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lunedì 22 agosto 2011

Chiese e villaggi bizantini di Pantalica

Chiese e villaggi bizantini di Pantalica


Pantalica (l’etimo deriva probabilmente dall’arabo buntarighah=grotte) è stato uno dei primi insediamenti dell’uomo nella Sicilia orientale, ospitando fino al 700 a.C. una prospera comunità autoctona che fu spazzata via dalla conquista greca. Di questa civiltà residuano nella valle circa cinquemila tombe a finestra.

Le tombe a finestra scavate nella roccia

Periodo bizantino
Il sito tornò ad essere abitato nell’VII sec., un indizio in tal senso è rappresentato dai solidi aurei ritrovati, che vanno da Maurizio Tiberio (582-602)  a Costante II (641-668), quando i bizantini vi dislocarono una legione e ne fecero un estremo baluardo a fronte dell’avanzare degli arabi. Si distinguono tre piccoli villaggi raccolti attorno ad altrettanti centri religiosi.

1. Chiesa rupestre di S.Micidiario, anteriore all' 878, data della conquista araba della valle dell’Anapo.


Rappresenta il cuore religioso del villaggio più grande (circa 150 abitazioni), situato nei pressi della sella di Filiporto. Il nome della chiesa è sicuramente frutto di una corruzione dialettale. 
La chiesa vera e propria consta di due vani: il vano A che ospita il presbiterium e il vano B che era riservato ai fedeli, separati da una cortina di roccia dove ancora si vedono gli attacchi per l’iconostasi.


Vano A, presbiterium: la parete di fondo è occupata da un’absidiola al cui interno, al di sopra di un gradino largamente distrutto (bema), s’innalzava un altarino. L’absidiola è affiancata da due nicchie. Nella parte anteriore del presbiterium, alle pareti sono accostati due sedili (subsellia).
Sulla ds. dell’iconostasi si notano i resti di una finestrella che lasciano supporre l’esistenza di una analoga sul lato opposto.
La parete orientale era interamente affrescata fino a 70 cm da terra. L’angelo con la lunga ala riprodotto qui sotto s’intravede in alto a sinistra dell’absidiola mentre al centro s'intravede la figura del Cristo Pantocrator.
 

Il Vano B presenta anch’esso un tetto a spiovente ed era interamente affrescato sulle pareti.
Sulla sinistra del piede dell’iconostasi si scorgono i resti del cantharus (la vasca per l’abluzione delle mani) sormontato da una nicchia.
Sulla parete di destra si apre la porta di comunicazione con il diakonikon (sagrestia)

Cantharus

porta di comunicazione con il diakonikon
 
 

Esternamente, a destra del diakonikon,  si trova un’angusta tomba sicula che probabilmente serviva di abitazione al mendicante o penitente che viveva accanto alla chiesetta.

Vano D, la stanza del sacerdote
 
La cosiddetta stanza del sacerdote è un camerone (4,70x2,80 m) che comunica con il diakonikon. Presenta le pareti lavorate a colpi d’ascia, su una delle quali si notano scolpite due croci equilatere. Nell’angolo SO, un pertugio verticale munito di canaletto di scolo.

Abitazioni del villaggio di Filiporto
Ampia abitazione immediatamente nei pressi della chiesa di S.Micidiario denominata dall’Orsi “palazzo”
 

Altra abitazione



2. Chiesetta di S.Nicolicchio

 


E’ il centro religioso di un piccolo villaggio – appena una ventina di abitazioni – situato nei pressi della necropoli meridionale a circa 800 m dal precedente.
E’ costituita da un unico vano di forma irregolare.



 
Abside 
 
Nella parete orientale si apre una nicchia absidale entro la quale è intagliato un altarino quadrato che è fiancheggiata a diverso livello da due nicchiette destinate probabilmente ad accogliere immagini sacre. Praticamente nulla è rimasto della decorazione a fresco.


Nella parete nord, segnatamente nel suo tratto incurvato, si distinguono 3 figure di santi accompagnati da scritte e incorniciati da riquadri rettangolari.

Sant'Elena (?)

 

Per quanto questo affresco sia maggiormente danneggiato del precedente, S.Stefano può essere identificato dall'epigrafe che lo sormonta e che è ancora chiaramente leggibile. L'Orsi interpretò l'epigrafe come iscrizione dedicatoria del donatore.


Indicata come C nella pianta, la vasca per l’abluzione delle mani.


Come nel caso di S. Micidiario, accanto alla chiesa si nota una tomba sicula successivamente utilizzata da un penitente come abitazione.







Cappella di S.Maria Formosa, Pola

Cappella di S.Maria Formosa

E' l'unica cappella superstite della basilica benedettina di S. Maria Formosa (maestosamente bella in virtù dei ricchi marmi, stucchi e mosaici che l'adornavano) o del Canneto, detta del Canè dai Veneziani e del Canedolo dai Polesi.
Eretta nel 547 per volere di Massimiano, istriano di Vestre, allora arcivescovo di Ravenna, divenne il più significativo simbolo di un grande possedimento terriero polese della Chiesa ravennate, rimasto iscritto nel territorio diocesano della città come feudo di S. Apollinare fino al XII secolo.
Era a triplice navata e sorgeva probabilmente sul sito di un più antico tempio dedicato a Minerva.
Esternamente, a fianco dell'abside centrale ed addossate ai pastoforia si trovavano, indipendenti, due cappelle ( o martyria) a pianta cruciforme e sormontate da cupola centrale: una dedicata a S. Andrea ed una alla Madonna del Carmelo.

la chiesa era dotata di absidi poligonali all'esterno e di portali con aperture a «fungo». Il ritmo delle colonne e degli archi dell'interno veniva ripreso sulle mura perimetrali esterne in una cadenza di finestre e lesene terminanti in archi ciechi, il cui gioco di ombre conferiva vivacità alle facciate e misticismo all'ambiente interno grazie ai contrasti di luce.

Secondo la tradizione la basilica fu danneggiata nel 1242 dalle ciurme venete del Tiepolo e del Querini.
La tradizione vuole anche che, dopo il sacco della città, il doge Giacomo Tiepolo abbia portato a Venezia, quale preda di guerra, le quattro colonne diafane di alabastro orientale che sostengono attualmente il ciborio dell'altare maggiore della basilica di S. Marco.
Altre colonne furono usate nella chiesa della Madonna della Salute e nel Palazzo Ducale di Venezia.
Alla fine del XVI secolo la basilica era in gran parte demolita e nel 1550 Venezia inviò a Pola Jacopo Sansovino per restaurare la chiesa già spogliata delle sue bellezze ed ormai caduta in rovina. Lo stato rovinoso in cui si trovava la basilica sconsigliò il restauro e pertanto venne del tutto abbandonata, tranne la cappella che si vede ancora oggi.
 
 
La cappella superstite, quella meridionale, che ha molte analogie con il Mausoleo di Galla Placidia di Ravenna (qui però i mattoni sono sostituiti dalla pietra d'Istria), può dare un'idea della grandezza e della ricchezza della scomparsa basilica. All'interno conteneva un preziosissimo mosaico nel catino absidale a fondo d'oro, rappresentante Cristo e San Pietro, un frammento del quale è oggi conservato nel Museo archeologico dell'Istria di Pola.


Il frammento di forma irregolare presenta uno sfondo aureo, costellato di nuvolette di colore azzurro e rosa, sul quale si stagliano le teste di Gesù Cristo e di San Pietro. Cristo, sulla destra, è raffigurato imberbe e con nimbo crucigeno; si conserva anche una piccola parte del busto. Pietro, sulla sinistra, è raffigurato secondo l'iconografia tradizionale con barba e capelli bianchi; oltre alla testa si conserva anche buona parte del busto, avvolto in un pallio chiaro. Si tratta di una rappresentazione della Traditio Legis, in cui Cristo è colto nell'atto di consegnare i codici della Legge all'apostolo Pietro. Databile al 546-557 c.ca (BOVINI, G. Le antichità cristiane della fascia costiera istriana da Parenzo a Pola, 1974)


Il Gnirs, nei primi anni di questo secolo, esplorò i resti del pavimento musivo che consiste in strisce colme di nastri, tamari e trecce. Le strisce si intrecciano in un ordito di cerchi; gli spazi vuoti sono riempiti con pesci, rosette e rami con viticci. I mosaici sono prevalentemente di colore nero e verde.


Le due nicchie superstiti della protesis


domenica 21 agosto 2011

I Quaranta Martiri di Sebaste

I Quaranta martiri di Sebaste

I Quaranta martiri in un affresco nella chiesa di S.Nicola del tetto (Agios Nicholaos tes stegis), Cipro, XII secolo

Nel 320 durante la persecuzione scatenata dall'imperatore Licinio Valerio (308-324), quaranta soldati provenienti da diversi luoghi della Cappadocia, ma tutti appartenenti alla XII Legione Fulminata (veloce) di stanza a Melitene, furono arrestati perché cristiani.
Fu posta loro l’alternativa di apostatare o subire la morte, secondo i decreti imperiali, ma tutti concordemente rimasero fermi nella fede cristiana; pertanto furono condannati ad essere esposti nudi al freddo invernale e morire così per assideramento.
Durante l’attesa in carcere dell’esecuzione, scrissero per mezzo di uno di loro il “Testamento”, dove chiedevano di essere sepolti tutti insieme a Sareim, un villaggio identificato con l’odierna Kyrklar in Asia Minore, il cui nome significa appunto ‘Quaranta’, pregando i cristiani di non disperdere i loro resti; inoltre stabilirono che il giovane servo Eunoico, se fosse stato risparmiato dalla morte, potesse ritornare libero e fosse adibito alla custodia del loro sepolcro.
Il martirio ebbe luogo il 9 marzo, nel cortile del ginnasio annesso alla Terme della città di Sebaste in Armenia (odierna Siwas in Turchia), sopra uno stagno gelato; sul luogo era stato preparato anche un bagno caldo per coloro che avessero voluto tornare sulla loro decisione.
Durante la lunga esecuzione, uno dei condannati Melezio, quello che aveva scritto personalmente il ‘Testamento’, non resse al supplizio e chiese di passare nel bagno caldo, ma lo sbalzo di temperatura troppo forte gli causò una morte istantanea.
Il suo posto però fu preso subito dal custode del ginnasio, colpito dalla loro fede e da una visione; si spogliò e gridando che era un cristiano, si unì agli altri riportando il numero dei martiri a 40 (1), il suo nome è Eutico oppure Aglaio secondo le varie fonti.
Quando tutti morirono, i loro corpi furono portati fuori città e bruciati e le ceneri disperse nel vicino fiume. Nonostante questo gesto di disprezzo verso i martiri, parti di reliquie evidentemente poterono essere recuperate e venerate poi in diverse chiese, esse giunsero nei secoli successivi anche a Brescia, in Palestina, Costantinopoli, Cappadocia.


I martiri immersi nelle acque gelate dello stagno, sulla destra Melezio che entra nel bagno caldo.
Oratorio dei Quaranta martiri al Foro, Roma, VIII secolo c.ca

Note:

(1) Nella tradizione biblica, il numero quaranta è considerato simbolo di salvezza, lo si trova infatti associato a periodi di attesa, di umiliazione, di sforzo, di penitenza e lotta, solo al termine dei quali vi è l’incontro, il premio, il dono, la vittoria.





Oratorio delle catacombe di S.Lucia, Siracusa

Oratorio delle catacombe di S.Lucia a Siracusa

Storia delle reliquie della santa
Vissuta a Siracusa, Lucia sarebbe morta martire sotto la persecuzione di Diocleziano (intorno all'anno 304).
Una tradizione popolare vuole che, dopo avere esalato l’ultimo respiro, il corpo di Lucia sia stato devotamente tumulato nello stesso luogo del martirio. Il corpo della santa fu riposto in un arcosolio scavato nel tufo delle catacombe. Fu così che le catacombe di Siracusa, che ricevettero le sacre spoglie della vergine e martire, presero da lei anche il nome e ben presto attorno al suo sepolcro si sviluppò una serie numerosa di altre sepolture, perché tutti i cristiani volevano essere tumulati accanto all’amatissima Lucia. 
Nell'878, quando Siracusa fu assediata e conquistata dagli Arabi, le spoglie della santa furono prelevate e nascoste in luogo segreto per sottrarle alla furia degli invasori.
Nel 1040 Giorgio Maniace riconquistò Siracusa e fece traslare le spoglie della santa in una teca d'argento a Costantinopoli dove vennero riposte nella chiesa della Teotokos delle Blacherne.
Nel 1206, dopo la conquista crociata della città, le reliquie della santa furono traslate a Venezia nel monastero benedettino di S.Giorgio Maggiore. Nella città lagunare le reliquie hanno avuto diverse collocazioni fino al 1860, quando vennero riposte nella chiesa di S.Geremia – poi ridedicata ai santi Lucia e Geremia – dove attualmente si trovano.



La chiesa di S.Lucia extra moenia* - nel cui portico è posto oggi l'accesso alle catacombe - fu edificata durante il periodo bizantino sul luogo del martirio della santa, ricostruita in età normanna e completamente rielaborata alla fine del '600.



Nel XV secolo larga parte dell’oratorio venne distrutta per far posto ad una cisterna e gli affreschi, databili alla prima metà dell'VIII secolo, furono coperti dalla malta idraulica. Grazie al recente intervento di restauro gli affreschi sono leggibili nella volta, nella parete sud-est e nell’abside.




Nella volta lo spazio è scandito da una croce gemmata con le figure del Cristo, della Vergine e di due angeli nei clipei alle estremità e al centro. Tra i quattro bracci della croce sono raffigurati i Quaranta Martiri in gruppi di dieci, a torso nudo immersi nell’acqua e sulla loro testa le corone martiriali. Nello scomparto sud-est della croce è rappresentata la conversione del guardiano e a sinistra della Vergine un personaggio sulla cui identificazione ancora si dibatte (S. Giovanni?).


L’affresco nella parete sud est restituisce le figure di due vescovi al momento non identificati, di S. Damiano, S. Cosma e S. Elena, S. Marciano.

 S.Elena e S.Marciano


 I Santi Cosma e Damiano

Nell’abside rimane leggibile un’immagine del Cristo Pantocrator.
 
 
* Nell'abside della chiesa si trova la pala d'altare (408x300 cm), raffigurante il Seppellimento di Santa Lucia, dipinta nel 1608 da Caravaggio per questa chiesa.
 
 
Dopo la fuga precipitosa da Malta, Caravaggio si rifugiò a Siracusa. Probabilmente fu aiutato nella fuga da Fabrizio Sforza Colonna, figlio della marchesa Costanza Colonna, che si trovava a Malta in qualità di comandante della flotta militare: la famiglia Colonna, ed in particolare la marchesa, aveva da sempre protetto e sostenuto Michelangelo Merisi ed inoltre si stava impegnando affinché il papa gli concedesse la grazia per l’assassinio di Ranuccio Tommasoni (1606).
La presenza di Caravaggio a Siracusa rimane comunque avvolta nel mistero: non si sa infatti perché venne a rifugiarsi proprio in questa città né perché realizzò uno dei suoi più grandi capolavori proprio per la Basilica di Santa Lucia extra moenia.
A questo proposito esistono varie ipotesi.
1) Secondo Di Silvestro il collegamento tra Malta e Siracusa è un frate, Frà Raffaele da Malta, che proprio in quegli anni era guardiano del convento della Basilica: dunque Caravaggio potrebbe aver realizzato la pala d’altare per ringraziarlo per l’accoglienza o su richiesta del frate.
A proposito della committenza esistono però molte altre ipotesi:
2) Secondo Susinno (Le Vite dei pittori messinesi, 1724), Caravaggio ottenne la commissione grazie all’aiuto dell’amico e collega Mario Minniti, celebre pittore siracusano con il quale Caravaggio aveva lavorato a Roma. Dunque Mario Minniti potrebbe rappresentare la ragione della presenza di Caravaggio a Siracusa. In realtà non è stato rintracciato il documento di commissione ma questa ipotesi potrebbe essere giustificata dal fatto che proprio in quegli anni il senato provvedeva al restauro della Basilica di Santa Lucia extra moenia e che pochi anni prima (1605), in uno slancio devozionale, aveva donato alla Basilica delle reliquie della santa e stava raccogliendo la somma necessaria a realizzare il simulacro argenteo di Santa Lucia.
3) Il Capodieci (Annali di Siracusa, 1810 c.ca) sostiene invece che la commissione dell’opera giunse a Caravaggio dal vescovo Orosco II. Questa ipotesi però andrebbe scartata dato che nel 1608 Orosco II era già morto da sei anni.
Il vescovo che era in carica all’epoca del soggiorno di Caravaggio a Siracusa era Giuseppe Saladino (dal 1604 al 1611). Però si può giustificare l’errore del Capodieci per il fatto che si deve proprio all’impegno del vescovo Orosco II il rinnovato slancio devozionale del senato nei confronti di Santa Lucia, devozione che si concretizzò nelle varie iniziative dell’epoca. Dunque Orosco II potrebbe essere considerato un committente indiretto in quanto promotore delle iniziative prese dal senato come il restauro della Basilica e probabilmente anche la commissione del dipinto.
4) Secondo un’altra ipotesi la commissione della tela avvenne da parte di Vincenzo Mirabella erudito ed esperto di antichità nonché amico di Caravaggio. Esistono documenti che testimoniano che a partire dal 10 Gennaio 1590, Mirabella versava al monastero della Basilica una ingente somma di denaro (10 onte). Questo particolare legame con la Basilica ed il monastero lascia intuire una notevole devozione del Mirabella verso Santa Lucia perciò è plausibile che sia stato lo stesso Mirabella a commissionare l’opera a Caravaggio.
Il Seppellimento di S.Lucia è in ogni caso la prima opera siciliana del Caravaggio, eseguita nel giro di pochi mesi durante il suo breve soggiorno a Siracusa nell’autunno del 1608. Se infatti il 6 ottobre 1608 il pittore risulta già fuggito da Malta e il 6 dicembre dello stesso anno probabilmente era già a Messina e comunque vi si era stabilito con certezza nei primi mesi del 1609, dal momento che la Resurrezione di Lazzaro viene consegnata il 16 giugno, gli estremi cronologici del dipinto appaiono ben definiti.
Lo spazio in cui si svolge il seppellimento viene comunemente identificato con le catacombe siracusane di Santa Lucia. Basandosi sul fatto che le catacombe di Santa Lucia vennero scoperte tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX, Marini avanza invece l’ipotesi che quella grande muraglia interrotta da un’arcata che fa da sfondo alla scena possa costituire un preciso riferimento alle "latomie" siracusane, in particolare alla Grotta dei Cordari; del resto si ha notizia che il Caravaggio ebbe modo di visitare le latomie nel suo soggiorno a Siracusa, insieme all’erudito e studioso di archeologia Vincenzo Mirabella, battezzando addirittura col nome di "Orecchio di Dionigi" – toponimo ancor oggi in uso – una delle grotte più suggestive. In uno spazio per metà dominato dalla nuda parete incombente, con la massa dei personaggi caratterizzata da sfasature prospettiche e da scorci audaci, accentuati dai tagli di luce radente, Caravaggio costruisce qui uno dei suoi massimi capolavori, i due giganteschi becchini, bloccati nel loro rude plasticismo, convergono verso il corpo fortemente scorciato della santa, oltre il quale si allinea la piccola schiera muta e dolente degli astanti (la vecchia inginocchiata, unico personaggio disperato, potrebbe essere la vedova Eutiche, madre di Lucia), mentre sulla destra si stagliano le figure di profilo del vescovo benedicente e dell’armigero in corazza.
La Santa presenta una ferita da taglio sul collo, ma se si osserva da vicino la trama della pittura, in un primo momento la testa doveva apparire spiccata dal busto.
Secondo alcuni interpreti, nel becchino di sinistra Caravaggio avrebbe raffigurato il Gran Maestro dell'Ordine di Malta, Alof de Wignacourt, di cui l'artista aveva eseguito un grande ritratto pochi mesi prima, che da suo protettore si era trasformato in persecutore.
 
  
La gamma cromatica del dipinto, tipica delle opere tarde dell'artista, si mantiene su tonalità brune ma di una luminosità calda e ambrata che smorza i colori, interrotta solo dai bianchi grigiastri e dalla vivida macchia di rosso del mantello del diacono. La grande invenzione del dipinto sta proprio nell’originalità dell’impianto compositivo: lo scaglionamento delle figure, svincolato da rigide leggi prospettiche, riesce a dilatare la profondità spaziale, lasciando i personaggi come in un proscenio, quasi sull’orlo della tela, esalta l’atmosfera drammatica dell’evento.



Il Colosso di Barletta

IL COLOSSO DI BARLETTA

Una statua di bronzo, alta oltre 5 metri e raffigurante un imperatore in abito militare, si erge oggi dinanzi alla chiesa del S. Sepolcro a Barletta, in Puglia.
Si trova in questa cittadina almeno dal 1309, come dimostra un editto di Carlo d'Angiò con il quale si concedeva ai domenicani di Manfredonia il permesso di fonderne gli arti per farne delle campane. Nonostante la distruzione prevista per la fabbricazione della campana, essa è giunta fino a noi sostanzialmente integra, essendo stato accertato in occasione di un recente restauro che almeno la testa ed il busto sono coevi e fanno parte della stessa originaria fusione.
Durante la metà del XV secolo, su commissione dei cittadini di Barletta, la statua, rifatte le gambe e le braccia dallo scultore Fabio Alfano di Napoli in forma molto differente dallo stile originale, venne posta nella sua attuale collocazione sotto il Sedile del Popolo, una loggia edificata sulla parete orientale della basilica del Santo Sepolcro e abbattuta nel 1925.


Una successiva e penetrante indagine è valsa a confermare ulteriormente l'attribuzione della statua alla prima metà del V sec. d. C. e a chiarire il quadro storico in cui il monumento va iscritto.
Incerte, tuttavia, restano l'esatta identificazione del personaggio raffigurato e del centro urbano dal quale il monumento fu tolto, l'originaria collocazione e destinazione, unitamente all'occasione per la quale la statua era stata eretta; ed inoltre è ignoto da chi è stata asportata e attraverso quali vicissitudini è pervenuta in Puglia.

Ipotesi:

1) Una storia raccolta attorno al XVII sec da un padre gesuita racconta che i Veneziani prelevarono a Costantinopoli, durante il sacco del 1204, la statua raffigurante l'imperatore Eraclio, modellata da un tal Polifobo.
Il successivo ipotetico naufragio nei pressi di Barletta della nave veneziana che la trasportava avrebbe determinato una così insolita presenza nel centro pugliese.
Pur prendendo decisamente le distanze da questa spiegazione, è stato tuttavia ammesso che dovrebbe sussistere almeno un nucleo di veridicità in questa storia, che vanta a proprio conforto solo il fatto che essa appare essere in realtà l'unica giustificazione finora proposta.
Respinta l'identificazione con Eraclio, campione della fede, che è valsa al Colosso le popolaresche denominazioni di Erà, Aré, Aracco, Eracco, non è stata altrettanto decisamente rifiutata l'altra parte dell"'antica tradizione". Si è anzi ipotizzato che i veneziani possano aver voluto addirittura ornare Ravenna, ghibellina come Venezia, di un arco di trionfo in onore dell'imperatore Onorio, fondatore dell'ultima capitale dell'impero romano d'Occidente, ove la statua avrebbe potuto essere collocata.

2) Per quanto concerne l'identificazione del personaggio, inizialmente è stata proposta una grande varietà di ipotesi.
L'imperatore Eraclio, come espressamente indicato nell'antica tradizione, è stato evocato per il collegamento con la grande croce che il Colosso originariamente brandiva come un labaro. Era facile associare il Colosso alla chiesa del S. Sepolcro, dove i canonici gerosolimitani o, come vuole la tradizione, il patriarca Rodolfo (un domenicano consacrato da Celestino V nel 1294), aveva portato la Croce patriarcale con una reliquia della vera Croce ed altri cimeli.
Più recenti indagini convergono invece sul nome di Onorio.

A. Il primo elemento utile per l'identificazione è fornito dalla pettinatura che non sembra anteriore alla fine del IV secolo, ma passata di moda verso la fine del V secolo; in particolare però la terminazione breve e curva dei capelli sulla nuca ha riscontri significativi nel presunto Valentiniano II del Museo di Costantinopoli assegnato al 380 circa e in due teste marmoree del Louvre attribuite a Valentiniano III e a Teodosio II del 440 circa. Anche la barba, breve ed incolta, richiama da vicino il volto del presunto Valentiniano III appena citato.

B. La forma del diadema non è di età giustinianea, come è stato sostenuto, ma della prima metà del V secolo; in particolare i pendenti richiamano il gusto della cascata di perle che si nota sulle immagini di Licinia Eudoxia, sposa nel 437 di Valentiniano III.
Orientandosi verso il primo quarto del V sec. e supponendo che si tratti di uno degli imperatori della pars occidentalis, l'aspetto adulto escluderebbe che possa trattarsi di Valentiniano III, nato nel 419. Anche il collega orientale Teodosio II, nato nel 401, era a quella data ancora giovanetto. Quindi Onorio, nato nel 384 e morto nel 423 all'età di trentanove anni, avrebbe maggiori possibilità per Testini di essere identificato nell'immagine del Colosso.

C. La stringente somiglianza, che è stata notata tra la statua di Barletta ed una testa marmorea di Teodosio II conservata al Louvre, ritenuta databile al 440 , oltre al fatto che un gioiello della madre di Teodosio si sia identificato proprio nel diadema del Colosso ( il diadema è impreziosito da un singolare gioiello goto in oro e smalti che ornava anche il diadema di Aelia Eudoxia, figlia del generale Bauto, sposa di Arcadio e madre di Teodosio II), sono invece indizi a sostegno dell'ipotesi che una statua di Teodosio II avrebbe potuto essere stata eretta da Valentiniano III.

 


D. Peschlow, sulla base di una maggiore linearizzazione e geometrizzazione delle forme rispetto all'epoca teodosiana, sposta la data di esecuzione alla seconda metà del V sec. e pone la statua in relazione a questi due frammenti ritrovati nei cortili di Topkapi che ne costituiribbero il basamento e la identificherebbe con la statua di Leone I (457-474), fatta erigere dalla sorella Eufemia nei Pittakia, al termine dell'Augusteion e di fronte al Senato.





lunedì 8 agosto 2011

S.Focà a Priolo

 S.Focà a Priolo

La tradizione ecclesiastica siracusana attribuisce la sua fondazione al vescovo Germano di Siracusa, morto nel 356 che vi avrebbe anche trovato sepoltura. Se la chiesa risale pertanto al IV secolo, la sua dedica a San Foca di Sinope * lascia supporre un’influenza orientale che precede di circa un secolo la riconquista bizantina della Sicilia.

L’edificio (m 18,40 x 5,35) appare diviso in tre navate da due file di quattro pilastri ciascuna che sostengono cinque arcate; finte arcate cieche costituivano pure le nervature dei muri perimetrali esterni; la navata centrale era chiusa da una piccola abside estradossata ancora intatta.
La navata nord appare completamente crollata, mentre la nave centrale e quella sud (trasformata in romitorio in epoca successiva) appaiono intatte e ricoperte da volte a botte.
La voltura a botte, del tutto anomala in un impianto basilicale, può essere spiegata con il riadattamento a edificio di culto di una precedente struttura termale, così come la presenza di arcate aperte sul muro perimetrale della nave meridionale che appaiono essere state ridotte a finestre in un’epoca successiva.



Resti della navata nord
si notano gli archi che da questa introducevano alla nave centrale.


 
Navata meridionale
successivamene trasformata in romitorio, vi si distingue nettamente la sagoma del primo arco murato in epoca successiva. 

*  La vicenda di San Foca – conosciuto anche come San Foca l'ortolano - si colloca nei primi secoli dell’era cristiana, sicuramente non oltre il quarto secolo. Talvolta viene riportato come anno di martirio il 117, sotto il regno di Traiano.
Le prime testimonianze su di lui provengono da un panegirico del V secolo – l'Omelia IX del vescovo Asterio di Amasea - così stringato, documentato e presentato con tono di rapida sequenza, come di cronaca giornalistica, da non lasciare dubbio alcuno sull’autenticità del personaggio celebrato.
Foca è giardiniere, forse anche benestante, dato che è famoso presso i suoi contemporanei per la sua generosità verso i poveri e per l’ospitalità che offre a tutti nella sua casa. Vive a Sinope, un grande porto sul Mar Nero ed è cristiano, il che, all’epoca in cui vive, non è certo una scelta di comodo o una semplice tradizione di famiglia, visto che continuamente i cristiani sono perseguitati e uccisi dall’imperatore di turno, che in questa maniera si illude di spegnere la nuova religione che sta prendendo piede. Foca, oltre che generoso ed ospitale, è forse anche un personaggio in vista; oppure la sua testimonianza è così limpida e convincente da rappresentare un pericolo per l’autorità politica. Così viene condannato a morte senza processo e mandano due sicari sulle sue tracce, con il preciso incarico di eseguire immediatamente la condanna capitale. Per ironia della sorte i due sicari, giunti nei pressi di Sinope, bussano proprio alla porta di Foca per avere informazioni sul “pericoloso cristiano” di cui sono alla ricerca e si vedono spalancare la porta di quella casa, tradizionalmente ospitale, offrire un pasto sostanzioso e un buon letto su cui riposare. Non hanno nessun problema a rivelare a quell’uomo così cortese il motivo del loro viaggio e non si fanno scrupoli nel chiedergli consiglio sul modo migliore per giungere in fretta a mettere le mani su quel tal Foca e così portare a termine la loro missione. Invitati a trascorrere la notte in quella casa con la promessa di ricevere dal loro ospite utili indicazioni il mattino successivo, quale non è, al risveglio, la loro sorpresa nel trovarlo di buon mattino già in giardino, dove ha appena finito di scavare una fossa. Ma alla sorpresa si aggiunge un più che comprensibile problema di coscienza, nello scoprire che è proprio lui quel Foca di cui sono alla ricerca. Che li invita a compiere il loro dovere, dato che non ha voluto, anche se avrebbe potuto mentre dormivano, sfuggire ai suoi carnefici, ai quali anzi ha risparmiato anche la fatica di scavargli la fossa. E in quella lo seppelliscono dopo averlo trapassato con la spada, in mezzo ai fiori ed agli ortaggi del suo giardino, umile seme di autentica testimonianza cristiana.

domenica 7 agosto 2011

La Trigona di Cittadella

Trigona di Cittadella (VI-VIII sec)



   Questo tipo di costruzioni religiose prendono il nome di cube, nome che probabilmente trae la propria origine forse dal particolare soffitto a cupola che in arabo si traduce in qubba, o dal latino cupa, “botte”. La caratteristica generale di queste costruzioni è data dall’avere una pianta quadrata dove al proprio interno si proiettano tre esedre (due celle più l’abside), mentre la struttura è di forma cubica con una cupola centrale. Tale tipologia costruttiva si diffuse con l’arrivo dei bizantini grazie all’avvento dei monaci basiliani che nel tentativo di diffondere il loro credo religioso, costruirono diverse chiese e oratori rupestri scavati nella roccia in modo capillare in tutta l’area sud-orientale.
Facciata orientale
la Trigona di Cittadella oggi ci appare fiancheggiata da più recenti costruzioni ottocentesche ad essa addossate e che indicano un più recente utilizzo come stalla o masseria.
 La pianta ci mostra una struttura centrale a perimetro quadrato, con tre absidi laterali, di cui la principale è la centrale; tre porte, la più ampia rivolta ad est (la chiesa non è quindi orientata), e due laterali più strette, davano accesso alla chiesa. L’opera muraria consiste in grossi massi (spessore medio m 1,10). Già all’epoca della scoperta dell’Orsi (1895) la decorazione muraria era completamente scomparsa. Come nelle due chiese di Camerina, una bassa cupola emisferica è poggiata sulle pareti e sorretta da quattro archetti alveolari agli angoli ed il vano interno riceveva luce da quattro finestrelle rettangolari aperte sopra gli archi absidali.
Archetto

La chiesa di Cittadella presenta un carattere ben definito: l’assetto centrale a cupola; un unico ambiente serve per il celebrante ed i fedeli: nell’abside centrale stava sollevato sul βήμα l’altare; delle absidi laterali (probabilmente dipinte) una era adibita, probabilmente, a diaconico (probabilmente il celebrante indossava i paramenti protetto da una cortina).

Abside

Del nartece è rimasta una traccia nell’area rettangolare dell’ingresso, che forse era divisa dal resto della sala attraverso una transenna.

Ingresso del nartece

La cupola presentava esternamente un rivestimento in cocciopesto. Al piede della cupola gira un anellone di fabbrica da cui si staccano tre orecchioni a gradini che facilitano l’accesso alla cupola stessa.



Alzato

Abside laterale


Datazione: “Una serie di chiese di vasta mole giova qui a far conoscere i prototipi dai quali l’architetto derivò la sua chiesa. S.Sofia, consacrata nel 557, triabsidata e coperta da una mezza cupola nella sua parte interiore, è la più alta e complessa espressione dello stile centrale ed a cupola; una parziale ed assai ridotta imitazione di essa è evidente a Cittadella. S. Giovanni in Fiore a Ravenna, eretto nel 430, concilia la forma esteriore rettangolare, come a Cittadella, con la centrale ed a quattro absidi innestate negli angoli; meglio ancora si osserva questo connubio in S. Giovanni d’Esra, del 510, ed in più grandi dimensioni e con maggiore sviluppo nella cattedrale di Bosra del 512, nonché in SS. Sergio e Bacco di Costantinopoli, dove il poligonale dell’interno, dominato dalla poderosa cupola centrale, assume forma quadrata all’esterno.
Dobbiamo scendere poco sotto il mille per trovare un’esatta riproduzione della chiesa di Cittadella nella chiesa del Profeta Elia di Tessalonica, eretta nel 1012 (?), a cupola centrale, con tre absidi a croce e l’aggiunta di un atrio che qui manca; ma l’elevazione della cupola sorretta da un tamburo è il più chiaro indizio della differenza notevole di tempo che intercede fra le due chiese.
Questo tipo di chiesa è rimasto caratteristico e costante nella Grecia sino al sec. XV-XVI, sempre munita di una cupoletta centrale finestrata la quale tanto più è alta e sorretta sul tamburo tanto più è recente, mentre se bassa e depressa, impostata, come nelle chiesette di Kaukana, Camarina e Cittadella, direttamente sui muri primetrali, è certo anteriore al sec. X, ma può risalire anche al VI e VII”. (P.Orsi)