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martedì 30 agosto 2016

Agia Samarina, Kalogerorachi

Agia Samarina, Kalogerorachi


Situata in una vallata tra il villaggio di Samari (l'attuale Ellinoekklisia) e quello di Kalogerorachi (entrambi frazioni di Androusa).
L'origine del nome è alquanto incerta giacchè non esiste nessuna Santa Samarina. Potrebbe trattarsi della corruzione del nome di Santa Marina, ed in effetti le fonti attribuiscono il patronato di una chiesa dedicata a Santa Marina in questa zona ad Anna (Agnese) Angelina Comnena d'Epiro, terza moglie di Guglielmo II Villehardouin (1258-1286), alla cui committenza andrebbe riferita parte della decorazione parietale attualmente visibile.
In base alla presenza di alcune caratteristiche strutturali e decorative può essere datata alla metà del XII secolo.
Rialzata su un basso podio, presenta una pianta a croce greca inscritta del tipo a due colonne con cupola. Abbiamo così nella parte ovest della chiesa due colonne e ad est le due pareti che tripartiscono il presbiterio. Le tre absidi mostrano forma semicircolare all'interno e poligonale all'esterno, quella centrale è traforata da una bifora e le due laterali da una monofora.


Sul lato occidentale la chiesa presenta un vestibolo esterno (prosteon) diviso in tre campate, quella centrale, nettamente più alta, voltata a botte mentre le due laterali sono coperte da cupolette a calotta. Questo tipo di copertura non si riscontra in nessuna altra chiesa in Messenia, nè a Mistrà.


Il campanile di forma quadrata e aperto da bifore su tutti i lati, è un'aggiunta di epoca successiva, probabilmente della fine del XIII secolo, sotto l'influenza latina.
 

Le colonne del prosteon, quelle all'interno della chiesa ed i grossi blocchi di pietra inseriti nella parte bassa della muratura perimetrale testimoniano l'utilizzo di materiali di spoglio.
Dal prosteon attraverso una porta centrale sormontata da un arco in mattoni si accede al nartece che sulla parete sud presenta una cotruzione in muratura che fa supporre una tomba. Una porta di piccole dimensioni, in asse con quella del prosteon immette alla navata centrale.
Per mezzo di una piccola apertura lungo la navata nord si accede ad un piccolo ambiente chiuso, probabilmente un deposito per le attrezzature liturgiche. Esternamente a questo è affiancato un portico a campata unica coperto da volta a calotta impostata su quattro archi sostenuti da una colonna con capitello dorico e tre paraste. Al centro del portico si apre un altro ingresso che si ritrova specularmente sul lato opposto incorniciato da paraste in blocchi di pietra squadrata.

 
La cupola centrale è impostata su tamburo ottagonale forato da monofore su quattro lati, mentre sugli altri presenta monofore murate.


Una parte dell'iconostasi in marmo originaria (fine XII sec.) è giunta sino a noi. Nel proskynetarion di destra Cristo in trono sormontato da un arco a tutto sesto in marmo scolpito, in quello di sinistra la Vergine con il Bambino.
Sulle volte dei bracci della croce erano dipinte le scene del Dodekaorton, di queste sono ancora riconoscibili:
braccio nord: Annunciazione e Presentazione di Gesù al Tempio;
braccio sud: Discesa agli Inferi;
braccio ovest: Ingresso a Gerusalemme;
braccio est: completamente distrutti.
Nella parete della navata sud sono raffigurati i tre Gerarchi: Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo, Basilio e a fianco di questi, separato da una banda rossa, Sant'Antonio. Questo affresco risale al tardo XVI secolo.
Nel catino absidale si osserva la Vergine in trono con il Bambino ed al di sotto, tema iconografico del tutto inusuale per una chiesa bizantina, il compianto sul Cristo morto.




lunedì 29 agosto 2016

San Sabino

San Sabino

Sabino nacque a Canosa nel 461 probabilmente da un'agiata famiglia romana originaria della Sabina. Poco o nulla è noto della sua infanzia e adolescenza.
Le notizie relative alle sue vicende biografiche provengono essenzialmente dagli Atti del Concilio di Costantinopoli del 536 e dai Dialoghi di San Gregorio Magno. A queste due fonti primarie va aggiunta la Vita Sancti Savini redatta su basi documentarie da un anonimo nel IX secolo.

Ordinato sacerdote nel 486 dal vescovo San Probo nell’antica cattedrale canosina di San Pietro, nel 514, alla morte del vescovo San Memore, Sabino, allora cinquantatreenne, venne nominato al suo posto, dando inizio ad un episcopato che durò ben 52 anni.
Sabino ascese al seggio vescovile, sotto il pontificato di papa Ormisda, in un momento storico particolarmente difficile per la Chiesa. In Oriente Manichei e Nestoriani godevano della protezione dell'imperatore Anastasio I mentre l'Italia era sotto il dominio dei Goti di Teodorico che avevano abbracciato l'arianesimo.
Nel 525 Sabino accompagnò papa Giovanni I (523-526) a Costantinopoli in un viaggio, caldeggiato dal re goto Teodorico, che avrebbe dovuto avere lo scopo di far desistere l'imperatore Giustino I dalle persecuzioni contro gli ariani (la cui posizione non poteva però essere sostenuta dal papa in termini teologici). A causa dell'inevitabile insuccesso della missione, al suo ritorno in Italia Teodorico fece imprigionare e tradurre il papa a Ravenna dove morì per gli stenti e le privazioni.
Nel 531 Sabino partecipò al III Sinodo di Roma convocato da papa Bonifacio II e nel 535-536 fu nuovamente a Costantinopoli, a capo della delegazione di vescovi che accompagnò papa Agapito in una difficile missione diplomatica presso la corte di Giustiniano, volta a contrastare l'eresia monofisita che godeva dell'appoggio dall'imperatrice Teodora.
Il papa, nel pieno esercizio delle sue prerogative e nonostante le intimidazioni dell'imperatore, rimosse dal seggio patriarcale Antimo, apertamente monofisita e protetto dall'imperatrice, e consacrò personalmente il nuovo patriarca Menas, regolarmente eletto e fedele ai dettami del Concilio di Calcedonia.
Nel 543 ormai cieco, nel pieno della guerra greco-gotica, ricevette Totila nella residenza episcopale di Canosa e riescì a dissuaderlo dal mettere a ferro e fuoco la città.
Secondo il racconto di San Gregorio Magno mentre sedevano a pranzo il re goto, per sondare le virtù profetiche di Sabino, si sostituì a un servo nell'offrire al vescovo la coppa del vino, ma Sabino riconobbe l'appartenenza della mano al re ed esclamò: Vivat ipsa manus! (Possa vivere questa mano) (1). Allietato da questo augurio e convintosi delle virtù profetiche del vescovo, Totila decise di risparmiare la città.

Giovanni Boccati, San Sabino cieco riconosce Totila, pradella proveniente da una pala d'altare realizzata per la Cappella di San Savino nel Duomo di Orvieto, 1473
Pinacoteca Corrado Giaquinto, Bari
 
L'agiografia riporta anche un altro episodio in cui sono coinvolte le capacità profetiche del santo.
La longevità di Sabino aveva suscitato l’invidia dell’arcidiacono Vindemio che, temendo di non poter accedere all’episcopato, tentò di avvelenarlo corrompendo un servo che avrebbe dovuto porgere al vescovo una coppa contenente vino avvelenato. Sabino, intuito quanto architettato da Vindemio, ordinò al servo di bere dalla coppa, ma poi, impietosito, bevve egli stesso il vino avvelenato: Sabino rimase incolume, ma Vindemio, distante tre miglia dalla sua casa, morì.
Il santo vescovo si spense a Canosa alla veneranda età di 105 anni il 9 febbraio del 566. Fu probabilmente inumato inizialmente nella chiesa di San Pietro. I resti vennero poi traslati nell'VIII secolo nella nuova cattedrale (ridedicata a Sabino nel 1101) durante l'episcopato di Pietro, come ricordato da un'iscrizione reimpiegata nel pavimento della cripta (Petrus canusinus archiepiscopus posuit hic corpus beati Sabini).  

Oltre alla comprovata abilità diplomatica che gli consentì di destreggiarsi in un periodo storico estremamente difficile (Sabino fu apprezzato e ricevette incarichi di fiducia da pontefici dall'orientamento politico molto diverso, dal filobizantino Giovanni II al filogoto Bonifacio II fino all'intransigente Agapito), fu anche promotore di una intensa attività edilizia, che si estese anche ad alcuni centri vicini a Canosa come Canne e Barletta, riconoscibile dalla presenza di mattoni che recano il suo monogramma.   
L'attività edilizia del vescovo – per quanto attiene la città di Canosa – sembra inoltre inquadrarsi in un progetto urbanistico di ridefinizione dello spazio urbano volto a connotarlo in senso cristiano.
Con la realizzazione a sud del complesso di San Pietro e la contestuale sistemazione a nord del battistero di San Giovanni affiancato alla chiesa di Santa Maria e, infine, con la risistemazione nell'immediato suburbio sudorientale della basilica di San Leucio il vescovo canosino crea infatti una sorta di cinta difensiva sacra intorno alla città, creando nuovi poli di attrazione, diversi e alternativi a quelli tradizionali della città pagana del foro e dell'area sacra di Giove Toro.

Note:

(1) San Gregorio Magno, Dialoghi, libro II, 15, 593-594


 

Clarentza

Clarentza


Vi si accede per mezzo di un sentiero che parte dall'estremo limite occidentale dell'attuale cittadina di Killini.
Fondata da Guglielmo II Villerhardouin alla metà del XIII secolo sui resti dell'antica città di Killene, Clarentza divenne il porto più importante del Principato d'Acaia attraverso cui si svolgeva il commercio con l'Italia. E' quindi uno dei rari casi in cui i Latini fondarono in Morea una città ex novo.
Nel 1267 il principe d'Acaia Guglielmo II Villehardouin, su concessione del re di Francia Luigi IX, fondò a Clarentza una zecca che battè denari tornesi fino al 1353.
Nel 1278 passò sotto il controllo degli Angioni che impressero alla città un nuovo sviluppo.
Nel 1316 fu conquistata da Ferdinando di Majorca nel corso della guerra di successione che lo contrapponeva a Luigi di Borgogna.
Con la disgregazione del Principato agli inizi del XV secolo iniziò invece il suo declino.
Nel 1407 fu presa e messa a ferro e fuoco da Leonardo Tocco.
Nel 1414 fu restaurata da Centurione Zaccaria, ultimo principe d'Acaia, per cadere nelle mani dell'avventuriero italiano Oliviero Franco (1417-1418) che nel 1421-22 la vendette al despota epirota Carlo I Tocco.
Assediata da Giovanni VIII Paleologo nel 1427, nel 1428 fu ceduta a Costantino Paleologo, allora despota di Morea, come dote di Maddalena Tocco, la nipote del despota epirota che gli fu data in sposa per sugellare la pace tra i due despotati.
Saccheggiata dai catalani nel 1430, Costantino ne fece abbattere le mura nel 1431 per evitare una nuova cattura.
Nel 1432 divenne sede del despota Tommaso Paleologo.
Nel 1460 cadde nelle mani dei Turchi.

 
1. Chiesa di San Francesco
2. Porta di Andravida
3. Porta di Chlemoutsi
4. Cittadella

La città murata occupava un'area di forma irregolare larga all'incirca 450x350 m, a nord della quale, dove ora si trova una zona paludosa, si apriva il porto interno.
Le mura erano rinforzate da torri e bastioni a pianta quadrangolare nei punti più vulnerabili come gli angoli o le porte, in particolare il bastione settentrionale sul fronte del porto era a pianta pentagonale. Nelle mura si aprivano tre porte, quella del mare ancora non è stata bene individuata, quella orientale – detta anche Porta di Andravida – era rinforzata da una torre ed aveva un ponte in pietra che scavalcava il fossato esterno.

Porta di Andravida (2)
 
Il ponte che da accesso alla porta
 
L'ingresso sudorientale (Porta di Chlemoutsi) era costituito da una torre, l'imposta della volta che ne copriva il passaggio è ancora visibile nelle mura.

Porta di Chlemoutsi (3)
 
La cittadella (4): nell'angolo sudovest della cinta muraria – distrutta da Costantino Paleologo ed oggi segnalata solo da una cresta del terreno lungo la scarpa interna del fossato – un'altra cinta difensiva a forma di pi greco e rafforzata agli angoli da due torri quadrate circonvallava una piccola cittadella. Sull'angolo NO della cittadella si alzava un'altro massiccio torrione, successivamente collassato in mare.
 
I resti della torre NO franati sulla riva
 
L'ingresso si trovava in corrispondenza della torre SE ed era inquadrato da una cornice gotica.
 
Torre SE
 
La torre NE era a due piani, priva di ingresso al piano terreno e coperta da una volta emisferica

Torre NE
 
Il riutilizzo di spolia di stile occidentale ed un'iscrizione che mostra la data 1441-42 ne fanno risalire la costruzione al periodo in cui la città era sede del despota Tommaso Paleologo.
 
Chiesa di S.Francesco (1): dedicata a S.Francesco, si trova in prossimità dell'attuale ingresso al sito archeologico, e - come la chiesa di Santa Sofia ad Andravida - ospitava anche le assemblee dei nobili latini. Presenta una pianta a navata unica (43x15 m.) che termina con un santuario a pianta rettangolare, fiancheggiato da due cappelle laterali.
 
 
Era coperta da volte a crociera impostate sulle colonne che si trovavano ai quattro angoli dell'edificio. La chiesa era divisa in due da una parete trasversale, probabilmente per ragioni funzionali. Presenta due ingressi sui lati lunghi ed un portale gotico – chiuso in epoca successiva e di cui residua parte della mostra - sulla facciata occidentale. Fotografie scattate prima del 1940, quando le pareti della chiesa furono abbattute dai tedeschi, mostrano la presenza di ampie finestre gotiche (due delle quali sono attualmente visibili nel Museo di Chlemoutsi).

Aspetto attuale del santuario
 
La chiesa ospitava numerose sepolture, ad arcosolio lungo le pareti e ad altre a fossa che si aprivano sul pavimento. Le pareti erano interamente ricoperte almeno da due strati di affreschi. Sopra la tomba inserita nello spessore della muratura di fronte alla cappella settentrionale, è stato recuperato un affresco raffigurante un santo militare a cavallo attualmente conservato nel Museo di Chlemoutsi.

Sepoltura addossata all'esterno del fianco meridionale della chiesa
 
Dopo il collasso del monumento, al suo interno, nella parte occidentale, venne costruito un complesso di tre stanze mentre, in epoca recente, nel santuario venne costruita una cappella.

I tre ambienti ricavati all'interno della chiesa, a ridosso della facciata occidentale






domenica 28 agosto 2016

Monastero di Isova

Monastero di Isova

Facciata occidentale

Procedendo dal villaggio di Trypiti verso Palatakia nella valle dell'Alfeo si incontrano le rovine del monastero di Isova. Fondato nel 1225 da monaci cistercensi stabilitisi nel Peloponneso durante il dominio latino, fu incendiato dall'esercito bizantino circa 40 anni dopo la sua fondazione (cfr. Battaglia di Pelagonia).
 
 
La chiesa, molto probabilmente dedicata alla Vergine, presenta una pianta a navata unica e, come nel caso di Santa Sofia di Andravida, la navata era ricoperta da un tetto di legno a capriate mentre le volte a crociera ricoprivano il coro poligonale illuminato da finestre e rinforzato all'esterno in corrispondenza degli angoli da speroni rettangolari. L'ampia facciata occidentale è traforata da tre finestre gotiche. Alte finestre gotiche si aprivano anche lungo la navata.
 
Le finestre gotiche del lato settentrionale
 
Sull'angolo esterno sudoccidentale si trova l'unico elemento scultoreo superstite (una gargoyle).
 
Gargoyle
 
La chiesa aveva molto probabilmente un ingresso sul lato meridionale e due su quello settentrionale mentre il chiostro era addossato al lato meridionale.

L'ingresso sul lato meridionale
 
Di difficile interpretazione il muro che attraversa trasversalmente la nave – in cui sono incorporati, forse per migliorare l'acustica, dei vasi di ceramica (particolare che rende improbabile la sua costruzione ad opera di pastori in un epoca molto successiva alla distruzione del monastero come vorrebbe la tradizione locale) - che potrebbe avere una funzione nel contesto di un monastero femminile per separare le monache di clausura dai celebranti (dovrebbero però esserci delle aperture attraverso le quali le monache potevano ricevere la Comunione).

Interno. In primo piano il muro che taglia perpendicolarmente la navata
 
Nel complesso la chiesa monastica presenta fattezze squisitamente gotiche apparentemente senza traccia di influenze bizantine.

Chiesa di San Nicola. Facciata absidale
Chiesa di San Nicola: la piccola chiesa dedicata a San Nicola che si trova nelle immediate vicinanze risale ad un'epoca successiva alla distruzione del Monastero e presenta una pianta a tre navate con abside centrale semicircolare e aggettante mentre le due absidiole che lo fiancheggiano sono contenute nello spessore della muratura.
All'interno, ai lati dell'abside centrale, si notano due mensole su cui s'impostavano gli archi che sostenevano la volta.

 
Le colonne che partivano lo spazio interno in tre navate culminavano con capitelli gotici mentre gli scavi hanno riportato alla luce un pavimento ad opus sectile.


Castello di Androusa

Castello di Andousa


Fu probabilmente fatto costruire da Guglielmo II Villerhardouin (1245-1278) verso la metà del XIII secolo. Documenti che risalgono all'epoca del Principato d'Acaia menzionano Androusa come sede del comando militare della castellanìa di Kalamata. Alla fine del XIV sec. fu occupato dalla Compagnia di Navarra. Conquistato dai Paleologi nel 1417, cadde in mano ai turchi nel 1462. Occupato dai veneziani nel 1686 durante la guerra di Morea, fu restituito ai Turchi nel 1715.
Persa la sua importanza difensiva fu abbandonato e lasciato andare in rovina nel corso del XVIII secolo.
Presenta una pianta trapezoidale ed il perimetro difensivo in linea di massima segue l'andamento del terreno. Le sezioni della cinta muraria meglio conservate sono quelle settentrionale ed orientale.
Le mura appaiono scandite da una serie di arcate cieche che sostengono il camminamento di ronda. Gli archi sono a sesto acuto ed alcuni di essi presentano nell'estradosso una elaborata decorazione a mattoni.

Ad intervalli regolari, le mura sono rinforzate da torri di varia forma aggiunte all'impianto originario in epoche successive.
Tratto orientale delle mura

La parte più antica del castello va probabilmente identificata nel massiccio torrione a due piani che occupa attualmente l'angolo sudest della fortezza e che aveva presumibilmente la funzione di dongione.
Il dongione e la porta d'accesso sul lato orientale

Un'ampia parte del lato orientale delle mura sembra risalire al XIV secolo mentre il lato settentrionale e le sue torri sembrano essere stati ricostruiti nel XV, giacchè mostrano un adeguamento delle difese allo sviluppo del fuoco d'artiglieria come attestato dalla presenza di piccole cannoniere nelle torri NE, N e NO.
Torre NO
 
Tratto meridionale delle mura
 





giovedì 11 agosto 2016

Monastero di Skafidia

Monastero di Skafidia


Si trova nei pressi dell'omonimo villaggio a circa 10 km da Pyrgos nella regione dell'Elide.
Il suo katholikon – oggi completamente alterato – risale originariamente al XII secolo ed è probabilmente coevo alla fondazione dell'insediamento monastico.
Il complesso fortificato, a pianta rettangolare e articolato su tre piani, venne realizzato a ridosso del lato occidentale della corte del monastero e rinforzato agli angoli da quattro torrette cilindriche per difendere l'insediamento dalle incursioni dei pirati algerini.
Planimetria del piano terra
 
L'antico ingresso al complesso si trovava all'altezza del primo piano e vi si accedeva per mezzo di una scalinata in pietra, mentre gli altri piani erano accessibili per mezzo di scalinate interne alle torrette. Attualmente una balconata in cemento introduce al primo piano mentre un altro ingresso è stato ricavato in epoca successiva a livello del piano terreno sul lato orientale dell'edificio.
 
 
Nel 1911 nella torretta di SE sono state praticate alcune larghe aperture al fine di utilizzarla come campanile mentre due balconi in cemento sono stati aggiunti sul lato orientale.
La data della sua costruzione è alquanto incerta, Jean Alexandre Buchon, che visitò il monastero nel 1840 (1), riteneva che il complesso fortificato fosse stato costruito nel 1686, durante l'occupazione veneziana della Morea.


La scarpatura della base, la modanatura che corre tutto intorno all'edificio al di sopra della scarpatura e l'uso del bugnato sono in effetti caratteristici dell'architettura veneziana dell'epoca, mentre le torrette cilindriche ed il machicholio appaiono del tutto fuori luogo in un edificio del tardo XVII secolo. Più probabilmente i veneziani ristrutturarono un castello che trovarono in rovina.

Note:

(1) Jean Alexandre Buchon, La Grèce continentale et la Morée, voyage, séjouret études historiques en 1840 et 1841, 1843, pagg. 504-506.


mercoledì 10 agosto 2016

Chiesa di Santa Sofia, Corone

Chiesa di Santa Sofia, Corone


La chiesa si trova al centro della fortezza di Corone, nei pressi del monastero femminile di San Giovanni Battista. La costruzione originale – a pianta basilicale - sembra risalire al V-VI secolo ed essere stata edificata sulle rovine di un tempio dedicato ad Apollo le cui spolia furono ampiamente reimpiegate nella costruzione dell'edificio cristiano. Di questo edificio si distinguono ancora la fonte battesimale - addossara all'angolo SE - i gradini che introducevano al pulpito, la nicchia del bema e, in terra, le colonne abbattute.

La nicchia del bema della chiesa del VI sec.
 
I gradini che introducevano al pulpito
 
Nel XII secolo, quando la chiesa originale era già crollata, grosso modo in corrispondenza della sua prothesis, venne edificata una piccola chiesa a navata unica. La facciata occidentale presenta in alto una finestra trilobata al di sotto della quale si aprono due monofore.
 
 
Lo spazio centrale è sormontato da una cupola impostata su un basso tamburo che presenta fenestrature murate eccezion fatta per quella che si apre sul versante orientale.
All'interno la chiesa presenta una iconostasi in muratura.


Secondo alcuni studiosi la chiesa era dedicata a Santa Sofia martire - la cui icona, riconducibile al XIV secolo, venne ritrovata nel 1927 sotto le mura della città - secondo altri alla Divina Sapienza.