle artiglierie di grosso calibro da impiegare nell'assedio. L'ingegnere ungherese aveva precedentemente offerto i suoi servigi all'imperatore che aveva dovuto rinunciarvi per mancanza di fondi.
Urbano superò se stesso fondendo nei cantieri di Adrianopoli una bombarda gigante (calibro 889 mm) – il mostro di Urbano - che era lunga 8 metri e pesava 48 tonnellate (per trainarla erano necessarie 50 coppie di buoi). I proiettili che sparava erano di granito, avevano una circonferenza di 3 metri e pesavano 500 kg.
Negli ultimi giorni dell'assedio, la bombarda però esplose uccidendo tutti i venti serventi che erano necessari per manovrarla ed il suo stesso progettista.
Il cosiddetto cannone dei Dardanelli, riprodotto nella fotografia, fu fuso in bronzo nel 1464 da Munir Ali probabilmente sul modello della grande bombarda di Urbano.
Ancora in uso nel 1807, fece fuoco dalla costa contro la flotta britannica dell'ammiraglio Duckworth che cercava di forzare lo stretto dei Dardanelli causando ancora ingenti danni ben trecento anni dopo la sua fabbricazione.
Nel 1866, in occasione di una visita di stato, il sultano Abdul Aziz donò il cannone dei Dardanelli alla regina Vittoria. L'arma divenne quindi parte della collezione delle Royal Armouries ed è attualmente conservata nella sede di Fort Nelson.

18 aprile: al mattino, le mura esterne sono quasi del tutto demolite ed il fossato quasi tutto riempito; nonostante questo, Giovanni Giustiniani Longo e i suoi erigono nel pomeriggio una palizzata di legno e barili riempiti di sabbia. Due ore dopo il tramonto, fanteria pesante, tiratori di giavellotti, basci buzuk e soldati della guardia giannizzera danno l'assalto alla palizzata: alcuni sono armati di torce e aste con uncini, altri di scale a pioli. Il combattimento dura quattro ore: gli italiani di Giustiniani e i greci combattono spalla a spalla, spronati dal carisma del comandante. Poiché l'assalto è concentrato in un solo punto, la superiorità numerica turca non serve a nulla dato che i Cristiani sono meglio equipaggiati. Nelle cronache contemporanee si stimano duecento morti turchi e nessun cristiano.
 20 aprile: al mattino, tre galee genovesi - sotto il comando di Maurizio Cattaneo e dei comandanti Domenico da Novara e Battista da Felizzano - affittate da Papa Niccolò V ed un trasporto bizantino, al comando di Francesco Lecavella, con i rifornimenti di grano, sono avvistati dalle sentinelle della città e da quelle turche. Il sultano ordina a Balta-oghlu di catturare le navi o di affondarle, e di non tornare vivo nel caso gli fossero scappate. In tre ore migliaia di remi squassarono le acque del mar di Marmara puntando verso le quattro navi a vela. I cittadini scrutano dall'acropoli e dall'Ippodromo, i turchi dalle spiagge del Bosforo.
Nel pomeriggio le navi giungono al largo della parte sud-orientale della città, il mare si fa agitato ed il vento spira contrario alla corrente del Bosforo. Le biremi e triremi turche sono difficilmente controllabili in queste condizioni, inoltre le navi cristiane sono più alte e meglio armate: gli ottomani possono solo tentare di appiccare il fuoco agli scafi. Per un'ora le navi cristiane si liberano di quelle turche, ma proprio quando sono sotto l'acropoli, il vento cessa di spirare e la corrente le porta verso Pera, a poca distanza dal luogo dove si trova il Sultano.
Balta-oghlu prova a fiaccare le resistenze cristiane bersagliando di fuoco le navi, ma ogni incendio è spento dalle ciurme: ordina dunque ai suoi di andare all'arrembaggio. L'ammiraglia prova a raggiungere il trasporto, una nave genovese è circondata da cinque triremi, una da trenta fuste e l'altra da quaranta parandarie cariche di soldati. Ad ogni nave turca eliminata se ne fa sempre sotto un'altra. I turchi si trovano comunque in difficoltà, poiché i genovesi hanno una superiorità tecnica impareggiabile e non si fanno sopraffare: i remi turchi si ostacolano l'un l'altro e i cannoni italiani sono meglio piazzati. I genovesi sono in grado accostare tutte le loro navi, che appaiono come una grande fortezza galleggiante. Al tramonto, quando tutto sembra perduto per gli italiani poiché erano sospinti lontano dallo sbarramento e quindi dal porto, si leva ancora il vento e le navi cristiane rompono il blocco turco accostandosi al Corno d'Oro. I turchi, scesa la sera, si ritirano e il porto della città accoglie festosamente le navi. Erano morti solo ventitré marinai cristiani e centinaia di turchi.
 21 aprile: Balta-oghlu è convocato da Mehmet e tacciato di tradimento, viltà e pazzia. Ma non viene decapitato perché i suoi ufficiali testimoniano il suo coraggio: viene però spogliato di cariche e dei beni, bastonato sotto la pianta dei piedi e lasciato libero di passare i suoi ultimi giorni in squallida oscurità. Il posto di ammiraglio della flotta è preso da Hamza Beg.
Sulle mura il bombardamento riprende più acuto dopo la sconfitta ottomana sul mare; nel pomeriggio è demolita una grande torre nella valle del Lycus chiamata Baccaturea assieme ad una ampia porzione di mura esterne: se si fosse ordinato un attacco su tutta la linea, i turchi avrebbero sfondato, ma il Sultano non è alle mura.
Mehmet II è alle Due Colonne e sotto suggerimento di un italiano trova il modo per superare lo sbarramento del Corno d'Oro. Trasporta via terra le navi dal Bosforo al Corno d'Oro attraverso una strada che i turchi avevano già costruito in precedenza.
 22 aprile: le navi sono legate a piattaforme mobili e trainate da buoi e squadre di uomini sulle alture. I vogatori muovono i remi nell'aria, le vele sono issate, le bandire garriscono ed i tamburi rullano accompagnati da pifferi e trombe. Apre la strada una fusta, seguita da una settantina tra biremi, triremi, e parandarie.
Nel pomeriggio segue un consiglio dei capitani cristiani e si avanzano diversi ipotesi: chiedere l'aiuto dei genovesi di Pera e con le loro navi attaccare in massa i turchi, ma si sarebbe perso tempo nelle trattative; sbarcare nella Valle delle Sorgenti un contingente per annichilire i cannoni ivi situati, ma non ci sono uomini sufficienti per un tale azzardo; infine, si decide sotto suggerimento di Jacopo Cocco di attaccare la notte stessa per dar fuoco alle navi turche. Il progetto viene rimandato alla notte del 24 ed il segreto trapela, poiché i genovesi, invidiosi dei veneziani, vogliono partecipare anche loro facendo rimandare l'operazione al 28. La notizia arriva a Pera e viene ascoltata da un genovese al soldo del Sultano (secondo Niccolò Barbaro questo genovese si chiamava Faiuzo, cfr. qui).

Il trasporto via terra delle navi ottomane dal Bosforo al Corno d'Oro
 in una miniatura realizzata da Jean Le Tavernier per l'edizione di lusso del
Voyage d'Outre-Mer di Bertrandon de La Broquière 
donata al duca di Borgogna Filippo il Buono nel 1457.
Biblioteca Nazionale Francese, Parigi


28 aprile: due ore prima dell'alba, comincia l'azione di sabotaggio. Si vede su una delle torri di Pera una luce, ma nessuno osa pensare al tradimento. Due navi da trasporto, due galere comandate da Trevisan e da Zaccaria Grioni, e tre fuste guidate dallo stesso Cocco con molte piccole imbarcazioni contenenti materiale infiammabile, si dirigono verso la flottiglia turca, ma poco prima che arrivino si sente un immenso boato: i turchi aprono simultaneamente il fuoco e la nave di Cocco viene centrata ed affondata. Cocco stesso muore. Il fuoco è concentrato sui battelli e sulla nave di Trevisan che affonda. Le navi turche contrattaccano, ma i cristiani le distaccano e dopo due ore di battaglia i rispettivi schieramenti tornano ai loro ormeggi. I superstiti vengono uccisi davanti alle mura della città e a Costantinopoli, per vendetta, vengono decapitati i prigionieri turchi.
Mehmet fa costruire un ponte di barili sul Corno d'Oro appena oltre le mura delle Blacherne. 
7 maggio: assalto notturno dei turchi, quattro ore dopo il tramonto, tre ore di combattimento. Un soldato greco di nome Rhangabe si racconta avesse tagliato in due il portabandiera del sultano, Amir Beg, benché poi fosse stato trucidato. Assalto respinto.
9 maggio: i cristiani spostano le navi nel Neorion (piccolo porto) e decidono di mandare gli equipaggi a difendere e riparare le mura delle Blacherne.
12 maggio: attacco turco su larga scala, sul congiungimento delle mura Teodosiane con quelle delle Blacherne, a mezzanotte meno dieci. I turchi riescono ad infiltrarsi ma vengono sopraffatti dall'arrivo dell'imperatore e della sua guardia. I turchi desistono poiché le mura sono troppo resistenti.

L'asterisco indica il punto in cui le mura teodosiane si congiungono a quelle del Palazzo delle Blachernae, all'incirca dove si trova il Palazzo di Costantino Porfirogenito (Tekfur saray)


16 maggio: attacco navale allo sbarramento da parte dei turchi. I lavori di mina sotto le mura delle Blacherne vengono scoperti dalla difesa.
17 maggio: secondo attacco navale allo sbarramento, respinto senza quasi dover combattere. Giovanni Grant sotto l'ordine del Megadux Notaras scava una contro-mina riuscendo a bruciare i sostegni in legno delle gallerie ottomane e seppellendo molti nemici.
18 maggio: durante la notte tra il 17 ed il 18 viene costruita una torre, esposta ai difensori davanti alle mura del Mesoteichion. Costruita con un'ossatura in legno e ricoperta da pelli di bue e cammello, ha all'interno una scalinata che porta ad una piattaforma alta come le mura esterne. Gli uomini del sultano lavorano per creare sul fossato un passaggio solido per la torre che si erge a loro difesa al limite del fossato durante i lavori di riempimento. Nonostante una strenua difesa dei cristiani, al tramonto, il fossato è quasi del tutto riempito. Ma nella notte un manipolo di difensori esce e piazza dei barili di polvere da sparo sotto la torre, appiccandovi il fuoco. La torre detona e brucia, al mattino anche il fossato è quasi del tutto ripulito e le mura, nei pressi dei ruderi della torre mobile, sono rinforzate da una nuova palizzata. 
23 maggio: i Greci circondano un'altra mina sotto le mura delle Blacherne e catturano un ufficiale, il quale, appositamente torturato, è in grado di rivelare tutte le ubicazioni delle rimanenti gallerie turche. Grant comincia a demolirle una ad una.
24 maggio: Nella notte c'è un'eclissi di luna piena e cominciano a circolare leggende sulla fine della città, legate al nome di Costantino; si fa una processione portando a spalle per la città l'icona della Vergine Hodeghitria, che cade e viene raddrizzata a fatica, poiché sembra pesare come il piombo. Segue un temporale fortissimo che allaga le strade, che paiono torrenti in piena. (Niccolò Barbaro, Giornale dell'assedio di Costantinopoli, che raccoglie la cronaca degli avvenimenti registrati dal medico imbarcato su una galera veneziana di stanza nella città imperiale, dal 2 marzo 1451 al 29 maggio 1453).
26 maggio: forse in questo giorno, a seguito dell'indebolimento della cinta muraria, l'imperatore da l'ordine di sbloccare la Kerkoporta (porta della cruna, vedi immagine sopra), che era piccola e difesa da muri robusti, per poter continuare da lì le sortite fuori le mura.
27 maggio: il bombardamento è concentrato sulla palizzata del Mesoteichion: tre palle del grande cannone di Urban ne disintegrano una parte e Giustiniani, lievemente ferito, si allontana per farsi medicare. Prima di notte è già tornato al suo posto.
28 maggio: il sultano cavalca sino alle Due Colonne, dove le sue navi sono stanziate, e ordina ad Hamza Beg di assaltare l'indomani tutte le mura del mar di Marmara e, dove possibile, tentare la scalata. Sulla via del ritorno dà lo stesso ordine alle navi situate nel Corno d'Oro.
Tutto tace fuori le mura, persino i grandi cannoni.
Nella città la tensione sale e scoppiano litigi tra veneziani, greci e genovesi.
Ma poco dopo si forma una grande processione, le campane suonano e tutti, greci e latini, intonano il Kyrie Eleison. Anche l'imperatore si unisce.
Dopodiché vengono convocati gli ufficiali: ai cittadini greci l'imperatore dice che un uomo deve essere sempre pronto a morire per la sua fede, per il suo paese, per la propria famiglia o per il suo sovrano e che ora il suo popolo deve essere pronto a morire per tutte queste quattro cause. Parla del glorioso passato dei loro avi. Ringrazia gli italiani per i loro servigi e li abbraccia tutti chiedendo loro perdono se mai avesse mancato loro in qualche occasione.
Tutto il popolo greco e quello italiano disponibile si sono diretti alla grande chiesa di Santa Sofia dove da mesi si celebrava la messa “contaminata” dai latini. Ma tutti quella sera pregano e si confessano a vicenda, anche i più acerrimi nemici dell'unione con Roma si stringono ai fratelli unionisti nella celebrazione della messa. Giungono anche gli ufficiali e l'imperatore. Quando poi tutti sono ai loro posti di combattimento, al Mesoteichion si dà ordine di sprangare le mura interne isolando quelle esterne: l'intenzione è di vincere o morire. L'imperatore percorre le mura sino all'ultima torre delle Blacherne da cui osserva il Mesoteichion a sinistra ed il Corno d'Oro a destra, parla con l'amico Giorgio Frantzes per più di un'ora, poi lo congeda. I due non si rivedranno mai più. Appena dopo il tramonto piove brevemente.
29 maggio, all'una e mezza del mattino viene dato l'ordine d'attacco: le campane prendono a suonare e tutta la città risuona del loro grido d'allarme.
Attaccano per primi i Basci-Bazuk su tutta la linea, ma si fanno pericolosi solo nella valle del Lycus, dove le mura sono in frantumi. Giustiniani e l'Imperatore, che si era portato lì per sostenere l'attacco, hanno avuto tutte le colubrine e tutti gli archibugi disponibili. Dopo due ore i Basci-Bazuk si ritirano, ma hanno stancato il nemico.
I difensori hanno poco tempo per riprendersi, poiché dalla collina discendono verso la valle del Lycus i reggimento anatolici di Ishāq Pascià. La limitatezza degli spazi, le nuvole che velano la luna e la tenacia dei difensori fanno subire ingenti perdite agli anatolici (devoti musulmani e pronti a mettere piede nella città, al contrario dei mercenari Basci-Bazuk). Dopo due ore una cannonata del mostro di Urban centra in pieno la palizzata demolendone gran parte; i difensori, accecati dalla polvere nera, non sono subito in grado di chiuderla e trecento soldati anatolici vi penetrano, ma si trovano di fronte l'Imperatore con le truppe greche che li massacrano. Questo scacco li mette definitivamente in fuga. Rincuorati, i difensori si adoperano per riparare la breccia. Tutti i settori della città hanno tenuto, ma l'attacco non è terminato.
Attaccano poi i Giannizzeri su due file serrate, avanzando senza lasciarsi distogliere dai proiettili ma facendosi guidare dalla musica marziale; il sultano in persona li guida sino al fossato. Sono equipaggiati in modo eccellente e piazzano le scale dove non possoano essere divelte. Ogni ondata fa posto alla successiva con disciplina. I cristiani combattono da più di quattro ore e sono sfiniti: alle loro spalle le campane suonano e un coro di voci si alza al cielo in preghiera. Per un'ora si combatte corpo a corpo, poi al congiungimento delle mura Teodosiane con quelle delle Blacherne dei turchi si accorgono che una posterla, detta Kerkoporta, era stata lasciata aperta e vi entrano in una cinquantina. Sarebbero però stati tutti uccisi, se proprio in quel momento Giustiniani non fosse stato ferito (da una freccia o da un colpo di colubrina). Le sue guardie chiedono all'imperatore la chiave della porta, poiché Giustiniani vuole essere portato via. I genovesi, confusi dall'accaduto e senza più vedere il loro comandante, credono che la città sia persa e rompono la linea ripiegando confusamente verso la porta, lasciando soli Costantino e i suoi greci.
Il Sultano, notando le difficoltà dei greci, grida che la città è presa. Un gigante di nome Hasan scala la palizzata con trenta giannizzeri, i greci contrattaccano ma diciassette turchi tengono la testa di ponte e poi vengono raggiunti da molti altri. I bizantini ripiegano nelle mura interne, ma dai bastioni sopra la Kerkoporta spuntano stendardi ottomani e tutti ritengono la città persa. L'imperatore, don Francisco de Toledo (un nobiluomo spagnolo che sosteneva di essere cugino dell'imperatore), Teofilo Paleologo e Giovanni Dalmata tengono per un po' la porta da soli, poi Teofilo grida che non vuole sopravvivere alla caduta della città e si lancia contro il fiume di giannizzeri. Il Basileus, strappatosi le insegne imperiali, segue il cugino e a sua volta è seguito dagli altri due. Molti fuggono verso il Corno d'Oro e Pera, ma a giorno fatto nessuno può più sfuggire ai turchi che a mezzogiorno hanno il controllo totale del mare e della città.

Porta civile di S.Romano (Topkapi, Porta del Cannone)

 Attraverso la breccia aperta dalla grande bombarda di Urbano in prossimità di questa porta avviene lo sfondamento decisivo dei turchi. Qui, strappandosi le insegne imperiali e gettandosi nella mischia, scompare Costantino XI.
Secondo alcuni autori lo sfondamento decisivo sarebbe invece avvenuto un po' più a nord, nella valle del Lykus dove effettivamente le mura erano più deboli, in corrispondenza della Porta di Pempton, la Quinta porta militare (le porte militari consentivano alle truppe cittadine di accedere dalla cinta muraria interna allo spazio compreso tra le due cinte detto peribolos e pertanto non erano state murate all'inizio dell'assedio come quelle civili).
La confusione operata dai cronisti dell'epoca – che riferiscono tutti lo sfondamento alla Porta di S.Romano – potrebbe essere dovuta ad una scarsa conoscenza della toponomastica della città, nel caso dei latini, o al fatto che la Porta di Pempton cominciò ad essere chiamata Porta S.Romano dopo che questa venne chiusa all'inizio dell'assedio (cfr. E.Pears, TheDestruction of the Greek Empire And the Story of the Capture of Constantinople by the Turks, Appendice I, pagg. 429-435, 1906).

Porta Pempton, Quinta Porta Militare (Örülü kapı, Porta murata)



La sorte dei comandanti cristiani:

Bizantini:
Costantino XI Paleologo, probabilmente muore nell'ultima mischia a Porta S.Romano.

Il monumento a Costantino XI, martire della patria (etnomartire), eretto a Mistrà in epoca moderna

Luca Notaras, nominato megadux (in epoca paleologa questo titolo è equivalente a quello di primo ministro) nel 1444 da Giovanni VIII mantenne la carica anche dopo l'ascesa al trono di Costantino XI, catturato venne dapprima liberato e poi giustiziato.
Cinque giorni dopo che Costantinopoli era caduta, il 3 giugno del 1453, Mehmet II diede un banchetto.
Nel corso del banchetto, quando il livello del vino bevuto era molto, qualcuno bisbigliò a Mehmet che il figlio quattordicenne di Notaras era un ragazzo dalla bellezza eccezionale. Il sultano immediatamente ordinò a un eunuco di andare alla casa del megadux per richiedere che suo figlio andasse da lui per il suo piacere. Notaras, a cui i figli più anziani erano stati uccisi in combattimento, rifiutò di sacrificare suo figlio ad un tal destino. La polizia ottomana allora andò a prenderlo con suo figlio e suo cognato, il figlio del megas domestikos Andronico Cantacuzeno, e lo portò alla presenza del sultano. Quando Notaras sfidò il sultano, la risposta di questi fu sanguinosa: ordinò che lui ed i due ragazzi fossero decapitati sul posto. Notaras chiese solamente che i due ragazzi fossero uccisi prima di lui, affinché non avessero visto la sua morte. Quando entrambi furono uccisi, Notaras offrì il suo collo al boia.
Questa è la versione della fine di Luca Notaras accreditata da S. Runciman in Gli ultimi giorni di Costantinopoli, Piemme Edizioni, 1997 e corrisponde grosso modo a quella data dallo storico bizantino Ducas che però non si trovava a Costantinopoli nei giorni dell'assedio. Il figlio minore di Notaras, l'allora quattordicenne Isacco (Iacobo, secondo le fonti occidentali), oggetto della concupiscenza del sultano, fu invece sicuramente risparmiato e avviato insieme alla madre, che morì durante il tragitto, al serraglio di Adrianopoli da cui riuscì a evadere nal 1460 e a raggiungere la sorella Anna in Italia. A Luca Notaras, che fiancheggiò il partito antiunionista capeggiato da Gennadio Scolario (vedi qui, nota 4), è inoltre attribuita la famosa frase “meglio il turbante del turco che la mitra papale”.
Giorgio Sfranze, nominato da Costantino XI nel 1451 mega logoteta (cancelliere), ossia ministro delle finanze, fu catturato. Liberato, ritornò al servizio dei Paleologi in Morea. Fu fedele a Tommaso Paleologo, e divenne suo ambasciatore conducendo ambascerie in Serbia (regno della Serbia), ad Adrianopoli (impero ottomano), e a Venezia (repubblica di Venezia). Ma quando nel 1460 gli ottomani conquistarono la Morea la corte di Tommaso, Giorgio Sfranze compreso, si ritirò nel monastero di Tarchaniotes a Corfù. Per Tommaso Paleologo, Giorgio Sfranze, condusse numerose missioni diplomatiche in Italia, incontrò a Viterbo il cardinale Bessarione, che stava organizzando una crociata per riconquistare Costantinopoli e mettere sul trono dei basileus Tommaso Paleologo, si mosse verso Roma, Ancona, e Venezia, dopodiché visto che gli era giunta la notizia della morte del suo signore Tommaso Paleologo (12 maggio 1465), egli perse ogni speranza per la crociata, e quindi si imbarcò da Venezia per tornare a Corfù, dove arrivò tra l'aprile e il settembre del 1466. Morì nell'estate del 1477 dopo aver preso insieme alla moglie Elena i voti monacali.
Gregorio III Mammas (n. Creta?, m. Roma 1459), confessore di Giovanni VIII, patriarca di Costantinopoli (1443-1450); successo a Metrofane II nel 1443, deposto nel 1450, nel 1451 si rifugiò a Roma. Nel 1438-39 aveva fatto parte della delegazione bizantina al Concilio di Firenze sottoscrivendo la Bolla di unione fra la Chiesa cattolica e quella greca. Rimase sempre fedele all'unione che difese con tre trattati apologetici.
Atanasio II, antiunionista, fu nominato patriarca (1450-1453) dopo la deposizione di Gregorio. Viene catturato e ucciso.
Andronico Leontaris Brennio, diplomatico, fu inviato nel 1450 da Costantino XI in missione in Italia alla ricerca di aiuti. Probabilmente cade combattendo tra il 29 e il 30 maggio.
Giovanni Dalmata, comandante della guardia imperiale, è accanto all'imperatore nell'ultima mischia a Porta S.Romano.
Teofilo Paleologo, muore a fianco dell'imperatore nell'ultima mischia.
Nicola Goudeles, diplomatico, catturato viene fatto giustiziare dal sultano.
Teodoro Caristeno, muore combattendo a Porta Caligaria.

Latini:
Giovanni Giustiniani Longo, ripara a Chio su una galea genovese dove si spegne in conseguenza delle ferite (forse il 1° di agosto). Venne sepolto nella chiesa, oggi perduta, di S.Maria dei domenicani.
Contarino Contarini, Gabriele Trevisan, Antonio Bembo, Giovanni Loredan, Battista Gritti e Zaccaria Grioni insieme ad altri 23 nobili veneziani vengono catturati e rilasciati entro l'anno dietro pagamento di un forte riscatto.
Paolo Bocchiardo, catturato e ucciso.
Antonio e Troilo Bocchiardo, riescono a riparare a Pera.
Maurizio Cattaneo, preso prigioniero viene venduto come schiavo e successivamente riscattato.
Girolamo Minotto, nominato bailo di Venezia a Costantinopoli il 15 marzo 1450, poté raggiungere la città e prendere effettivo possesso della sua carica soltanto il 21 aprile 1451. Durante l'assedio organizzò e diresse il contributo dei veneziani presenti alla difesa della città. Catturato dalle truppe di Zaganos pasha fu giustiziato per ordine del sultano il 30 maggio insieme ad uno dei suoi figli (forse di nome Giorgio).
Leonardo di Chio, catturato non viene riconosciuto e viene riscattato da un mercante di Pera.
Isidoro di Kiev, secondo una versione che appare fantasiosa, avrebbe scambiato la porpora cardinalizia con gli abiti di un mendicante che sarebbe stato giustiziato al suo posto. Più probabilmente, una volta catturato, non venne riconosciuto come Leonardo di Chio e condotto a Pera assieme ad altri prigionieri di poco conto sarebbe stato anche lui riscattato.

Isidoro di Kiev
ritratto nel Corteo dei Magi di Benozzo Gozzoli (1459)
Cappella dei Magi, Palazzo Medici Riccardi, Firenze

Pere Julià, catturato e giustiziato.
Alvise Diedo, guida la flottiglia che abbandona la città perduta. Con lui riescono ad imbarcarsi anche Dolfin Dolfin e Niccolò Mocenigo.

Principe Orhan, si suicida gettandosi sulla spada di un suo soldato.
 
 
Profezie e leggende relative alla caduta della Città:

1. La mano destra della statua equestre di Giustiniano, nei pressi di S.Sofia indicava che il nemico che avrebbe distrutto la città sarebbe venuto dall'Anatolia.

2. Un'altra profezia diceva che i turchi, una volta entrati in città, avrebbero inseguito i romani fino alla colonna di Costantino (Cemberlitas o anche Colonna della Croce). Qui un angelo sarebbe sceso dal cielo e avrebbe consegnato una spada e l'impero ad un povero seduto ai suoi piedi dicendogli: "Prendi questa spada e vendica il popolo del Signore!" e alla sua vista i turchi sarebbero fuggiti immediatamente. (Ducas, Historia turco-byzantina, cit. in a cura di A.Pertusi, La caduta di Costantinopoli, vol. II, p.183).

3. La città sarebbe caduta sotto un imperatore di nome Costantino ("Da Costantino fu fondata e con Costantino finirà").
Il X oracolo degli Oracula Leonis, una raccolta di profezie impropriamente attribuite dalla tradizione all'imperatore Leone VI il Saggio (886-912), recitava: Guai a te, città dei sette colli, quando la vetesima lettera sarà onorata tra le tue mura. Allora si avvicinerà il momento della tua caduta e della distruzione della tua potenza...
In greco la lettera K è la ventesima dell'alfabeto nonchè l'iniziale del nome di Costantino.
Leonardo di Chio parla di un quadro, conservato presso il monastero di S.Giorgio dei Mangani e attribuito anch'esso a Leone VI il Saggio, in cui sarebbero stati raffigurati in numero di ottanta tutti gli imperatori a partire da Costantino il Grande fino all'ultimo Costantino; il quadro figura anche nel resoconto di un anonimo pellegrino russo che visitò la città nel secondo quarto del XV sec. (Janin, La geographie ecclesiastique de l'Empire byzantin, p.74)
Anche la madre di Costantino XI, come quella di Costantino il Grande, si chiamava Elena (Elena Dragas).

4. La città sarebbe caduta durante un'eclissi di luna che effettivamente si verificò la notte del 24 maggio. Ci fu una eclissi di luna anche quando Costantino il Grande fondò la città, la leggenda raccontava che egli avesse predetto che la città sarebbe caduta quando un'altra eclissi ne avrebbe oscurato la gloria.

5. Nel monastero di Balikli, mentre i turchi davano l'ultimo assalto alle mura, un monaco stava friggendo dei pesci in padella. Entra un altro monaco e gli dice "La Città è presa!" "Che?" gli risponde il primo "lo crederò quando vedrò i miei pesci saltar fuori vivi dalla padella !" E in quel momento i pesci saltarono fuori vivi e fritti da un lato solo. I pesci furono rimessi nell'acqua di una fontana che dovrebbe essere ancora visibile.

6. “Disgrazia a te, o Bisanzio, perchè Ismaele s'impadronirà di te. E ogni cavallo d'Ismaele ti calpesterà, ed il primo di essi pianterà la tenda di fronte a te , Bisanzio, e darà inizio alla battaglia e sfonderà la porta dell'anfiteatro di legno e penetrerà fino al Bove” (Pseudo Metodio, Apocalisse, VII secolo)
La posterla detta kerkoporta, da cui passò la prima infiltrazione turca, era contigua all'antica xylokerkos (porta dell'ippodromo di legno)

7. Nel monastero ad essa dedicato* era conservata un'icona della Teotokos detta Hodighitria ("colei che indica la strada") perchè la Vergine indicava con la mano il Cristo che ha detto di sé "io sono la via, la verità, la luce"; secondo un'altra ipotesi il nome di "conduttrice" attribuito alla Vergine le derivava dall'aver guidato due ciechi alla fonte miracolosa dove avrebbero ritrovato la vista e dove in seguito sarebbe stato costruito un monastero. L'icona era dipinta su ambo i lati e sul retro era raffigurata la crocefissione.
Secondo il pellegrino Stefano di Novgorod (1348-1349), durante la processione del martedì, l'icona veniva caricata sulle spalle di un uomo bendato che da lei veniva guidato (Janin, op. cit., p.204). 
Pero Tafur, che visitò Costantinopoli nel 1438, ne dà questa descrizione:
In questa chiesa (il monastero della Teotokos Hodighitria)* c'è un'immagine di Nostra Signora la Vergine Maria, dipinta da san Luca, e dall'altra parte c'è il Signore crocefisso; è dipinta su pietra, con una cornice e un supporto d'argento, ed è così pesante che sei uomini non potrebbero sollevarla. Ogni martedì si radunano qui molte persone, tra cui una ventina di uomini vestiti di drappi vermigli, lunghi e che coprono anche la testa, come quelli con cui si va a caccia di pernici. Costoro discendono da una stirpe particolare, e sono gli unici a poter compiere quello che sto per raccontare. C'è una grande processione, e gli uomini vestiti in quel modo si avvicinano uno dopo l'altro all'immagine, e chi vuole la tira su come pesasse un'oncia appena. Poi se la mettono in spalla, e cantando escono tutti dalla chiesa e si ritrovano in una grande piazza, e quello che porta l'immagine la percorre avanti e indietro e tutto intorno una cinquantina di volte. Sembra innalzarsi dal suolo ed essere quasi trasfigurato, con gli occhi fissi all'icona. (..) In quello stesso giorno c'è un mercato pieno di merci in vendita, e si raduna una gran folla. I preti prendono del cotone, lo accostano all'immagine e lo distribuiscono alle persone lì radunate. Poi riportano l'immagine in chiesa con una processione.
La scena descritta da Pero Tafur corrisponde alla raffigurazione riprodotta nel salterio di Hamilton (1300 c.ca), sia nell'imponente cornice che circondava l'icona, sia nell'abbigliamento dei membri della confraternita degli odegoi (le guide). Una raffigurazione della processione della Hodighitria si trova anche in un affresco della fine del XIII secolo nel monastero delle Blachernae nel circondario di Arta.

Salterio di Hamilton, miniatura, 1300 c.ca

Attribuita alla mano di S.Luca Evangelista, secondo la tradizione fu ritrovata in Palestina dalla imperatrice Eudocia - moglie di Teodosio II (408-450) - e inviata a Costantinopoli in dono alla cognata Pulcheria che avrebbe fatto costruire il monastero ad essa dedicato sul luogo della fonte miracolosa. Era considerata la protettrice della città e veniva portata dagli imperatori bizantini sul campo di battaglia. Durante l'assedio venne riposta nella chiesa di S.Salvatore in chora e venne portata in processione sulle mura prima di cadere nelle mani dei turchi ed essere fatta a pezzi. Nel Giornale dell'assedio di Costantinopoli, redatto dal medico veneziano Niccolò Barbaro, si legge che durante la processione l'icona della Vergine cadde e l'evento fu interpretato come un segno della prossima caduta della città.

* Oggi si suppone che la chiesa del monastero della Teotokos Hodighitria, contigua ai Mangani, si trovasse ad est di Sant'Irene, nell'area che corrisponde al primo cortile del palazzo di Topkapi, verso il mare, nei pressi di una piccola porta delle mura marittime, oggi tamponata, accanto alla quale è stata ritrovata un'iscrizione che molto probabilmente afferisce al monastero.


8. "Guai a te, città dai sette colli, quando ti assedierà un giovane, perchè le tue mura fortissime saranno abbattute" (Maometto II aveva 21 anni quando conquistò Costantinopoli).
 
9. Una leggenda vuole che i resti incorrotti dell'imperatore niceno Giovanni III Ducas Vatatze (1222-1254) – traslati a Costantinopoli dopo la caduta dell'impero latino – nascosti in una catacomba dopo la conquista ottomana, riposino ancora nella città. La spada dell'imperatore che, seppure mai canonizzato ufficialmente dalla chiesa ortodossa, è tuttora venerato come santo a livello popolare, una volta l'anno emergerebbe dal suo sepolcro per pochi centimetri, il giorno che emergerà completamente la città sarà liberata. (I. Katsoula, Αγιος Ιωαννες O Βατατζης Ο μαρμαρωμένος ελεήμων βασιλιάς και η βασιλεύουσα, 2011)


Resoconti e testimonianze dirette dell'assedio:

Nicolò Barbaro, Giornale dell'Assedio di Costantinopoli, 1454.
Imbarcato come medico di bordo su una galea veneziana, Nicolò Barbaro si trovò a Costantinopoli durante l'assedio. Al momento della caduta riuscì a lasciare la città a bordo di una nave veneziana. Il suo resoconto è redatto in una forma diaristica poi rielaborata al suo ritorno a Venezia e copre gli eventi succedutisi dal 2 marzo 1451 al 29 maggio 1453.

Giovanni Angelo Lomellino, Lettera al fratello, 1453.
Giovanni Angelo Lomellino era il podestà della colonia genovese di Pera (Galata) al momento della caduta della città. La lettera, indirizzata ad un fratello di cui non si conosce il nome, porta la data del 23 giugno 1453.

Isidoro di Kiev, Lettera al cardinale Bessarione, 1453.
Riparato a Creta dopo varie peripezie, Isidoro di Kiev scrisse questa lettera a Bessarione in data 6 luglio 1453.

Leonardo di Chio, Epistula de urbis Costantinopoleos captivitate, 1453.
L'arcivescovo di Mitilene, scrisse questa lettera- relazione indirizzata a papa Niccolò V, dopo aver raggiunto l'isola natale. La lettera porta la data del 16 agosto 1453.


L'assedio di Costantinopoli nella narrativa moderna e contemporanea:

Mika Waltari, Gli amanti di Bisanzio, Iperborea, 2014 (ediz. originale, Johannes Angelos, 1954).
La breve ed intensa storia d'amore tra Johannes Angelos e Anna Notaras - la figlia del megadux Luca che con un'invenzione letteraria l'autore fa sbarcare all'insaputa del padre dalla nave veneziana che nella realtà la condusse per tempo lontano dalla città assediata - scandisce la narrazione degli ultimi giorni di Costantinopoli (12 dicembre 1452-30 maggio 1453) redatta in forma diaristica dal protagonista maschile.

Jack Hight, L'assedio, Rizzoli, 2010
Gli eventi legati all'assedio del 1453 figurano come capitolo finale di una quantomai romanzata biografia del protagonista Giovanni Giustiniani Longo. L'autore troppo spesso sacrifica l'accuratezza della ricostruzione storica alle esigenze della trama: al condottiero genovese vengono attribuiti, ad esempio, un implausibile passato nel corpo dei giannizzeri o la partecipazione alla battaglia di Kossovo (17-20 ottobre 1448) che ebbe luogo mentre questi era console di Caffa e si trovava quindi ad oltre 2500 km di distanza. Anche nel descrivere gli eventi succedutisi nella corte ottomana, ed in particolare nell'harem, durante l'arco temporale abbracciato dal romanzo (1448-1453), l'autore si concede analoghe licenze ed imprecisioni.

Luigi de Pascalis, Notturno bizantino, La lepre Edizioni, 2015.
Un'accurata e documentata ricostruzione dei giorni dell'assedio fa da sfondo alle vicende intrecciate delle famiglie di Demetrio Pepagomenos (personaggio realmente esistito, cfr. scheda Cleofe Malatesta e Maddalena Tocco), protomedico della corte paleologa, e del suo collega Ieroteo Pascali.
 
Paolo Malaguti, La reliquia di Costantinopoli, Neri Pozza Editore, 2015.
Mentre la città è stretta d'assedio Gregorio Eparco, un mercante greco, ed il suo socio, un ebreo veneziano, Malachia Bessan, intraprendono una frenetica caccia alle reliquie della Passione di Cristo che sarebbero state occultate nel 1204 per sottrarle al sacco crociato.
Dettagliate e ben documentate le descrizioni dei luoghi mentre le vicende ed i personaggi storici dell'assedio rimangono sullo sfondo della trama del romanzo.
 
  
 



 






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