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sabato 18 febbraio 2017

Alessio Philes

Alessio Philes

Generale dell'esercito niceno, era figlio del governatore di Tessalonica Teodoro Philes, il primo membro della famiglia a ricoprire una carica di prestigio. Sposò Maria Paleologina Cantacuzena (1), la secondogenita del megas domestikos niceno Giovanni Cantacuzeno e di Irene (Eulogia) Paleologina, sorella dell'imperatore Michele VIII Paleologo.
Nel 1259 fu nominato a sua volta megas domestikos (2) in sostituzione del generale Alessio Strategopoulos elevato al rango di cesare per le vittorie ottenute contro il Despotato d'Epiro.

Dopo la battaglia di Pelagonia (settembre 1259), l'impero di Nicea era entrato in possesso di numerose fortezze del Peloponneso sudorientale – tra le quali Mistrà, Monemvasia e Maina - cedute dal principe d'Acaia, Guglielmo II Villehardhouin, in cambio del suo rilascio (cfr. scheda Morea, Introduzione).
Le ostilità ripresero alla fine del 1262 o gli inizi del 1263 quando l'imperatore Michele VIII Paleologo, ormai reinsediatosi a Costantinopoli, inviò in Morea un corpo di spedizione al comando del fratellastro, il sebastokrator Costantino Paleologo a cui erano affiancati Alessio Philes ed il parakoimomenos (3) Giovanni Makrenos. Dopo alcuni successi iniziali, mentre marciava su Andravida il sabastokrator fu sconfitto dai Latini nella battaglia di Prinitza.
Alla fine del 1263, Costantino Paleologo riprese l'iniziativa e avanzò su Sergiana nella parte settentrionale dell'Elide, ma quando il Villehardouin gli mosse contro preferì ritirarsi e cingere d'assedio Nikli. Qui i mercenari turchi, che formavano buona parte del suo esercito e che non ricevevano il soldo da sei mesi disertarono a favore dei Latini. Di conseguenza il sabastokrator abbandonò l'assedio e rientrò a Costantinopoli lasciando il comando al mega domestikos Alessio Philes ed al parakoimomenos Giovanni Makrenos.


Philes si diresse con l'esercito verso la Messenia ed occupò il passo di di Makryplagi nei pressi del castello di Gardiki dove fu raggiunto dall'esercito del Principato. Il cambio di bandiera dei mercenari turchi aveva però rovesciato i rapporti di forza tra i due eserciti e dopo aver respinto due assalti, nonostante la posizione favorevole, l'esercito imperiale fu messo in rotta dal terzo guidato da Ancelin de Toucy. Alessio Philes fu preso prigioniero insieme a molti alti ufficiali e nobili bizantini. Rinchiuso nel castello di Chlemoutsi si spense in cattività prima del 1269.


Note:

(1) Rimasta vedova di Alessio, Maria Paleologina Cantacuzena sposò nel 1269 lo zar bulgaro Costantino Tich Asen.

(2) La carica designava il comandante delle forze armate.

(3) Letteralmente il titolo di parakoimomenos significa “responsabile della sacra camera da letto dell'imperatore”, per solito la carica era ricoperta da funzionari eunuchi.




venerdì 10 febbraio 2017

La Rocca dei Rettori, Benevento

La Rocca dei Rettori, Benevento

Il mastio

Sorge nel luogo detto "Piano di Corte" sull’area di un’antica fortezza longobarda fatta edificare dal duca Arechi II a partire dal 871. Nel 1321 papa Giovanni XII da Avignone incaricò il rettore pontificio della città, Guglielmo de Balaeto, della costruzione di una sede fortificata per i "Rettori", che doveva essere edificata presso il monastero benedettino femminile di Santa Maria di Porta Somma, trasferendo le monache presso il monastero di San Pietro.
La nuova fortezza fu costruita su modello delle grandi costruzioni militari francesi di Avignone e di Carcassonne, nel punto più elevato del centro storico di Benevento e venne ultimata verso la fine del 1338 sotto il pontificato di papa Benedetto XII. Il progetto prevedeva un
castrum ed un palatium, recintati da mura protetti da fossati, attraversati da tre ponti levatoi. La costruzione inglobò inoltre la porta orientale della città (Porta Somma), che venne ricostruita poco più oltre.

 
A partire dal 1586 la fortezza venne trasformata progressivamente in carcere, rimasto attivo fino al 1865. Una parte dell'edificio venne ricostruita nel XVIII secolo, a seguito delle distruzioni provocate dal terremoto del 1702. Dell'antico castello si conserva attualmente solo il mastio centrale, sottoposto a interventi di restauro tra il 1959 e il 1960, che hanno portato al rinvenimento dell'antica porta cittadina, in corrispondenza dell'androne del mastio, e dei resti di un monumento funebre romano.
L’edificio assunse la forma attuale in seguito ai terremoti del 1688 e 1702 e ai conseguenti restauri voluti dal Vescovo Orsini e portati avanti - come per la chiesa di Santa Sofia – dall’architetto Carlo Buratti.
Le armi di papa Clemente XI Albani sotto il cui pontificato furono realizzati i restauri del 1703 ricordati nella lapide sottostante.
 
In particolare, osservando la Rocca dal Corso Garibaldi, spicca la netta differenza tra la struttura militare, ovvero il mastio, che conserva ancora le caratteristiche longobarde, nella cui muratura sono ancora ben visibili gli elementi di spoglio di epoca romana riutilizzati, e la struttura civile, ovvero il Palazzo, che presenta elementi settecenteschi inequivocabili, tra cui la piccola torretta con l’orologio, e che ha conservato fino ai nostri giorni la funzione di palazzo pubblico.

Il Palazzo dei Rettori
 
Il complesso appare quindi composto da due corpi distinti: il mastio ed il Palazzo dei Governatori (Rettori) pontifici a pianta rettangolare con cortile interno.
Il mastio, di epoca longobarda, era in realtà il castello vero e proprio (e per questo è detto anche Castrum novum). Alto 28 metri a pianta poligonale, fu costruito con materiale di spoglio proveniente da edifici di età romana; lungo le sue pareti si aprono bifore ogivali. Il Palatium, che è quello che ha subito maggiori interventi di trasformazione, accanto a particolari di epoca molto più antica, come i barbacani, presenta elementi neoclassici come le finestre incorniciate e il colonnato sormontato da un timpano, davanti ad una vetrata che si apre sul cortile. La costruzione si sviluppa su tre piani: il piano terra occupato dalle segrete; un doppio scalone conduce al primo piano organizzato in ampi saloni con soffitti in legno; al secondo piano torri di guardia danno accesso al terrazzo con ampia vista sulla città. Una rampa conduce al giardino posteriore, che accoglie un lapidario e diversi frammenti architettonici di epoca romana.
Attualmente è sede dell’Amministrazione Provinciale, mentre il Castello ospita la sezione storica del Museo del Sannio.




domenica 5 febbraio 2017

Chiesa del SS.Salvatore, Benevento

Chiesa del SS.Salvatore, Benevento
in via Stefano Borgia, per la visita chiedere alla chiesa di Santa Sofia


La chiesa del Santissimo Salvatore, nonostante il suo aspetto barocco, è una delle più antiche chiese di Benevento. Anticamente denominata “Ecclesia S. Salvatoris de Porta Somma”, venne fondata in età longobarda, come testimonia un documento, datato 22 febbraio 926, in cui si fa riferimento al “monasterio Domini Salvatoris”.
Scavi archeologici eseguiti tra 1997 e 1999 hanno messo in luce, oltre alle fasi longobarde, resti di un edificio sacro precedente, databile al VII secolo, poi sostituito dall’impianto del secolo VIII-IX, ed una serie di sepolture (1). Inizialmente la chiesa doveva avere una pianta quadrangolare con due absidi.
Diversi elementi di spoglio (colonne, capitelli, epigrafi di epoca romana) e l’antica porta in corrispondenza della navata sinistra testimoniano le prime fasi costruttive della chiesa.
 
 
La colonna di spoglio reimpiegata nell'angolo sinistro della facciata, a destra, murato, l'antico ingresso della chiesa.
 
Nel 1161 la chiesa del Salvatore fu restaurata e riconsacrata dall’arcivescovo Enrico. A tale intervento sono ascrivibili alcuni archi a sesto acuto, ancora visibili all’interno ed il portale di accesso alla chiesa ancora in parte visibile nella facciata.
 

Nel 1650 furono aggiunti l’altare maggiore e la navata destra. In seguito al terremoto del 5 giugno 1688, il Vescovo Vincenzo Maria Orsini (il futuro papa Benedetto XIII), fece realizzare il pronao in facciata e internamente, fece coprire la capriata lignea da una volta incannucciata, obliterando le due absidi.


Note:

(1) Attreverso delle aperture praticate nel pavimento della chiesa, sono attualmente visibili due sepolture a logette, l'una singola, l'altra bisoma.

La tomba bisoma

venerdì 3 febbraio 2017

Il Duomo di Benevento

Il Duomo di Benevento

E' un edificio di antica costruzione longobarda, consacrato nel 780 dal vescovo Davide e intitolato a Sancta Maria de Episcopio.
Nel corso dei secoli è stato però ripetutamente rimaneggiato, in parte da interventi di riparazione di danni inferti da eventi sismici (1456, 1688, 1702), in parte da interventi di ampliamento (XII e XVII sec.) volti ad arricchire il complesso che, in ultimo, venne gravemente danneggiato dai bombardamenti angloamericani del 1943.

Il Duomo dopo i bombardamenti del 1943
 
La facciata pricipale
La facciata del duomo, imponente e composita, risale alla fine del XIII secolo. Costruita interamente in marmo bianco, si rifà alla contemporanea architettura della Capitanata, di chiara matrice pisana.
Si sviluppa su due ordini, entrambi articolati in sei arcate, con uno schema di simmetrie inteso come se, al posto del campanile, a sinistra ci fosse una settima arcata.


Le arcate dell'ordine inferiore sono poco profonde; la più larga è quella contenente il portale principale. Questo è racchiuso fra un'architrave e due stipiti riccamente decorati, così come l'archivolto romanico che lo sormonta è sorretto da un toro a sinistra e da un leone a destra, simbolo e monito della severità e della vigilanza del vescovo nel tutelare fede e costumi. Il tutto è accompagnato da un'iscrizione «sculpsit Rogerius», che si ritiene essere il vescovo sotto cui fu realizzata l'opera, più che l'artista.


Nella parte superiore si ripropongono le sei arcate cieche che però sono più profonde di quelle inferiori e sono sorrette da colonne e capitelli romani di spoglio, che poggiano su mensoloni scolpiti a figure umane al centro e ornati all’estremità da motivi vegetali.
Le tre arcate centrali superiori, di età romanica, sono impreziosite da due finestroni circolari e un elegante rosone a dodici colonnine che in passato era decorato da un antico mosaico raffigurante l'Agnus Dei andato perduto.
Incastonata nel portale centrale era in origine la Janua Major*, oggi – dopo un lungo restauro reso necessario dai gravi danni riportati durante il bombardamento del 1943 – ricollocata in posizione più arretrata.

La Janua Major nella sua collocazione originaria prima del bombardamento

Il campanile
Innalzato dall’arcivescovo Romano Capodiferro a partire dall’11 febbraio 1279 come recita un’iscrizione sulla facciata, fu successivamente restaurato sotto il vescovo Orsini.


Si presenta con una struttura quadrata come una torre, costruita con blocchi di pietra bianca, a due piani, separati da un cornicione sporgente sostenuto da archetti pensili. Al secondo piano si trovano quattro finestroni ogivali, uno per lato, con occhio trilobato.
Molti elementi di spoglio romani sono incassati su tutta la sua superficie; tra essi spiccano una serie di rilievi funerari, un leone gradiente di granito rosa, e soprattutto un cinghiale (secondo altri un maiale) stolato e cinto da una corona di alloro, pronto per il sacrificio, da cui è derivato lo stemma della città di Benevento.


Da notare anche il mascherone, proveniente dal teatro romano, incassato accanto ad una delle finestre ogivali.

La pseudocripta
Attualmente la pseudocripta consta di due navate allineate in senso trasversale rispetto all'abside, la cui fondazione in opus vittatum risale al V secolo, separate tra di loro da un notevole colonnato, realizzato con numerosi elementi di spoglio.
Vale la pena rilevare la presenza di vani finestra, che indicano come inizialmente la costruzione non fosse una cripta, ma lo divenne in epoca successiva, venendosi a trovare al di sotto del livello dell’attuale Cattedrale.
La navata laterale verso nord ovest è articolata in tre campate con volta a crociera sorrette da pilastri ornati da elementi decorativi di epoca romana. Sulle pareti laterali sono presenti tracce di affreschi trecenteschi, tra cui in una nicchia si può ammirare un volto velato e aureolato della Vergine che, con molta probabilità, apparteneva ad un non più leggibile affresco di una Madonna in trono.
In questi spazi sono visibili alcuni lacerti di pavimentazione in opus sectile databili alla prima metà del XII secolo e numerosi frammenti di pitture murarie che decoravano le cappelle, risalenti a periodi differenti. Cronologicamente il più antico risulta essere il ciclo pittorico dedicato a san Barbato, collocabile tra la fine del IX e gli inizi del X secolo.
Testimonianze dirette dell'opera di ampliamento del soprastante presbiterio e della cripta, avvenuta intorno alla metà del XII secolo, sono i resti pavimentali in opus tessellatum.
Al XIV secolo sono datati gli affreschi presenti nella cappella adiacente la fenestella confessionis che inquadra una tomba. Si tratta del mirabile affresco della Mater Misericordiae e del frammento con santa Caterina d'Alessandria e una devota con rosario inginocchiata ai suoi piedi.

La Mater Misericordiae

“la Vergine, eretta, presenta un aspetto frontale e delle proporzioni (di circa 2 metri) ispirati alla ieraticità bizantina, che la identificano immediatamente come Ecclesia, nell'atto di unire in un abbraccio materno i fedeli raccolti sotto il suo manto, i cui lembi, leggermente sollevati, sono tenuti stretti fra le mani chiuse a pugno a rimarcare fermezza nel proteggere" (G.Giordano - M.Cimino).
L'affresco è riconducibile ad un artista napoletano al corrente della grande lezione naturalistica di Giotto e di Maso di Banco che lavorarono a Napoli alla corte angioina dal 1328 al 1333.
La linea alta della vita della Vergine e l'assenza di cintura rivelano la sua gravidanza (incincta=senza cintura) come l'accrescimento dei seni e del ventre sotto la tunica resi per mezzo di una maggiore intensità luminosa.
Sotto le ali del mantello si raccolgono i fedeli, rigidamente divisi in uomini, a sinistra, e donne, a destra. Tra gli uomini spiccano una figura vestita di nero, immediatamente ai piedi della Madonna, in cui va probabilmente identificato il donatore e quelle di tre vescovi, due dei quali portano la mitra bicornuta – e sono probabilmente dei suffraganei – mentre quello al centro del terzetto porta il camauro e ha le mani coperte dalle chirotecae e raffigura il metropolita di Benevento.
La regalità della Madonna è sottolineata dal drappo d'onore – bordato di rosso e decorato da piccoli rombi dello stesso colore solo in parte ancora visibili – teso alle sue spalle da due angeli.

Santa Caterina d'Alessandria

Nella stessa cappella su di un pilastro è presente un altro dipinto datato tra il IX e l'XI secolo. Rappresenta un personaggio barbuto, probabilmente San Barbato, raffigurato a mezzo busto, in dalmatica, con due rotoli legati da un nastro rosso nella mano sinistra e un crocifisso nella destra.
Questi, insieme ai lacerti di affreschi presenti nella parte occidentale della pseudocripta (tra cui un volto di Madonna in trono datato agli inizi del XIV secolo, una figura di orante ai piedi di una santa e le parziali decorazioni dell'intradosso che simulano il firmamento) testimoniano le ultime fasi di frequentazione del sito prima dell'oblio. La riscoperta dell'area avvenne durante i lavori di ricostruzione della Cattedrale dopo la seconda guerra mondiale.


* La Janua Major fu realizzata su commissione dell'arcivescovo Rogerio (1179-1221).
Si compone di 72 formelle di bronzo disposte su nove file orizzontali di otto ciascuna. Quarantatre formelle raccontano episodi della vita di Cristo, una mostra l’arcivescovo metropolita, ventiquattro raffigurano i suoi vescovi suffraganei e quattro altrettanti protomi animali.
Va letta riga per riga, come un testo diviso in tre paragrafi: nel primo, si narra l’infanzia e la vita pubblica di Cristo; nel secondo la sua passione, morte e resurrezione, con l’immagine dell’arcivescovo di Benevento che, nell’atto di ordinare un vescovo, assiso in trono con la tiara e il pallio, rappresenta il papa; così come, nel terzo, sempre di tre righe, i ventiquattro vescovi suffraganei dell' arcivescovo sono sì la Chiesa beneventana, ma rappresentano anche la Chiesa tutta.

La morte di Giuda
 
Piuttosto inconsueta è la formella che rappresenta la morte di Giuda. Giuda è raffigurato impiccato ad un albero con le budella che fuoriescono dal ventre squarciato come nella descrizione degli Atti degli Apostoli (Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto e poi precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere, AdA, I, 17) mentre un angelo ne raccoglie l'anima baciandolo.
Una descrizione esauriente delle formelle che compongono la porta si trova qui.
 



venerdì 27 gennaio 2017

La contea di Tripoli

La contea di Tripoli (1102-1289)


Raimondo IV di Tolosa (1102-1105)
Nel 1102 Raimondo di Tolosa, che ancora non si era creato un proprio feudo in Terrasanta, conquistò la città di Tortosa (l'attuale Tartus in Siria) e negli ultimi mesi del 1103 iniziò l'assedio di Tripoli, costruendo una enorme fortezza sul Monte Pellegrino a poca distanza dalla città (1). Nel 1105, in conseguenza delle ustioni riportate nel corso di un incendio appiccato dagli assediati durante una sortita, Raimondo morì senza aver preso Tripoli.

Armi di Raimondo di Tolosa
 
 
Guglielmo Giordano di Cerdanya (1105-1110)
Nel 1096 aveva seguiti lo zio Raimondo nella Prima crociata. Giunto in Terrasanta si era fatto battezzare nel fiume Giordano assumendone il nome.
Alla morte dello zio, dato che i cugini Bertrando e Alfonso Giordano, erano rientrati nei loro possedimenti Occitani assunse il titolo di conte di Tripoli – sembra per volere dello stesso Raimondo - continuando l'assedio alla città, che capitolò nel 1109. Nel frattempo era giunto a Tripoli Bertrando di Tolosa, il figlio primogenito di Raimondo (2) e quindi legittimo titolare della contea che fu spartita tra i due cugini. Pochi mesi dopo Guglielmo Giordano fu però assassinato da uno dei suoi soldati e Bertrando potè riunificarla sotto il suo comando.

Bertrando di Tolosa (1109-1112)
Sposatosi nel 1095 con Elena di Borgogna, ebbe un solo figlio, Ponzio, che alla sua morte ereditò la contea.

Ponzio di Tripoli (1112-1137)
Successe al padre quando era appena quindicenne.
Nel 1115 sposò Cecilia di Francia, figlia del re Filippo I e rimasta vedova di Tancredi d'Altavilla (3), da cui ebbe tre figli (Raimondo, Filippo e Agnese).
Nel 1118 si riconobbe vassallo del re di Gerusalemme Baldovino II.
Nel 1125 comandò il centro dell'esercito crociato nella vittoriosa battaglia di Azaz contro le forze dell'atabeg di Mossul, nel territorio della contea di Edessa (cfr. scheda Regno di Gerusalemme).
Nel 1131, dopo la morte di Baldovino II, Ponzio si accordò con la figlia di quest'ultimo, Alice di Antiochia, da poco vedova di Boemondo II d'Antiochia, che anelava alla reggenza del principato per la figlia, ancora minorenne, Costanza e non consentì a Folco d'Angiò, nuovo re di Gerusalemme, che voleva assumere la reggenza del principato, di attraversare la contea di Tripoli, costringendolo a raggiungere Antiochia via mare. Per ritorsione, il re successivamente si diresse contro di lui e lo sconfisse nei pressi di Rugia.
Nei primi mesi del 1137, Mahmud atabeg di Damasco invase la contea. Ponzio lo affrontò di fronte al Monte Pellegrino, dove fu sconfitto e messo in fuga; tradito, venne catturato e ucciso. Il figlio primogenito Raimondo, raccolti i superstiti, si ritirò a Tripoli dove succedette al padre.

Raimondo II di Tripoli (1137-1152)
Poco prima di ereditare la contea aveva sposato Hodierna di Gerusalemme, una delle quattro figlie di Baldovino II, che gli diede due figli, Raimondo e Melisende.
Ritenendo i cristiani siriaci responsabili di aver tradito il padre, avviò delle persecuzioni nei loro confronti.
Più tardi l'atabeg di Aleppo e Mossul Zengi assediò la roccaforte di Barin, nel territorio della contea, e Raimondo fu catturato in uno scontro sotto le mura della fortezza. Zengi, preoccupato che agli assediati potessero giungere rinforzi dagli altri stati crociati, negoziò la resa della fortezza in cambio del rilascio di Raimondo.
Nel 1142 Raimondo donò agli Ospitalieri la fortezza che sarebbe divenuta nota come Krak dei Cavalieri e che controllava il passo di Homs che dall'attuale valle della Bekaa conduceva verso la costa, ed altri castelli minori. Il Krak era quindi la punta più avanzata del sistema difensivo della contea di cui da questo momento gli Ospitalieri divennero parte integrante.
Nel 1152, probabilmente in conseguenza di questa sua decisione, cadde in un'imboscata nei pressi di Tripoli sotto il pugnale della setta degli Assassini.

Raimondo III di Tripoli (1152-1187)
Ereditò la contea quando aveva appena dodici anni e governò fino al compimento dei quindici anni sotto la reggenza della madre Hodierna.
Nel 1164 fu catturato da Norandino durante la disastrosa battaglia di Harim (cfr. scheda Il Principato di Antiochia) e condotto ad Aleppo dove rimase prigioniero fino al 1173 quando fu liberato dietro il pagamento di un forte riscatto. Durante la sua prigionia la reggenza fu assunta dal re di Gerusalemme Amalrico I.
Nel 1174 sposò Eschiva de Bures che gli portò in dote il Principato di Galilea e la Signoria di Tiberiade.
Dopo la morte di Amalrico (1174) fu reggente del Regno di Gerusalemme fino al compimento della maggiore età del giovane Baldovino IV (1176).
Il 4 luglio del 1187 fu tra i pochi comandanti crociati a sottrarsi alla cattura nel disastro di Hattin. Al comando dell'avanguardia dell'esercito crociato riuscì a rompere l'accerchiamento con una carica e a ripiegare su Tiro.
Raimondo III morì di pleurite a Tripoli nel settembre dello stesso anno. In assenza di eredi diretti, prima di morire, lasciò la contea al suo figlioccio Raimondo di Poitiers-Antiochia.

Armi dei Potiers
 
Raimondo IV di Tripoli (1187-1189)
Figlio primogenito di Boemondo III di Poitiers-Antiochia e della sua prima moglie Orguillese d'Harenc, fu indicato da Raimondo III come suo successore prima di morire. Due anni dopo, contravvenendo a questa volontà, il padre lo richiamò ad Antiochia affidando la contea al figlio minore Boemondo.

Boemondo I di Tripoli (1189-1233)*
Alla morte del padre Boemondo III (1201), nonostante questi avesse indicato come suo successore il nipote Raimondo Rupeno, figlio del suo primogenito Raimondo IV di Tripoli (morto nel 1198) e di Alice di Armenia, riuscì a farsi riconoscere come Principe di Antiochia e a regnare contemporaneamente sulle due città stabilendosi a Tripoli.
S'innescò quindi un lungo conflitto dinastico che coinvolse gli Ordini militari (I Templari si schierarono con Boemondo mentre i cavalieri di san Giovanni appoggiarono Raimondo Rupeno), il Regno d'Armenia, la nobiltà latina d'Outremer, l'imperatore Federico II ed il papato.
Leone II d'Armenia sostenne i diritti del nipote Raimondo Rupeno e nel 1204 appoggiò la ribellione di Renoart di Nephin nella contea di Tripoli.
Alla fine del 1205 Boemondo – che perse un occhio nella campagna guadagnandosi il soprannome di monocolo – riuscì a sedare la ribellione.
Nel 1206 Boemondo rimosse il Patriarca latino di Antiochia, Pietro di Angouleme, che aveva appoggiato Raimondo Rupeno, rimpiazzandolo con quello ortodosso, Simeone II. Pietro di Angouleme reagì scomunicandolo e Boemondo lo fece imprigionare lasciandolo morire di sete (1208) (4). Tra alterne vicende, durante le quali Raimondo Rupeno - con l'appoggio dei giovanniti - riuscì ad insediarsi ad Antiochia come Principe dal 1216 al 1219, il conflitto ebbe termine soltanto nel 1219 quando Raimondo, estromesso da Antiochia da una rivolta dei nobili guidata da Guglielmo Farabel e recatosi in Armenia per rivendicare la corona del regno, morì in battaglia.
Insediatosi nuovamente ad Antiochia, procedette alla confisca di tutte le proprietà dei cavalieri di San Giovanni, provvedimento che gli valse la scomunica da parte di papa Gegorio IX che, sempre su richiesta degli Ospitalieri, la confermò ancora nel 1230. L'anno successivo, grazie alla mediazione del patriarca di Gerusalemme Geraldo da Losanna e della famiglia degli Ibelin, Boemondo firmò un accordo con l'Ordine di San Giovanni che gli fruttò il ritiro della scomunica.
In prime nozze sposò Plaisance di Gibelletto (Gibelet) che gli diede:
1.Raimondo di Poitiers (1195- ucciso dalla setta degli Assassini nella cattedrale di Tortosa nel 1213), Balivo di Antiochia.
2.Boemondo V di Poitiers, suo successore alla guida del principato.
3.Filippo I di Poitiers (morto avvelenato in prigione nel 1226), re consorte del Regno armeno di Cilicia (1222-1224) per le nozze con Isabella d'Armenia.
4.Enrico di Poitiers, sposato a Isabella di Lusignano e padre del re Ugo III di Cipro e I di Gerusalemme.
5.Maria di Poitiers

*I conti di Tripoli Boemondo I, Boemondo II e Boemondo III, pur risiedendo a Tripoli, furono anche principi di Antiochia e quindi noti rispettivamente anche come Boemondo IV, V e VI di Antiochia (cfr. scheda Il Principato di Antiochia).

Boemondo II di Tripoli (1233-1252)
Come il padre continuò a risiedere a Tripoli lasciando il governo del Principato nelle mani dl comune.
Nel 1235 sposò in seconde nozze Luciana, figlia di Paolo dei Conti di Segni, una bis-nipote di Papa Innocenzo III, da cui ebbe due figli: Plaisance (Piacenza) di Antiochia - che fu la terza moglie di re Enrico I di Cipro e madre di Ugo II - e Boemondo VI d'Antiochia.

Armi di Boemondo III di Tipoli
 
Boemondo III di Tripoli (1237-1275)
Nel 1268 il sultano mamelucco Baybars conquistò Antiochia e quanto rimaneva del Principato determinando la fine di questo stato crociato. A Boemondo rimase quindi la sola contea di Tripoli.
Nel 1271 Baybars attaccò nuovamente espugnando i castelli dell'entroterra e mettendo sotto assedio Tripoli ma, avuta notizia dell'arrivo ad Acri di re Edoardo I d'Inghilterra, offrì al conte una tregua e levò l'assedio.
Dalla moglie Sibilla di Armenia ebbe quattro figli:
1. Boemondo IV di Tripoli
2. Isabella di Poitiers
3. Lucia di Poitiers
4. Maria di Poitiers

Lucia di Poitiers (1288-1289)
Figlia di Boemondo III di Tripoli e Sibilla d'Armenia.
Quando suo fratello, Boemondo IV di Tripoli morì nel 1287, Lucia, a cui sarebbe spettata per diritto ereditario la contea, sposata al'ex grande ammiraglio di Carlo d'Angiò Narjot di Toucy, viveva in Puglia. Poco desiderosi di vedere al comando della contea una principessa compromessa con gli angioini, i nobili ed i maggiorenti di Tripoli offrirono la contea alla madre Sibilla che nominò balivo il vescovo Bartolomeo di Tortosa. I nobili, a cui il vescovo era inviso, reagirono proclamando decaduta la dinastia e istituendo il libero comune con a capo Bartolomeo Embriaco.
Agli inizi del 1288 Lucia sbarcò ad Acri per reclamare i suoi diritti sulla contea e, per ragioni diverse, ottenne l'appoggio dei tre Ordini militari e del bailo di Venezia mentre il comune si pose sotto la protezione di Genova che inviò una squadra di cinque galee al comando di Benedetto Zaccaria. Nel frattempo l'opinione pubblica tripolina volse a favore di Lucia, nel timore che la protezione della repubblica ligure sarebbe sfociata nella trasformazione della città in colonia genovese. Si avviarono dunque delle trattative al termine delle quali Lucia accettò di riconoscere ai genovesi ed al comune alcuni privilegi (5) ed in cambio venne da questi riconosciuta contessa di Tripoli.
Questo accomodamento non soddisfece però i veneziani di Acri che inviarono segretamente dei messi al sultano d'Egitto Qalawun per spingerlo ad intervenire (6).

La caduta di Tripoli: alla notizia che il sultano marciava su Tripoli, cominciarono ad affluire i rinforzi. Il re di Cipro e Gerusalemme, Enrico I, inviò da Cipro una compagnia di cavalieri e quattro galee al comando del fratello Amalrico e da Acri il reggimento francese al comando del siniscalco del Regno Giovanni di Greilly; il Tempio inviò una compagnia al comando del maresciallo Goffredo di Vendac mentre il maresciallo giovannita Matteo di Clermont prendeva il comando degli ospitalieri presenti in città; due galee veneziane si unirono infine a quelle cipriote e genovesi per fare fronte contro il nemico comune.
Alla fine di marzo l'esercito mamelucco si accampò sotto le mura di Tripoli ed iniziò a battere le mura con i mangani (7).
Quando crollarono la torre del Vescovo, all'angolo SE del perimetro difensivo, e quella dell'Ospedale, i veneziani giudicarono la città perduta ed iniziarono ad imbarcarsi presto seguiti dai genovesi. Colto lo scompiglio che si era venuto a creare tra i difensori, il 26 aprile Qalawun lanciò l'attacco generale e la città fu presa d'assalto. La contessa riuscì a porsi in salvo sulle navi insieme ai due marescialli degli Ordini militari ad Amalrico e a Giovanni di Greilly mentre il comandante del Tempio, Pietro di Moncade, e Bertolomeo Embriaco caddero nella carneficina che seguì la presa della città.
Dopo la conquista Qalawun ordinò la completa distruzione della città che fu ricostruita nel'entroterra intorno alla fortezza fatta edificare da Raimondo di Tolosa ai piedi del Monte Pellegrino e che i crociati avevano abbandonato prima dell'assedio senza tentare di difenderla.

Armi degli Embriaco di Gibelletto
 
Signoria di Gibelletto (Gibelet): comprendeva un territorio costiero, nella parte meridionale della contea di Tripoli, che confinava a sud con la Signoria di Beirut nel Regno di Gerusalemme e aveva come capitale l'antica città portuale di Biblo (Gibelletto, Jebail). Conquistata dai crociati nel 1104 fu data in feudo da Raimondo di Tolosa all'ammiraglio genovese Guglielmo Embriaco in ringraziamento dell'aiuto dato nella conquista della contea.
 
Lazzaro Tavarone, Guglielmo Embriaco detto Testa di maglio,
Palazzo di San Giorgio, Genova, 1606-1608
 
Fu tenuta quasi ininterrottamene dai suoi discendenti fino al 1302. Dopo la caduta di Tripoli (1289) l'ultimo discendente Pietro Embriaco si fece infatti vassallo del sultano mamelucco Qalawun e potè conservare i suoi possedimenti fino a questa data.


Note:

(1) La fortezza – i cui resti sono ancora visibili – era nota ai Franchi come castello di Saint Gilles e agli Arabi come Qal'at Sanjil.

(2) Bertrando era figlio di Raimondo e della prima moglie – una sua cugina di cui s'ignora il nome e che era la terzogenita del conte Goffredo I di Provenza – che ripudiò prima del 1080. Giacchè il matrimonio tra cugini non era da ritenersi valido, Bertrando era considerato un bastardo.

(3) Tancredi poco prima di morire aveva fatto promettere a Ponzio di sposare Cecilia assegnandole in dote le fortezze di Arcicanum e Rugia.

(4) Le fonti riportano che il Patriarca poteva bere solo l'olio della sua lampada.

(5) Oltre ad un'estensione del proprio quartiere a Tripoli, Genova ottenne anche il diritto di nominare un podestà che lo governasse. Fu nominato Caccianemico della Volta che però non riuscì a raggiungere la città prima della sua caduta.

(6) Un'altra ipotesi attribuisce la richiesta d'intervento a Bartolomeo Embriaco che aspirava al possesso della contea.

(7) le fonti riportano che Qalawun potè schierare 19 grandi mangani.


martedì 17 gennaio 2017

Chiesa di Sant'Ilario a Porta Aurea, Benevento

Chiesa di Sant'Ilario a Porta Aurea, Benevento


L'ecclesia vocabolo Sancti Ylari presente nelle fonti documentarie a partire dal XII sec., anche se da scavi effettuati se ne può far risalire la costruzione al VII-VIII sec. d.C., è nota con il nome di Sant’Ilario a Port’Aurea perché edificata nei pressi dell’Arco diTraiano, divenuto in epoca longobarda porta "aurea" della città dopo essere stato incorporato nella nuova cinta muraria.
I resti di un ampio complesso edilizio d’età imperiale (II secolo d.C.) sono le testimonianze della principale preesistenza archeologica, i vani finora messi in luce, edificati su un terrapieno artificiale, si articolavano in tre corridoi di comunicazione, probabilmente in origine anche provvisti di scale, disposti attorno ad un ampio vano sostruttivo rettangolare sul quale oggi poggia la chiesa.

Angolo NE
In primo piano si notano i resti del compleso edilizio del II secolo.

In età tardoantica il complesso architettonico d’epoca imperiale fu abbandonato e sepolto sotto uno spesso strato di terreno di riporto. Solo una parte degli antichi ambienti fu recuperata e inglobata in nuove strutture murarie, e la massiccia costruzione posta sotto l’angolo nord-est della chiesa (vicino all’abside) ne suggerisce una sua eventuale funzione di carattere militare o comunque difensiva.

Facciata occidentale

Lo sviluppo architettonico della chiesa segue geometrie essenziali, scandite all'esterno da sei volumi (abside, aula, tiburi sfalsati, tetti a padiglione) e all'interno da pilastri ed archi che partiscono l'aula in due campate leggermente disuguali ed offrono un robusto sostegno a due cupole emisferiche allineate sull'asse longitudinale.

L'ingresso murato lungo la parete sud.
Negli stipiti e sull'angolo SO dell'edificio si nota l'impiego di materiali di recupero con funzioni decorative. Alla base si notano invece le sepolture di epoca altomedioevale.

La muratura dell’edificio è realizzata in opus incertum, con impiego di materiali di risulta sia come rinforzi negli angoli, sia con funzione decorativa com’è possibile osservare sulla parete meridionale - dove si trova anche un ingresso murato -  e nei pressi della porta d'ingresso sulla facciata ovest.

Pianta del complesso monastico
Legenda: cp=cisterne e pozzi; P=portici; in neretto le strutturie murarie più antiche

Alla chiesa fu successivamente aggiunto un convento, il Monasterium Sancti Ylari citato in fonti
documentarie dal 1148 e pur non precisandone l’esatta cronologia di fondazione, le indagini
archeologiche più recenti hanno posto in luce la quasi totalità degli ambienti monastici. Degne di nota sono le numerose cisterne e i pozzi per la captazione dell’acqua, evidentemente connessi agli usi agricoli.
Soprattutto lungo il lato meridionale della chiesa si notano addossate una serie di sepolture che risalgono al XIII-XIV sec.

Fortemente danneggiata dal terremoto del 1688, fu sconsacrata prima del 1712 (come risulta da un documento datato 1713) ed adibita a casa colonica.


venerdì 13 gennaio 2017

L'arco di Traiano, Benevento

L'arco di Traiano, Benevento

Lato dell'arco rivolto verso la città

E' un arco trionfale costruito tra il 114 e il 117 e dedicato all'imperatore Traiano (98-117) in occasione dell'apertura della via Traiana, una variante della via Appia che accorciava il percorso tra Benevento e Brindisi.
Sotto il dominio longobardo, l'arco venne inglobato nella cinta difensiva e prese il nome di Porta Aurea (cfr. scheda La cinta muraria di Benevento). Nel 1850, in occasione di una visita di papa Pio IX, per suo ordine, venne isolato abbattendo le case che vi si erano state addossate.
Si tratta di un arco a un solo fornice, alto 15,60 m e largo 8,60 m, con un’ossatura di blocchi di calcare ed un rivestimento di marmo pario.
Sulle facciate la superficie è articolata da quattro semicolonne, disposte agli angoli dei piloni, le quali sorreggono una trabeazione, che sporge al di sopra del fornice. Al di sopra di questa si trova un attico, anch'esso più sporgente nella parte centrale, sopra il fornice, dove è presente questa iscrizione:

IMP[eratori] CAESARI DIVI NERVAE FILIO
NERVAE TRAIANO OPTIMO AVG[usto]
GERMANICO DACICO PONT[ifici] MAX[imo] TRIB[unicia]
POTEST[ate] XVIII IMP[eratori] VII CO[n]S[uli] VI P[atri] P[atriae]
FORTISSIMO PRINCIPI SENATUS P[opolus]Q[ue] R[omanus]

All'imperatore Cesare, figlio del divo Nerva,
Nerva Traiano Ottimo Augusto
Germanico, Dacico, ponteficie massimo
(rivestito della) potestà tribunicia diciotto (volte), (acclamato) imperatore sette (volte), console sei(volte), padre della patria,
fortissimo principe, il Senato e il Popolo romano (posero).
 
Lato interno (verso l’attuale Via Traiano)
La facciata si presenta composta principalmente da 6 pannelli principali posti verticalmente e divisi
dal fregio continuo di trabeazione e da altri pannelli minori. Da sinistra a destra e dall'alto in basso:
 
1. Gli Dei dell’Olimpo attendono Traiano. Nel tempio di Giove Massimo in Campidoglio in primo piano Giove, tra Minerva e Giunone, porge con la destra il fulmine, ricevendo il quale Traiano diventerà suo rappresentante in terra. In secondo piano da sinistra a destra si dispongono Ercole, il Liber Pater (1) e Cerere.
 
2. Nel campo di Marte, dinanzi al tempio del dio, Traiano, con Adriano al fianco e seguito dai littori, riceve dai due consoli, alla presenza della dea Roma - che poggia una mano sulla spalla di Adriano - e di due altre figure simboliche, il decreto di concessione del trionfo.
 
3. Traiano appare in primo piano a sinistra seguito dai littori. Il tema è forse legato alle provvidenze per i veterani nelle regioni del Reno e del Danubio. Una matrona con la corona turrita, che regge con la sinistra un vessillo sormontato da cinque aquile, raccomanda a Traiano due legionari in congedo.
 
 
4. Questo pannello rappresenta la stabilità e la sicurezza raggiunta dall'Impero sotto Traiano.
Vengono celebrate le provvidenze in favore del commercio. Sullo sfondo le immagini di Portuno (2), di Ercole e di Apollo, le divinità venerate nel Foro Boario, denotano questa zona commerciale della città. Traiano, scortato dai littori, riceve da tre rappresentanti dei commercianti il ringraziamento per quanto ha fatto per loro.


5. Traiano fa il suo ingresso a Roma nell'estate del 99, dopo aver sistemato il confine renano della provincia della Germania superiore di cui era governatore all'atto della sua proclamazione ad imperatore (27 gennaio 98). Davanti ad una delle porte della città il Praefectus Urbis lo invita ad entrare come imperatore e Traiano lo fa con semplicità, senza cavalcatura.

 
6. Forma un'unica scena con quello precedente. Dinanzi ad un edificio esastilo (forse il tempio
di Vespasiano) Traiano è accolto dai Geni del Popolo Romano, del Senato e dell'Ordine Equestre.
 
I quattro pannelli inferiori sono separati da pannelli decorativi più bassi con Vittorie tauroctone (Vittorie nell'atto di sacrificare tori) e sormontati da altri pannelli decorativi con sacerdoti e strumenti del sacrificio.
Nei pennacchi dell'arcata del fornice sono raffigurate personificazioni della Vittoria e della
Fedeltà militare, accompagnate dai geni delle quattro stagioni; sulla chiave dell'arco è raffigurata la personificazione di Roma.
 
 
Il fregio figurato della trabeazione sorretta dalle colonne, raffigura la processione del trionfo celebrato da Traiano sulla Dacia.
 
Lato esterno (verso l’attuale Via S.Pasquale)
La facciata ha la stessa partizione in pannelli principali e secondari come l’altra che guarda verso la città.
 
 
1. Le divinità della Dacia (Cerere, Diana e Silvano) accolgono Traiano (che era raffigurato nella parte mancante del bassorilievo).
 
 
2. L’Imperatore, seguito dai littori, riceve l’omaggio di una provincia inginocchiata, che l’albero di quercia a sinistra e le personificazioni del Tisia e dell’Alutus (i fiumi di confine della regione) mostrano chiaramente essere la Dacia. Questa, nel momento in cui compie l’atto di sottomissione, è raccomandata a Traiano da un corregionale e amico dell’imperatore.

 
3. In questo pannello sono ricordate le iniziative di Traiano per il riordinamento dell'esercito nelle province. All'imperatore, circondato dai littori, Honos (la personificazione dell'Onore militare) presenta una recluta al cui fianco è l'ufficiale addetto alla leva, che tiene in mano la tesa per la verifica delle misure regolamentari. A destra si riconosce la personificazione di Roma con il diadema turrito.

4. In questo pannello appare subito in primo piano l'immagine di Marte con l'elmo sul capo. La scena è dedicata all'Institutio Alimentaria (3). Sulla destra della scena c'è l'imperatore, in compagnia dei littori, ed affiancato da due virtù, Indulgentia e Felicitas.
Traiano presenta alla dea Roma, che è al fianco di Marte, un bimbo e una fanciulla che si levano dalla terra arata. Si riconoscono un semplice aratro, in basso e a sinistra, e la cornucopia, simbolo di abbondanza.
 
 
5. La pacificazione della frontiera germanica da parte di Traiano, raggiunto, mentre colà si trovava, dalla notizia della morte di Nerva e della convalida della sua successione da parte del Senato. Alla
presenza di Giove Feretrio (4), che è al centro della scena, Traiano, in primo piano a sinistra, stipula il patto di pace con il capo dei Germani, che è a destra.


6. Traiano, seguito dai suoi ufficiali, come lui in toga e scortato dai littori, si incontra con Ercole e con due personaggi, uno recante un cavallo per la briglia, l'altro un grosso cane al guinzaglio. Il pannello sembra alludere al consolidamento del possesso delle regioni danubiane, cui Traiano si dedicò dopo la pacificazione della Germania. Traiano è in primo piano a destra.
Nei pennacchi dell'arcata del fornice sono raffigurate le personificazioni del Danubio e della
Mesopotamia accompagnate dai geni delle quattro stagioni. Sulla chiave dell'arco è raffigurata la personificazione della Fortuna.

Interno del fornice
I lati interni del fornice presentano altri due ampi pannelli scolpiti, raffiguranti scene delle attività di Traiano nella città di Benevento.
 
A sinistra, uscendo dalla città, il sacrificio della cerimonia per l'apertura della via Traiana, celebrato da Traiano, nel 109 a Benevento, mentre i camilli gli porgono la cassetta degli aromi, i vittimari stanno abbattendo un giovenco. Traiano è accompagnato dai littori.
 
 
A destra, invece, è raffigurata l'istituzione a Benevento, nel 101 dell'Institutio alimentaria. Alla presenza di quattro matrone con corone turrite, che personificano Benevento, Caudium ed altre due città oggi scomparse dei Liguri Bebiani e Corneliani, si svolge la distribuzione degli alimenti ai fanciulli e ai genitori, cui assiste lo stesso imperatore. Nella scena, molto viva ed espressiva, si riconoscono anche una donna col bimbo in fasce e due uomini coi bambini a cavalcioni sulle spalle.
 
 
Sulla volta decorata a cassettoni, infine, compare al centro una raffigurazione dell'imperatore incoronato da una Vittoria.
 
 
Note:
 
(1) Divinità latina protettrice della fecondità, assimilata a Dioniso.
(2) E' la divinità latina protettrice dei porti.
(3) L' Institutio alimentaria fu un provvedimento preso da Traiano in favore dell'agricoltura e dei bambini poveri. L’istituto finanziario prevedeva un prestito ipotecario (obligatio praedorium) concesso direttamente dal patrimonio personale dell’imperatore (il fiscus). Gli agricoltori ricevevano in prestito capitali a un basso tasso di interesse (secondo alcune fonti storiche, nell’ordine del 2,5% e, secondo altre, del 5%) fornendo, a loro volta, una specifica garanzia ipotecaria. Le rendite erano devolute direttamente all’assistenza dei fanciulli orfani e indigenti assicurando loro il giusto sostentamento.
(4) Romolo aveva dedicato a Giove "Feretrio", garante dei trattati, il primo tempio eretto sul Campidoglio.