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lunedì 16 ottobre 2017

La via Appia: La Berretta del prete

La Berretta del prete


La cosiddetta Berretta del Prete è un sepolcro romano che prende nome dalla sua caratteristica forma circolare con copertura a cupola. L'edificio si trova tra l'VIII e il IX miglio della via Appia, lungo il suo lato sinistro, preceduto a pochi metri di distanza da una tomba a edicola in opera laterizia molto ben conservata. Il mausoleo ha un diametro di 12,50 m ed è ornato sia esternamente che all’interno da nicchie semicircolari alle pareti. Un ambulacro concentrico (probabilmente a due livelli, con quello superiore periptero come sembra potersi dedurre dai numerosi frammenti di colonne rinvenuti nelle vicinanze) un tempo coperto da una volta a botte circondava l’edificio, mentre un corridoio rettangolare ne costituiva l’accesso monumentale dalla strada (entrambe le strutture non sono più visibili).
Il monumento raffigurato insieme alla tomba ad edicola che lo precede in un acquerello di Carlo Labruzzi (1789)

All'esterno si notano tre grandi archi di scarico ed un arco d'ingresso giustificati dalla presenza all'interno delle nicchie semicircolari. L'unico ingresso è costituito da una porta larga 90 cm. Con soglia e stipiti in grossi blocchi di peperino. Il paramento murario, conservatosi soprattutto nella parte superiore, è in opera listata a corsi di cubetti di selce (generalmente due, ma a volte anche uno o tre) alternati ad un filare non sempre continuo di laterizi di reimpiego. Questa particolare tecnica muraria consente di datare il manufatto tra la fine del III e gli inizi del IV secolo.


Il monumento compare come annesso al Casale Palombaro (così detto perchè forse destinato all'allevamento dei piccioni) in un documento del 950, relativo alla cessione del fondo al monastero di San Gregorio al Celio che ne manterrà ininterrottamente la proprietà fino al 1828. In questo documento viene indicata all'interno del fondo la presenza di una chiesa dedicata a S.Maria Dei Genitriciis segnalata però come già deserta.
In passato la chiesa citata è stata interpretata come un riutilizzo del mausoleo ma da questo testo sembra di poter evincere che si tratti piuttosto di due edifici distinti (ecclesia cum monumento suo quod est crypta rotunda) oltre al fatto che non si rilevano evidenze archologiche pertinenti a questa trasformazione d'uso.


domenica 15 ottobre 2017

La via Appia: Il mausoleo di Gallieno

Il Mausoleo di Gallieno


Al IX miglio e sul lato destro della Via Appia, circa 500 m. a sud dell'incrocio con via Fioranello, si trovano i resti di un grande mausoleo in opera laterizia originariamente rivestito in marmo. Il monumento è costituito da un basamento rotondo di circa 13 m, su cui poggia un tamburo circolare a due piani scandito da una serie di nicchie e coperto a cupola.
La pianta dell’edificio è particolare: il piano inferiore consiste in un corridoio centrale che interseca due ambienti rettangolari che terminano con un'abside semicircolare.

Il corridoio centrale. Sul pavimento uno dei capitelli delle colonne che ornavavano l'edificio
 
L'ambiente absidato di destra
 
Il piano superiore mostra invece una serie di grandi absidi semicircolari alternate a absidi rettangolari. Intorno al corpo centrale correva un colonnato anulare, di cui si ha testimonianza dai frammenti marmorei rinvenuti e da un’incisione seicentesca, che riproduce 18 colonne corinzie di grandi dimensioni. Poiché da un passo dell’Epitome de Caesaribus (1) è noto che Gallieno fu sepolto al IX miglio della Via Appia, è comunemente accettato che questo mausoleo sia da identificarsi con quello dell’imperatore morto nel 268 (2).

L'edificio prima dei restauri
 
fotografia del 1892-1896
 
 
Note:

(1) Opera storica redatta da un autore anonimo sul finire del IV secolo. Contiene una breve descrizione dei regni da Ottaviano Augusto (27 a.C-14) a Teodosio I (379-395).
 
Gallieno
Museo Nazionale Romano, Roma

(2) Publio Licinio Egnazio Gallieno salì al potere insieme al padre Valeriano nel 253 e quando questi fu catturato dai Sasanidi (260) rimase l'unico imperatore fino al 268, quando cinquantenne fu probabilmente assassinato da una congiura (secondo altri morì invece a seguito di una ferita riportata in battaglia). Fu divinizzato dal Senato per volontà del suo successore Claudio II il Gotico.




La via Appia: il mausoleo di Casal Rotondo

 Il mausoleo di Casal Rotondo


Al VI miglio dell'Appia Antica si trova un grande mausoleo chiamato Casal Rotondo a causa di un piccolo casale, ora trasformato in villa, che vi fu costruito sulla sommità in epoca medioevale. Il sepolcro, di età augustea, è formato da un corpo cilindrico del diametro di 35 m., originariamente rivestito di travertino, con un anello di base decorato da un fregio di grifi e un tetto conico a squame. Nella parte inferiore del cilindro il rivestimento offriva una sorta di piani di seduta per la sosta.

Particolare del fregio che corre lungo il basamento
 
 
Un'iscrizione frammentaria con il nome di Cotta fece credere all'archeologo Luigi Canina che si trattasse del monumento funebre eretto per Messalla Corvino, console nel 31 a.C., dal figlio Marco Aurelio Cotta Massimo Messalino, adottato da uno zio materno, Aurelio Cotta, che gli avrebbe trasmesso il gentilizio ed il cognomen, e console ordinario nel 20 d.C.

 
L'archeologo fece murare questa iscrizione, insieme ad altri frammenti marmorei ritrovati nell'area circostante e che riteneva appartenessero ad un'edicola circolare situata sulla cima del sepolcro, in una quinta in laterizi che fece erigere di fianco al mausoleo tra il 1830 e il 1840.

La struttura in laterizi fatta costruire da Canina nel XIX sec.

Studi più recenti hanno però escluso la pertinenza dell’epigrafe e dei frammenti architettonici al mausoleo di Casal Rotondo; si tratterebbe invece di quanto resta di un altro sepolcro, molto più piccolo, che doveva sorgere nelle immediate vicinanze. Tale sepolcro è stato ipotizzato come un’edicola circolare di circa m. 4 di diametro e m. 4,40 di altezza, poggiante su una base di tre gradini, ornata all’esterno da lesene corinzie, sormontata da un tetto conico a scaglie, su cui si elevava un cippo a pigna.
Ipotesi ricostruttiva del sepolcro scomparso

 In base alla decorazione, suggerita dai frammenti superstiti e dalle caratteristiche paleografiche e stilistiche dell’iscrizione, esso risalirebbe ai primi anni del principato augusteo, e precisamente tra il 36 a.C. ed il 28 a.C. e sarebbe appartenuto ad un membro della famiglia degli Aureli Cotta di cui non si conosce il nome.


Nel XIII secolo sulla spianata alla sommità del mausoleo venne fatta costruire dai Savelli una torre rotonda con piccoli rettangoli di peperino. Quando nel 1485 la proprietà passò agli Orsini, il fortilizio fu convertito in casale agricolo e successivamente nell'abitazione che ancora è visibile.




domenica 3 settembre 2017

Il Castrum Caetani, Roma

Il Castrum Caetani, Roma


Nel 1294 il cardinale Benedetto Caetani salì al soglio pontificio con il nome di Bonifacio VIII (1294-1303) favorendo le mire espansionistiche della sua famiglia. Sotto il suo pontificato i Caetani acquistarono dai Pierleoni quella che per tre secoli sarà la residenza della famiglia per eccellenza e di cui ancora oggi rimane la cosiddetta Torre Caetani, sull'isola Tiberina.
Nel marzo del 1302 il cardinale Francesco Caetani, nipote del papa, acquistò da diversi proprietari il mausoleo di Cecilia Metella (I sec. aC) ed i terreni circostanti al III miglio della via Appia in località detta Capo di Bove, toponimo che si riferisce chiaramente ai teschi di bue scolpiti sulla muratura del mausoleo. Nel 1303 si concluse la costruzione del castrum, un insediamento fortificato, edificato a cavallo della via Appia, che comprendeva stalle, abitazioni e magazzini in legno: di questo complesso, si possono vedere ancora oggi tratti del muro di cinta, la chiesa di San Nicola, il palazzo e la tomba di Cecilia Metella, trasformata dai Caetani in torrione difensivo. La tomba - a cui venne addossato il palazzo - divenne anzi il punto di forza del sistema difensivo.

Ricostruzione di Alfredo Corrao
 
Sono invece completamente scomparsi i due archi che sottendevano il percorso della via Appia negli accessi al castrum da Roma e da sud, ancora visibili quando l'abate benedettino Angelo Uggeri nel 1804 descriveva e riproduceva in alcune vedute i ruderi dell’insediamento.

da Angelo Uggeri, Journées pittoresques des édifices de Rome ancienne, 1800-1814 
 
Il palazzo signorile era costruito su tre livelli: piano terra, primo e secondo piano.
L’ingresso originario del palazzo era costituito da una porta ad arco, chiusa nel corso dei restauri ottocenteschi, sita accanto all’entrata odierna.
 
 
Al di sopra della porta del XIV secolo è ancora possibile osservare una lastra marmorea con incisa al centro una testa di bue fiancheggiata dagli stemmi della famiglia Caetani. Fu murato da Luigi Canina intorno alla metà del XIX secolo per sistemarvi una mostra di alcuni pezzi marmorei erratici appartenenti a monumenti presenti sulla via Appia.
 
L'ingresso originale del palazzo oggi murato
 
La facciata che guarda sulla via termina triangolarmente con una specie di timpano, come se la copertura fosse stata a capanna, e ha inferiormente due finestre rettangolari che davano luce al pianterreno.
Il piano in cui risiedevano i signori era il primo, come dimostrano i resti dei camini e delle bifore decorate con stile e materiali raffinati, che ben si distinguono dal resto delle scarne murature del castello. A quest'altezza sul lato della via si aprono due finestre bifore ad arco acuto, le cui mostre di marmo furono fatte fare dal Muñoz sul calco di una antica, posta sul lato che guarda la campagna.
Sul lato della campagna si aprono altre due bifore e un elegante balcone sorretto su archetti acuti di tufo e marmo.
 

La corte interna, a sinistra la cucina all'aperto
 
Dal cortile del palazzo (dove oggi si trova la biglietteria), si accedeva a quattro ambienti: il torrione-tomba, una stanza probabilmente adibita a cucina all’aperto contenente un pozzo ora interrato, ed altre due stanze, la più grande avente forse la funzione di sala di rappresentanza.
Per accedere ai piani superiori del palazzo, era stata approntata una scala lignea, di cui oggi rimangono solamente un pilastrino di sostegno in muratura ed alcuni fori nelle pareti usati come alloggiamento delle travi della scala. Dalla cima di questa scala si potevano raggiungere sia le altre stanze del palazzo che i ballatoi lignei che consentivano alle guardie di raggiungere i camminamenti attorno ed in cima alla tomba romana. Dal palazzo, tramite scale lignee rimovibili ed una botola, si poteva accedere alla torretta angolare opposta alla tomba di Cecilia Metella.
 
La merlatura a coda di rondine edificata a coronamento della tomba di Cecilia Metella
 
Ancora oggi, al primo piano della torre, è visibile la seduta di una latrina, dotata di un canale di scolo collegato ad una fossa biologica sotterranea.
 
L'insediamento era racchiuso da una cinta muraria a pianta rettangolare ma di dimensioni irregolari (lati lunghi circa m. 240, corti m. 98), dotata di 16 torri rettangolari (ne rimangono in piedi 8) sporgenti dal perimetro e coronate da una merlatura a coda di rondine come il resto delle mura, e che inglobava un tratto del tracciato della via Appia antica.
 
I resti di una delle torrette che intervallavano la cinta difensiva
 
La strada, che taglia in due parti tutto il recinto fortificato, dal lato di Roma penetrava nel recinto stesso per mezzo di un grande arco in laterizio, di cui rimangono ancora sul lato destro lo stipite e il principio dell'imposta.
 
Lo stipite dell'arco che scavalcava l'Appia sul lato verso Roma 
 
La muratura della cinta è ‘a sacco’ con paramenti in blocchetti di tufo e bozze e bozzette di materiali di reimpiego come marmo, lava, calcare, travertino, che portano spesso impressi sulle facce a vista i segni delle lavorazioni dei blocchi originari (1).
 
 
La chiesa di San Nicola
 
Sul lato dell'Appia opposto al palazzo sorge la chiesa di San Nicola. Consacrata il 12 maggio del 1303, presenta una pianta a navata unica, con una facciata rettilinea sormontata da un campanile a vela conservatosi per metà.
 
 
Sulla facciata si apre un semplice portale con cornice marmorea, al di sopra del quale è posto un oculus. i fianchi sono contrastati da otto contrafforti per lato, fra i quali si alternano monofore sormontate da archi ogivali con profilo marmoreo trilobato. L’abside è ampia e sporgente sul fronte posteriore.
 
 
L'interno era partito in sette campate da sei archi acuti trasversali dei quali rimangono soltanto lungo le pareti le mensole in peperino, decorate con un motivo lanceolato di foglie che emergono da un piccolo fiore che conclude inferiormente l’elemento, su cui s'impostavano le costolature. Della copertura lignea a doppia falda rimangono solo le impronte sul prospetto interno della facciata.
Si tratta dell'unico esempio presente a Roma di architettura gotico cistercense.
 
 
Marina Righetti Tosti-Croce ha inoltre sottolineato delle corrispondenze con stilemi che ricorrono in alcune architetture angione, come il motivo del profilo trilobato con lobo superiore più alto rispetto ai laterali, di derivazione francese e riscontrabile anche nella chiesa napoletana di Santa Chiara (1310-1340), la tipologia della contraffortatura o la particolare soluzione stilistica dei peducci d’appoggio dei costoloni (2). Si ha inoltre notizia dell'esistenza all'interno del borgo fortificato un altro edificio di culto, dedicato a San Biagio e di cui non resta alcuna traccia. Questo ha fatto pensare che la chiesa di San Nicola potesse avere la funzione di cappella palatina.
 

 
Con la morte di Bonifacio VIII le fortune dei Caetani declinarono rapidamente e già nel 1305 il castello passa nelle mani dei Savelli. A tal proposito si è anche avanzata l'ipotesi, vista la somiglianza tra la cinta muraria di Capo di Bove e quella della rocca dei Savelli sull'Aventino, che alcune pertinenze delle fortificazioni vadano attribuite al periodo in cui questi tennero il castello.
Nel 1312, Giovanni Savelli si schierò contro l'imperatore Enrico VII a fianco di papa Clemente V. Per ritorsione l'imperatore fece prendere d'assalto Capo di Bove e il piccolo borgo fu dato alle fiamme. Alla morte di Enrico VII (1313) si scatenò una vera e propria guerra per il possesso del castello che terminò con la vittoria dei Colonna.
All'inizio del XV secolo troviamo gli Orsini come proprietari, anche se il fortilizio sembra da questo momento utilizzato soprattutto come luogo di accampamento per le truppe in marcia verso Roma.
 
Note:
 
(1) Questa tipologia di muratura, che comincia a diffondersi in Italia a partire dal IX secolo e diviene caratteristica dell'epoca bassa, fu definita da Piranesi opera saracinesca, a significare sia l'imbarbarimento delle tecniche costruttive romane sia il fatto che cominciò appunto a diffondersi con le invasioni saracene.
(2) M.Righetti Tosti-Croce, Un'ipotesi per Roma angioina : la cappella di S. Nicola nel castello di Capo Bove in Roma anno 1300, 1983.








martedì 29 agosto 2017

La basilica di Santa Sabina

La basilica di Santa Sabina


La basilica paleocristiana di Santa Sabina fu fondata dal sacerdote Pietro d'Illiria nel 425 d.C. durante il pontificato di Celestino I ed ultimata nel 432 sotto Sisto III, sul luogo precedentemente occupato dal "titulus Sabinae" - una domus ecclesiae che sorgeva sulla proprietà di una matrona romana che portava questo nome (1) - utilizzando le 24 colonne bianche di marmo ancirano appartenenti al "Tempio di Giunone Regina" che sorgeva nelle vicinanze. Fu restaurata da papa Leone III (795-816) e poi da papa Eugenio II (824-827), a cui si devono la costruzione della schola cantorum, quella di un ciborio scomparso durante il sacco dei lanzichenecchi (1527) e la traslazione delle spoglie dei santi Alessandro, Teodulo ed Evenzio che furono riposte nella cripta.
Questi lavori furono soltanto l'inizio di una serie di rimaneggiamenti che finirono per stravolgere l'intera costruzione.
A causa della posizione privilegiata che le permetteva di dominare la zona sottostante ed una parte del corso del Tevere, nel X secolo la basilica venne trasformata in un fortilizio per ordine di Alberico II (2). In seguito divenne residenza fortificata di alcune nobili famiglie, i Crescenzi prima ed i Savelli dopo: proprio un membro di quest'ultima famiglia, Cencio, divenuto papa con il nome di Onorio III, nel 1219 concesse la chiesa e parte del palazzo a San Domenico Guzman, fondatore dell'Ordine dei Predicatori (meglio conosciuti come "Domenicani"), che qui visse e operò, tanto che la sua cella, trasformata in cappella, è tuttora visitabile. All'epoca dell'insediamento dei Domenicani risale la costruzione del chiostro e del campanile (poi mozzato nel XVII secolo).

La superfetazione barocca del campanile

Nel 1587 fu restaurata da Domenico Fontana per incarico di Sisto V: in questa occasione furono radicalmente trasformati gli aspetti medioevali della chiesa, con la demolizione della schola cantorum, la costruzione di un nuovo altare maggiore con un grande baldacchino, la tamponatura di quasi tutte le finestre, l'asportazione dei marmi dell' abside e del soffitto a lacunari.
Nel 1643 fu ulteriormente restaurata da Francesco Borromini e nel 1938 da Antonio Muñoz, su commissione dell'Ordine Domenicano, che riportò la chiesa all'antico aspetto medioevale, eliminando le sovrastrutture barocche. Nel 1874 il Comune di Roma utilizzò l'edificio conventuale come lazzaretto, in occasione di un'epidemia di colera che colpì la città.

 
L'atrio presenta due dei tre antichi ingressi alla chiesa, mentre il terzo venne chiuso nel XIII secolo per consentire la costruzione del campanile. E' scomparso invece pressochè completamente il nartece del V secolo, cancellata dagli interventi successivi ad eccezione dei portali lignei. Uno di questi, inquadrato da una magnifica cornice marmorea, permette di accedere all'interno della chiesa, ma quello degno di menzione è il portale laterale in legno di cipresso del V secolo, coevo quindi alla costruzione della chiesa, unico manufatto di tal genere rimasto a Roma: gli stipiti sono ricavati da cornici di età romana ed i 18 pannelli a rilievo superstiti dei 28 originali raffigurano scene dell'Antico e Nuovo Testamento.

 
Il primo pannello in alto a sinistra raffigura Cristo in croce tra i due ladroni e, visto che risale al V secolo, rappresenta la più antica raffigurazione plastica della Crocifissione. Nel 1836 i pannelli furono restaurati e fu proprio in questa occasione che nel pannello raffigurante il "Passaggio del Mar Rosso" il restauratore modificò il volto del Faraone in procinto di annegare raffigurandovi quello di Napoleone Bonaparte, evidentemente ancora odiatissimo nella città del papa nonostante fosse deceduto da 15 anni.

Napoleone Bonaparte nei panni del Faraone travolto dalle acque
 
Sulla parete tra i due portali lignei è stato recentemente riscoperto un affresco che raffigura al centro la Vergine con il Bambino affiancata dai santi Pietro e Paolo e, alle estremità, dalle sante Sabina e Serafia, che introducono, a sinistra, i due committenti (raffigurati con l'aureola quadrata, quindi ancora vivi al momento della realizzazione dell'affresco) e, a destra, il papa regnante, probabilmente Agatone (678-681).
 
 
Proprio le figure dei donatori, indicati dall'iscrizione come l'arcipresbitero Teodoro e il presbitero Giorgio e identificati con i due legati papali al Concilio di Costantinopoli del 680 (3), hanno permesso di datare l'opera tra la fine del VII e i primi anni dell'VIII secolo.
 
L'interno della chiesa presenta una pianta basilicale a tre navate divise da 24 colonne corinzie scanalate sui cui capitelli poggiano archi: su essi corre un fregio di marmi policromi che compongono un motivo di calici e patene.
 
Particolare del fregio in marmi policromi
 
Le pareti un tempo erano rivestite da tarsie di cui oggi restano scarse tracce, mentre sulle pareti laterali sta un ornato floreale ad affresco del V secolo.
Sulla controfacciata si snoda la grande iscrizione metrica dedicatoria con l'affermazione del primato del papa, vescovo di Roma, che ricorda sia papa Celestino I sia il fondatore Pietro d'Illiria: l'autore dei versi è ritenuto San Paolino da Nola. Ai lati sono situate due grandi figure femminili allegoriche, una rappresentante la Chiesa di Gerusalemme (ecclesia ex circumcisione) con l'Antico Testamento in mano e l'altra la Chiesa Romana (ecclesia ex gentibus) con il Nuovo Testamento. Il tutto realizzato in uno splendido mosaico policromo che veniva completato, in origine, lungo le pareti della navata, dalle figure degli apostoli Pietro e Paolo e dagli Evangelisti.
 
Sull'arco trionfale erano raffigurate Betlemme e la Gerusalemme celeste, più in basso il Cristo con i 12 Apostoli e gli Evangelisti (ricostruiti in epoca moderna con affreschi realizzati da Eugenio Cisterna nel 1919-1920).
Nel catino absidale si vede oggi un affresco realizzato da Taddeo Zuccari nel 1569 (pesantemente ripreso da Vincenzo Camuccini nel 1836 e ancora dal Cisterna nel 1919-1920) che raffigura il Cristo, circondato dagli apostoli e dai santi, assiso su un monte da cui sgorgano i quattro fiumi del Paradiso a cui si abbeverano gli agnelli. E' probabile che l'affresco riprenda il tema iconografico dell'originale mosaico del V secolo.
 
 
Entrando in chiesa, sull'angolo sinistro, c’è una piccola colonnina tortile che sostiene una pietra nera tondeggiante, con grosse incisioni, dei buchi, come di un enorme artiglio.


Secondo la leggenda, San Domenico stava pregando prostrato in terra nel punto dove è oggi posta la colonnina quando il diavolo tentò ripetutamente di indurlo in tentazione. Infuriatosi per la vacuità dei suoi tentativi, afferrò con i suoi artigli incandescenti un pesante blocco di basalto nero (probabilmente un peso di una antica bilancia romana) e glielo scagliò contro con una violenza inaudita quanto inutile. Il blocco cadde sfiorando il santo, il quale non si fece neppure un graffio, nè si distolse dalla sua preghiera.

Al centro della navata centrale è posta la pietra tombale decorata a mosaico di uno dei primi generali dei domenicani, lo spagnolo Muñoz de Zamora (1285-1291), forse opera di Jacopo Turriti.

Note:
 
(1) Vissuta all'epoca di Adriano (117-138), Sabina, moglie del senatore Valentino, una volta rimasta vedova, fu convertita alla fede cristiana dalla propria ancella Serapia di origine antiochena. Accusate di aderire al nuovo culto, le due donne furono uccise a pochi giorni di distanza intorno all'anno 120.
 

(2) Figlio del duca Alberico I di Spoleto e di Marozia della potente famiglia romana dei Teofilatti, governò de facto Roma dal 932 alla sua morte nel 954. E' noto anche come Alberico di Roma, anche perchè non ereditò dal padre il titolo di duca di Spoleto.
 
(3) Della delegazione inviata da papa Agatone al Concilio di Costantinopoli del 680 faceva parte anche un terzo prelato, il diacono Giovanni, futuro papa Giovanni V (685-686) che però non figura nell'affresco.




 




giovedì 24 agosto 2017

La basilica di San Giovanni a Porta Latina

La basilica di San Giovanni a Porta Latina

Secondo una notizia raccolta da Tertulliano alla fine del II sec., San Giovanni Evangelista avrebbe subito a Roma il martirio con l'immersione in una caldaia di olio bollente e, uscitone illeso, sarebbe stato relegato a Patmos. Il luogo del martirio viene localizzato nei pressi della basilica su via di Porta Latina, ai piedi d'una piccola altura detta nel Medioevo Monte Calvarello, dove esiste un piccolo oratorio – che si presenta oggi nelle forme impressegli dal restauro commissionato al Borromini nel 1658 - dedicato a San Giovanni in Oleo che si ritiene sorgere sul punto esatto dove il santo fu immerso nella caladaia di olio bollente (in oleo).

L'oratorio di san Giovanni in oleo
 
La chiesa vera e propria dedicata all'evangelista, secondo la tradizione, sarebbe stata costruita sotto papa Gelasio I (492-496); a questo periodo infatti risalgono i resti rinvenuti nell'abside e che dimostrano che la basilica aveva un impianto di tipo orientale, con abside a tre lati preceduta da un avancorpo con i due pastophòria che concludono le navatelle; la tradizione trova conferma nel tipo di muratura (in opera listata a filari irregolari) e nelle tegole del vecchio tetto, di cui una è conservata come leggio, che portano stampigli di epoca teodoriciana (495-526).
Nella seconda metà del XII sec. la chiesa fu oggetto di una ristrutturazione che dovette concludersi entro il 1191 poiché in questa data – come attestato da un'iscrizione dedicatoria oggi collocata sul fronte di un leggio – papa Celestino III (1191-1198) vi fece traslare i resti dei SS. Gordiano ed Epimaco e la riconsacrò.

 
La chiesa è preceduta da un portico con quattro colonne di spoglio (di cipollino, di granito bigio, di granito rosso, di marmo bianco scanalato) che sostengono cinque archi; i capitelli sono antichi e sono tutti ionici, tranne uno che è dorico. La porta marmorea è senza sguincio ed ha intorno un ornato cosmatesco, con una cornice a mosaico in porfido rosso e verde; sopra è disegnato a monocromo nero un busto del Redentore tracciato su finto bugnato.
 
 
Il portico doveva essere in origine completamente affrescato, ma l'intonaco è in gran parte caduto sì che ne rimangono solo alcuni lacerti sulla destra, uno dei quali sembra rappresentare la folla in ascolto della predica del Battista.
 
 
In base ad alcune similitudini stilistiche con le pitture della chiesa infriore di San Clemente è stato datato alla fine dell'XI sec.

 
In un angolo del portico è attualmente collocata la cuspide originale fatta realizzare dal Borromini per il vicino già citato oratorio di San Giovanni in Oleo sostituita in loco da un calco in gesso.

L'interno presenta una pianta basilicale a tre navate, partite da due file di cinque colonne di spoglio . I capitelli sono tutti ionici: due antichi, del I secolo mentre gli altri otto sono stati eseguiti per essere adattati alle colonne, probabilmente nel V secolo. Le pareti della navata centrale hanno una fila di monofore a tutto sesto, riaperte dopo il ritrovamento degli affreschi e la demolizione delle strutture e delle decorazioni barocche.
da Giovanni Mario Crescimbeni, L'istoria della chiesa di San Giovanni a Porta Latina, 1716
 
Le navate laterali terminano con due ambienti rettangolari, in cui sono state ricavate le absidi e comunicano con il presbiterio mediante arcate. L'abside centrale è semicircolare all'interno, semiesagonale all'esterno e vi si aprono tre grandi finestre.
L'esterno dell'abside in una fotografia del 1940, prima della riapertura dei finestroni
 
 
La decorazione parietale dell'interno
 
Arco trionfale e pareti del presbiterio:
Al centro dell'arco trionfale è raffigurato il Libro dei sette sigilli (indice dei segreti nascosti di Dio) che doveva essere sorretto da una cattedra sormontata da croce gemmata; ai lati, due angeli in atteggiamento riverente e, dietro di essi, i simboli dei quattro Evangelisti. Sui peducci dell’arco sono dipinte due figure stanti, da Styger identificate con Giovanni Evangelista (a destra) e Giovanni Battista. Il personaggio sulla destra sorregge un volume con l’iscrizione “in principio erat verbum”, l'incipit del Vangelo di Giovanni. In alto corre una greca multicolore e prospettica interrotta da riquadri, nei quali si affacciano busti di angeli dalle mani velate. Una ghirlanda avvolta da un nastro chiude verticalmente i lati corti dell’arco.

L'arco trionfale

Le pareti laterali del presbiterio ospitano i ventiquattro Vegliardi dell’Apocalisse, genuflessi in direzione dell’abside e disposti su due file di sei. Tutti reggono corone gemmate sulle mani velate. In basso quattro edicole, estremamente lacunose, inquadravanono gli Evangelisti. Di esse rimangono solamente i tituli e i simboli inseriti in timpani. Le iscrizioni consentono l’identificazione di Marco e Matteo a sinistra e di Luca e Giovanni a destra. I lati corti sono bordati dallo stesso motivo decorativo dell’arco absidale, mentre il fregio che in alto delimita la decorazione, è costituito da mensoloni abitati da elementi zoomorfi, fitomorfi e da esseri mostruosi.

I 12 vegliardi raffigurati sulla parete sinistra del presbiterio, più in basso i timpani delle edicole con i simboli degli evangelisti Marco e Matteo 
 
L’iconografia delle pitture dell’arco e del presbiterio è basata sull'Apocalisse (4-5), i cui prototipi figurativi sono da riconoscere nella pittura romana di V-VI secolo. A Porta Latina, la traduzione figurata del tema è però caratterizzata da una contaminazione tra fonti diverse, rintracciabili non solo in esempi di pittura monumentale paleocristiana, ma anche nella produzione miniata di VI-X secolo. Inoltre, l’ipotesi di Krautheimer che vuole la chiesa fondata nel V-VI secolo, e la notizia di un suo rifacimento nell’VIII, inducono a ritenere che i soggetti apocalittici dell’Adorazione dei Viventi e dei Vegliardi, dei due Giovanni e degli Evangelisti, fossero già stati illustrati sulle pareti del presbiterio prima del XII secolo. Del tutto innovativa è la presenza degli evangelisti nelle pareti del presbiterio, in prossimità dell'altare.
 
Navata centrale:
Lungo le pareti della navata centrale le scene vetero e neotestamentarie si succedono con un andamento anulare che consente una lettura continua dei cicli scena dopo scena, senza ‘percorsi ciechi’ che obblighino a ritornare, passando da un registro all’altro, al punto di partenza.
 
La creazione del Mondo
 
La sequenza delle scene della Genesi ha inizio sulla parete destra con la Creazione del Mondo, e prosegue – dall’abside verso la controfacciata – con le Storie dei Progenitori, di Caino e Abele, di Noè, di Abramo e di Giacobbe, per terminare con il Sogno di Giuseppe. Il ciclo continua sulla controfacciata e, successivamente, sulla parete sinistra fino all’abside.
Il programma neotestamentario segue lo stesso percorso, ma si sviluppa lungo i due registri inferiori delle pareti della navata centrale senza interessare la controfacciata. Comprendeva originariamente 30 scene a partire dall'Annunciazione per concludersi con l'Apparizione sul lago di Tiberiade.
 
Schema del programma iconografico della navata centrale
 
Dal momento che il ciclo delle storie veterotestamentarie scorre parallelo a quello delle storie neotestamentarie che occupa i due registri più bassi, vengono a crearsi degli accoppiamenti che non sembrano affatto casuali. Emblematico è quello tra la scena della Cacciata dal Paradiso e la Crocefissione correlate dal titulus che corre al di sotto dell’episodio veterotestamentario e al di sopra di quello neotestamentario: «Inmortalem decus per lignum perdidit hoc lignum». Dove la perdita dello splendore del Paradiso (la parola "decus", splendore, sottintende "coeli") a causa del legno dell'albero della Conoscenza verrebbe riscattata dal legno salvifico della croce.
 
 
Controfacciata:
Il primo registro della controfacciata ospita le seguenti scene veterotestamentarie: Il Lavoro dei Progenitori, Il sacrificio di Caino e Abele, l’Uccisione di Abele, La condanna di Caino.
 
Caino e Abele offrono sacrifici al Signore.
Da notare come le fiamme del fuoco si alzino vigorose dal lato di Abele, mentre si levano basse su quello di Caino a simboleggiare la direzione della benevolenza del Signore.
 
Nel registro inferiore, separata dalle sovrastanti scene bibliche da una larga cornice a fasce ondulate, è una versione abbreviata del Giudizio con Cristo Giudice tra gli angeli. Ai lati del Salvatore, assiso entro un clipeo, stanno gli arcangeli con globo e cartigli, sui quali Styger e Wilpert leggevano versi rivolti ai beati e ai dannati (rispettivamente Venite benedicti fratres e Ite maledicti). Due angeli per parte chiudono il registro. In basso, sotto i piedi del Cristo, è posto un altare con gli Strumenti della Passione.
 
La controfacciata
 
Catino absidale:
Nel catino absidale si trova un affresco realizzato nel 1715 da Antonio Rapreti sulla base di cartoni preparatori lasciati dal cavalier d'Arpino. L'affresco – che raffigura San Giovanni trascinato in giudizio dinanzi all'imperatore Domiziano – è stato riportato alla luce soltanto nel 2007 giacchè era stato ricoperto per proteggerlo dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale e se ne era persa la memoria.
 
Nel 1578 la chiesa fu teatro di un clamoroso scandalo. Situata fuori mano in una zona spopolata e immersa nel verde delle vigne e delle ville, era divenuta luogo di convegno per una conventicola di omosessuali, quasi tutti di nazionalità portoghese, che vi celebravano riti blasfemi in cui si giuravano amore e fedeltà matrimoniali. Colti in flagrante a seguito di una delazione dalla guardia pontificia, undici di loro vennero arrestati il 20 luglio e rapidamente processati per sodomia con la conseguente condanna al rogo per otto di loro.