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lunedì 20 marzo 2017

Il Triclinium leoninum

Il Triclinium leoninum


A partire dal IV secolo e fino al 1309 (quando papa Clemente V trasferì la sede ufficiale del Papato ad Avignone, dove rimase fino al 1376) i papi risiedettero nel Patriarchio, il palazzo patriarcale che era addossato al fianco meridionale della basilica lateranense.
Da un primo nucleo costituito da una domus patrizia, la residenza papale fu progressivamente estesa ed arricchita dagli interventi promossi da diversi pontefici.
Papa Leone III (795-816), in particolare, vi fece costruire due triclini celebrati nelle fonti per la loro ricchezza e magnificenza. Il primo era il cosiddetto Triclinio accubitario - che in epoca successiva prenderà il nome di Sala del Concilio – ed era costituito da una enorme sala rettangolare (m 68 x 15,37), con cinque nicchie su ognuno dei lati lunghi e un nicchione sul lato di fondo (1). Nelle nicchie erano collocati letti semicircolari (accubita, donde il nome originario del triclinio) perché all'epoca nei pranzi ufficiali si mangiava ancora sdraiati secondo l'uso romano.
Aveva una copertura lignea a capriate e un apparato decorativo sfarzoso: pavimento in marmi policromi, al centro una fontana con una conca di porfido, affreschi nelle dieci nicchie laterali e mosaici su quella di fondo.
L'altro, definito Triclinium maiorem, era di forma rettangolare, con un'esedra sul lato di fondo e altre due che si aprivano al centro dei lati lunghi. Era anch'esso decorato in maniera sfarzosa: pareti e pavimento rivestiti di marmo, colonne di porfido, le esedre laterali ornate da affreschi e quella centrale a mosaico.

Cesare Rasponi, Pianta del complesso lateranense, 1657
(1.Basilica di San Giovanni; 2.Triclinio accubitario; 3.Triclinium maiorem)

Nel 1585, quando l'architetto Domenico Fontana su incarico di papa Sisto V demolì l'antico palazzo papale per cotruire il nuovo Palazzo Apostolico attualmente visibile, l'esedra centrale del triclinio con il suo mosaico venne risparmiata. Era ancora in piedi agli inizi del XVII secolo, quando il cardinale Francesco Barberini la fece restaurare. Agli inizi del XVIII secolo, quando si tentò di spostarla per darle un'altra collocazione, andò in mille pezzi, così nel 1743 papa Benedetto XIV (1740-1758) - il cui stemma campeggia al centro del frontone - commissionò all'architetto Ferdinando Fuga la realizzazione della “copia” dell'esedra attualmente visibile che ospita nel catino e nell'arco trionfale solo pochi frammenti del mosaico originale (2), ampiamente integrati da interventi di restauro successivi (è quasi tutto frutto del rifacimento settecentesco) che comunque mantennero lo schema iconografico dell'originale.


Al centro del catino è posto il Cristo benedicente circondato dagli Apostoli, con in mano il Vangelo aperto su cui è scritto pax vobis.


Nell’estradosso dell’arcone, a sinistra, si trova Cristo in trono che dona le chiavi a papa Silvestro e il labaro, insegna del potere imperiale, a Costantino;


a destra, invece, San Pietro in trono porge il pallio a Leone III e il vessillo a Carlo Magno.
Molto probabilmente il mosaico originale venne realizzato in occasione dell'incoronazione ad imperatore di Carlo Magno ad opera di papa Leone III il 25 dicembre dell'800.

Note:

(1) Secondo alcuni storici, questo triclinio era stato realizzato per volere del papa su modello di quello detto dei diciannove letti che si trovava nel palazzo imperiale di Dafne a Costantinopoli.

(2) Parte del mosaico originale è attualmente conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana.








domenica 12 marzo 2017

Barda Foca il giovane

Barda Foca

Figlio del kuropalates Leone Foca e nipote dell'imperatore Niceforo II, seguendo la tradizione di famiglia, fu avviato giovanissimo alla carriera militare di cui salì rapidamente i gradini. Nel 968-969 risulta infatti ricoprire la carica di stratego dei themi di Chaldia (Trebisonda) e Colonea ed insignito del titolo di patrizio.
Dopo la morte dello zio (11 dicembre 969) per mano della congiura che portò al potere Giovanni Zimisce, Barda fu privato del titolo, rimosso dalla carica e confinato ad Amaseia mentre il padre Leone ed il fratello Niceforo furono esiliati a Methymne nell'isola di Lesbo.
Agli inizi dell'autunno del 970 - approfittando della circostanza che le migliori truppe dell'esercito orientale si trovavano nei Balcani al comando del domestikos per l'Oriente, il cognato di Zimisce (1), Barda Sclero, per fronteggiare l'attacco del principe di Kiev Sviatioslav – Barda Foca fuggì da Amaseia e raggiunse la roccaforte di famiglia, Cesarea di Cappadocia, dove diede inizio alla ribellione facendosi proclamare imperatore dalle truppe colà stanziate.
Barda Foca tentò infruttuosamente di estendere la rivolta alla Tracia e alla Macedonia per mezzo del padre e del fratello che, catturati, furono accecati e rinchiusi in un monastero nell'isola di Proti. Nel frattempo, Zimisce ordinò al cognato di rientrare in Asia Minore e sedare la rivolta.
Abbandonato da gran parte dei suoi sostenitori, Barda Foca si arrese a Barda Sclero e fu esiliato nell'isola di Chios dove rimase per i successivi sette anni.
Nel 978 – dopo la morte di Zimisce e l'ascesa al trono di Basilio II - fu del tutto inaspettatamente richiamato a Costantinopoli dal parakoikomenos Basilio Lecapeno e posto al comando delle Scholai orientali con il compito di riorganizzarle per contrastare la rivolta di Barda Sclero che aveva ripetutamente sconfitto l'esercito imperiale e ormai minacciava direttamente la capitale.
Barda Foca raggiunse Cesarea dove reclutò parecchi uomini per rafforzare le sue truppe costringendo Sclero a ripiegare.
C'è un certo disaccordo tra gli studiosi sulla sequenza degli eventi bellici - e sulla loro dislocazione geografica – che condussero alla sconfitta di Sclero.
Secondo la storiografia più moderna Barda Sclero sconfisse due volte i lealisti in campo aperto: la prima volta nei pressi di Pancalea a nordest di Amorium (19 giugno 978) e la seconda, nell'autunno dello stesso anno, nei pressi di Basilika Therma (l'attuale Sarikaya) nel thema di Charsianon.

I luoghi degli scontri tra le truppe lealiste e i ribelli
 
Barda Foca riuscì ad avere ragione dell'avversario solo al terzo scontro, il 24 marzo 979, in una località imprecisata che alcuni autori ritengono di aver identificato con Aquae Saravenae (nei pressi dell'odierno abitato di Yalvac a nordovest di Cesarea). Nonostante il fatto che i lealisti fossero stati rinforzati da 12.000 cavalieri georgiani inviati dal re Davide III, amico personale di Barda Foca, al comando del generale monaco Tornikios, per risolvere lo scontro a suo vantaggio Barda Foca dovette sfidare a singolar duello Barda Sclero che, nonostante fosse molto meno prestante del suo antagonista, accettò e fu battuto. Benchè ferito al volto, Barda Sclero riuscì a fuggire e a riparare presso il califfo di Baghdad mentre le sue forze si disperdevano.
 
Scontro tra le truppe di Barda Foca e quelle di Barda Sclero
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

 
Dopo questa vittoria, Barda Foca vide crescere il suo peso politico a corte e ricoprì la carica di domestikos delle Scholai orientali fino al 986 combattendo con successo contro gli arabi lungo i confini orientali.
Alla fine del 985 o agli inizi del 986, con un colpo a sorpresa, Basilio II si svincolò dall'ingombrante tutela del prozio Basilio Lecapeno rimuovendolo dalla carica di parakoikomenos che aveva occupato quasi ininterrottamente per circa quarant'anni (2). Nel quadro di una serie di provvedimenti volti a ridurre l'influenza dell'aristocrazia militare sulla politica imperiale e a stabilire il suo controllo sull'esercito, sollevò inoltre dalla carica di comandante dell'esercito d'Oriente Barda Foca, che comunque era stato molto legato al parakoikomenos, declassandolo a duca di Antiochia.
La sonora sconfitta inflitta dai Bulgari all'esercito imperiale guidato personalmente da Basilio II, fece intravedere a Barda Sclero l'opportunità di una nuova ribellione e, armato e finanziato dal califfo abbaside, nel febbraio del 987 invase il territorio bizantino occupando Melitene e autoproclamandosi imperatore.
Basilio II rispose richiamando al comando dell'esercito orientale Barda Foca pensando di sfruttare la rivalità tra le due famiglie come nel pronunciamento di dieci anni prima. Ma stavolta Barda Foca non stette al gioco e il 15 agosto del 987 si fece proclamare a sua volta imperatore dalle sue truppe e strinse un accordo con Barda Sclero per combattere insieme contro Basilio II e qundi spartirsi l'impero. Dopo un breve periodo di collaborazione, Barda Foca tradì il patto e fece arrestare e rinchiudere nella fortezza di Tyropoios lo scomodo alleato.
Rimasto solo al comando della rivolta divise le sue forze per poter attaccare la capitale da terra e da mare: il primo contingente si diresse su Crisopoli, il secondo su Abido, dove contava di attraversare lo stretto dei Dardanelli.
In osservanza di una clausola del trattato di pace russo-bizantino del 971 il principe Vladimir I di Kiev inviò a sostegno dell''imperatore un contingente di 6.000 guerrieri variaghi che costituiranno il primo nucleo della leggendaria Guardia variaga. Lo scontro decisivo ebbe luogo ad Abido il 13 aprile 989 e i Variaghi, guidati personalmente dall'imperatore, sbaragliarono l'esercito nemico e lo stesso Barda Foca trovò la morte in circostanze non del tutto chiare (3).
Sposato con una donna di cui non si conosce il nome, ebbe un solo figlio di nome Niceforo e detto Βαρυτράχηλος (dal collo forte).


Note:

(1) Giovanni Zimisce aveva sposato in prime nozze Maria Sclereina, sorella di Barda Sclero.

(2) Potentissimo funzionario eunuco figlio illegittimo di Romano I Lecapeno, era stato elevato al rango di parakoikomenos dal padre nel 947, sostituito da Giovanni Bringas durante il regno di Romano II Lecapeno, era stato rimessso al suo posto da Niceforo II Foca (963) e aveva conservato la carica sotto Giovanni Zimisce e durante i primi anni di regno di Basilio II.

(3) Secondo alcuni autori mentre cavalcava verso Basilio II per sfidarlo a duello ebbe un collasso e morì cadendo da cavallo. Secondo altri fu avvelenato da uno dei suoi servi per ordine dell'imperatore.


venerdì 3 marzo 2017

Leone Foca il giovane

Leone Foca il giovane

Esponente di spicco dell'aristocrazia militare era il fratello minore del futuro imperatore Niceforo II (963-969). E' detto "il giovane" per distinguerlo dallo zio che nel 919 fu protagonista di un fallito tentativo di usurpazione contro Romano I Lecapeno.
Nel 945, sotto Costantino VII, fu nominato stratego del thema di Cappadocia e, circa dieci anni dopo fu promosso al comando del prestigioso thema di Anatolia.
Nel 956, in uno scontro nei pressi di Duluk, sconfisse e catturò il generale Abul Asair, cugino dell'emiro di Aleppo, che inviò in catene a Costantinopoli.

Il generale arabo Abul Asair viene condotto in catene davanti a Leone Foca
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid
 
Romano II Lecapeno (959-963) lo pose al comando delle Scholai orientali dove Leone Foca raccolse ulteriori  successi combattendo contro l'emiro di Aleppo Sayf al-Daula lungo il confine arabo-bizantino.
Agli inizi dell'estate del 960, l'emiro di Aleppo, approfittando della circostanza che le migliori unità dell'esercito bizantino al comando di Niceforo Foca avevano lasciato la frontiera orientale per attaccare l'emirato di Creta, invase il thema di Charsianon prendendo d'assalto e mettendone a ferro e fuoco la capitale. Leone Foca, i cui effettivi - pur ingrossati da quelli dello stratego del thema di Cappadocia Costantino Maleinos che lo avevano raggiunto - erano molto inferiori di numero, si appostò al passo di Kylindros (1), sul versante orientale del massiccio del Taurus, attendendo che l'esercito nemico vi giungesse per rientrare nei suoi territori.
Quando l'intero esercito arabo era all'interno della stretta gola del passo, Leone Foca diede alle sue truppe, appostate sui fianchi della gola, l'ordine di attacco.
I bizantini caricarono dall'alto, bersagliando il nemico, impossibilitato a manovrare, con massi e tronchi d'albero e facendone strage.

Leone Foca sconfigge l'emiro Sayf al-Daula nella battaglia di Andrassos
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid
 
Al termine della battaglia, Leone Foca rientrò a Costantinopoli, dove gli fu tributato il trionfo nell'Ippodromo, con moltissimi prigionieri e tutto il bottino recuperato, mentre l'emiro hamanide, miracolosamente scampato alla cattura, rientrò ad Aleppo con soli 300 cavalieri (2).
Dopo l'ascesa al trono del fratello fu insignito del titolo di Kuropalates (3) e ricoprì la carica di Logoteta del dromo (ministro dei servizi postali) per tutta la durata del suo regno.
Dopo l'assassinio di Niceforo II tentò senza successo di rovesciare Giovanni Zimisce nel 970 e fu esiliato a Mithymna nell'isola di Lesbo. Ripetè il tentativo nel 971 e, nuovamente sconfitto, fu accecato e confinato nell'isola di Proti (Kinali ada).
Sposatosi con una donna di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Niceforo, Barda, che, proseguendo la tradizione militare di famiglia, sarà uno dei più valenti generali di Basilio II prima di ribellarsi a sua volta e Sofia.


Note:

(1) La battaglia è nota come "battaglia di Andrassos" e si svolse l'8 novembre del 960 ma il passo in questione non è mai stato identificato con precisione.

(2) Come spesso accade, la consistenza iniziale della forza d'invasione dell'emiro varia moltissimo da una fonte all'altra, da 3.000 a 30.000 cavalieri.

(3) La carica di Kuropalates designava inizialmente l'intendente del palazzo imperiale (cura palatii) ma divenne rapidamente puramente onorifica. Veniva subito dopo quelle di cesare e nobilissime e di solito spettava ai genitori dell'imperatore.


Narrativa moderna e contemporanea:

Luigi Malerba, Il fuoco greco, Mondadori, 1990
Gli eventi narrati si svolgono in un arco di tempo compreso tra l'ascesa al trono di Niceforo II Foca (3 luglio 963) ed il suo assassinio (11 dicembre 969) ad opera di una congiura di palazzo che portò al potere Giovanni Zimisce. La trama del romanzo si sviluppa intorno al furto della segretissima formula di composizione del fuoco greco, che da il titolo al romanzo, e che offre all'autore lo spunto per disegnare un vivido spaccato della vita di corte nella Costantinopoli dell'epoca, teatro di sottili intrighi e complotti. La bellissima Teofano, moglie di due imperatori (Romano II Lecapeno e Niceforo II Foca), amante di un terzo (Giovanni I Zimisce) e madre di altri due (Basilio II e Costantino VIII) ed il kuropalates Leone Foca, fratello di Niceforo II - intorno ai quali si muovono personaggi minori reali o immaginari – sono al centro di questi intrighi.   
Molto dettagliata la descrizione dei cerimoniali e delle cariche di corte, un po' meno quella dei luoghi, eccezion fatta per quella del Crisotriclinio, nelle prime pagine del libro.
Infine, mentre la narrazione si mantiene sostanzialmente aderente ai fatti storici, i personaggi realmente esistiti appaiono ritratti senza sfumature.





sabato 18 febbraio 2017

Alessio Philes

Alessio Philes

Generale dell'esercito niceno, era figlio del governatore di Tessalonica Teodoro Philes, il primo membro della famiglia a ricoprire una carica di prestigio. Sposò Maria Paleologina Cantacuzena (1), la secondogenita del megas domestikos niceno Giovanni Cantacuzeno e di Irene (Eulogia) Paleologina, sorella dell'imperatore Michele VIII Paleologo.
Nel 1259 fu nominato a sua volta megas domestikos (2) in sostituzione del generale Alessio Strategopoulos elevato al rango di cesare per le vittorie ottenute contro il Despotato d'Epiro.

Dopo la battaglia di Pelagonia (settembre 1259), l'impero di Nicea era entrato in possesso di numerose fortezze del Peloponneso sudorientale – tra le quali Mistrà, Monemvasia e Maina - cedute dal principe d'Acaia, Guglielmo II Villehardhouin, in cambio del suo rilascio (cfr. scheda Morea, Introduzione).
Le ostilità ripresero alla fine del 1262 o gli inizi del 1263 quando l'imperatore Michele VIII Paleologo, ormai reinsediatosi a Costantinopoli, inviò in Morea un corpo di spedizione al comando del fratellastro, il sebastokrator Costantino Paleologo a cui erano affiancati Alessio Philes ed il parakoimomenos (3) Giovanni Makrenos. Dopo alcuni successi iniziali, mentre marciava su Andravida il sabastokrator fu sconfitto dai Latini nella battaglia di Prinitza.
Alla fine del 1263, Costantino Paleologo riprese l'iniziativa e avanzò su Sergiana nella parte settentrionale dell'Elide, ma quando il Villehardouin gli mosse contro preferì ritirarsi e cingere d'assedio Nikli. Qui i mercenari turchi, che formavano buona parte del suo esercito e che non ricevevano il soldo da sei mesi disertarono a favore dei Latini. Di conseguenza il sabastokrator abbandonò l'assedio e rientrò a Costantinopoli lasciando il comando al mega domestikos Alessio Philes ed al parakoimomenos Giovanni Makrenos.


Philes si diresse con l'esercito verso la Messenia ed occupò il passo di di Makryplagi nei pressi del castello di Gardiki dove fu raggiunto dall'esercito del Principato. Il cambio di bandiera dei mercenari turchi aveva però rovesciato i rapporti di forza tra i due eserciti e dopo aver respinto due assalti, nonostante la posizione favorevole, l'esercito imperiale fu messo in rotta dal terzo guidato da Ancelin de Toucy. Alessio Philes fu preso prigioniero insieme a molti alti ufficiali e nobili bizantini. Rinchiuso nel castello di Chlemoutsi si spense in cattività prima del 1269.


Note:

(1) Rimasta vedova di Alessio, Maria Paleologina Cantacuzena sposò nel 1269 lo zar bulgaro Costantino Tich Asen.

(2) La carica designava il comandante delle forze armate.

(3) Letteralmente il titolo di parakoimomenos significa “responsabile della sacra camera da letto dell'imperatore”, per solito la carica era ricoperta da funzionari eunuchi.




venerdì 10 febbraio 2017

La Rocca dei Rettori, Benevento

La Rocca dei Rettori, Benevento

Il mastio

Sorge nel luogo detto "Piano di Corte" sull’area di un’antica fortezza longobarda fatta edificare dal duca Arechi II a partire dal 871. Nel 1321 papa Giovanni XII da Avignone incaricò il rettore pontificio della città, Guglielmo de Balaeto, della costruzione di una sede fortificata per i "Rettori", che doveva essere edificata presso il monastero benedettino femminile di Santa Maria di Porta Somma, trasferendo le monache presso il monastero di San Pietro.
La nuova fortezza fu costruita su modello delle grandi costruzioni militari francesi di Avignone e di Carcassonne, nel punto più elevato del centro storico di Benevento e venne ultimata verso la fine del 1338 sotto il pontificato di papa Benedetto XII. Il progetto prevedeva un
castrum ed un palatium, recintati da mura protetti da fossati, attraversati da tre ponti levatoi. La costruzione inglobò inoltre la porta orientale della città (Porta Somma), che venne ricostruita poco più oltre.

 
A partire dal 1586 la fortezza venne trasformata progressivamente in carcere, rimasto attivo fino al 1865. Una parte dell'edificio venne ricostruita nel XVIII secolo, a seguito delle distruzioni provocate dal terremoto del 1702. Dell'antico castello si conserva attualmente solo il mastio centrale, sottoposto a interventi di restauro tra il 1959 e il 1960, che hanno portato al rinvenimento dell'antica porta cittadina, in corrispondenza dell'androne del mastio, e dei resti di un monumento funebre romano.
L’edificio assunse la forma attuale in seguito ai terremoti del 1688 e 1702 e ai conseguenti restauri voluti dal Vescovo Orsini e portati avanti - come per la chiesa di Santa Sofia – dall’architetto Carlo Buratti.
Le armi di papa Clemente XI Albani sotto il cui pontificato furono realizzati i restauri del 1703 ricordati nella lapide sottostante.
 
In particolare, osservando la Rocca dal Corso Garibaldi, spicca la netta differenza tra la struttura militare, ovvero il mastio, che conserva ancora le caratteristiche longobarde, nella cui muratura sono ancora ben visibili gli elementi di spoglio di epoca romana riutilizzati, e la struttura civile, ovvero il Palazzo, che presenta elementi settecenteschi inequivocabili, tra cui la piccola torretta con l’orologio, e che ha conservato fino ai nostri giorni la funzione di palazzo pubblico.

Il Palazzo dei Rettori
 
Il complesso appare quindi composto da due corpi distinti: il mastio ed il Palazzo dei Governatori (Rettori) pontifici a pianta rettangolare con cortile interno.
Il mastio, di epoca longobarda, era in realtà il castello vero e proprio (e per questo è detto anche Castrum novum). Alto 28 metri a pianta poligonale, fu costruito con materiale di spoglio proveniente da edifici di età romana; lungo le sue pareti si aprono bifore ogivali. Il Palatium, che è quello che ha subito maggiori interventi di trasformazione, accanto a particolari di epoca molto più antica, come i barbacani, presenta elementi neoclassici come le finestre incorniciate e il colonnato sormontato da un timpano, davanti ad una vetrata che si apre sul cortile. La costruzione si sviluppa su tre piani: il piano terra occupato dalle segrete; un doppio scalone conduce al primo piano organizzato in ampi saloni con soffitti in legno; al secondo piano torri di guardia danno accesso al terrazzo con ampia vista sulla città. Una rampa conduce al giardino posteriore, che accoglie un lapidario e diversi frammenti architettonici di epoca romana.
Attualmente è sede dell’Amministrazione Provinciale, mentre il Castello ospita la sezione storica del Museo del Sannio.




domenica 5 febbraio 2017

Chiesa del SS.Salvatore, Benevento

Chiesa del SS.Salvatore, Benevento
in via Stefano Borgia, per la visita chiedere alla chiesa di Santa Sofia


La chiesa del Santissimo Salvatore, nonostante il suo aspetto barocco, è una delle più antiche chiese di Benevento. Anticamente denominata “Ecclesia S. Salvatoris de Porta Somma”, venne fondata in età longobarda, come testimonia un documento, datato 22 febbraio 926, in cui si fa riferimento al “monasterio Domini Salvatoris”.
Scavi archeologici eseguiti tra 1997 e 1999 hanno messo in luce, oltre alle fasi longobarde, resti di un edificio sacro precedente, databile al VII secolo, poi sostituito dall’impianto del secolo VIII-IX, ed una serie di sepolture (1). Inizialmente la chiesa doveva avere una pianta quadrangolare con due absidi.
Diversi elementi di spoglio (colonne, capitelli, epigrafi di epoca romana) e l’antica porta in corrispondenza della navata sinistra testimoniano le prime fasi costruttive della chiesa.
 
 
La colonna di spoglio reimpiegata nell'angolo sinistro della facciata, a destra, murato, l'antico ingresso della chiesa.
 
Nel 1161 la chiesa del Salvatore fu restaurata e riconsacrata dall’arcivescovo Enrico. A tale intervento sono ascrivibili alcuni archi a sesto acuto, ancora visibili all’interno ed il portale di accesso alla chiesa ancora in parte visibile nella facciata.
 

Nel 1650 furono aggiunti l’altare maggiore e la navata destra. In seguito al terremoto del 5 giugno 1688, il Vescovo Vincenzo Maria Orsini (il futuro papa Benedetto XIII), fece realizzare il pronao in facciata e internamente, fece coprire la capriata lignea da una volta incannucciata, obliterando le due absidi.


Note:

(1) Attreverso delle aperture praticate nel pavimento della chiesa, sono attualmente visibili due sepolture a logette, l'una singola, l'altra bisoma.

La tomba bisoma

venerdì 3 febbraio 2017

Il Duomo di Benevento

Il Duomo di Benevento

E' un edificio di antica costruzione longobarda, consacrato nel 780 dal vescovo Davide e intitolato a Sancta Maria de Episcopio.
Nel corso dei secoli è stato però ripetutamente rimaneggiato, in parte da interventi di riparazione di danni inferti da eventi sismici (1456, 1688, 1702), in parte da interventi di ampliamento (XII e XVII sec.) volti ad arricchire il complesso che, in ultimo, venne gravemente danneggiato dai bombardamenti angloamericani del 1943.

Il Duomo dopo i bombardamenti del 1943
 
La facciata pricipale
La facciata del duomo, imponente e composita, risale alla fine del XIII secolo. Costruita interamente in marmo bianco, si rifà alla contemporanea architettura della Capitanata, di chiara matrice pisana.
Si sviluppa su due ordini, entrambi articolati in sei arcate, con uno schema di simmetrie inteso come se, al posto del campanile, a sinistra ci fosse una settima arcata.


Le arcate dell'ordine inferiore sono poco profonde; la più larga è quella contenente il portale principale. Questo è racchiuso fra un'architrave e due stipiti riccamente decorati, così come l'archivolto romanico che lo sormonta è sorretto da un toro a sinistra e da un leone a destra, simbolo e monito della severità e della vigilanza del vescovo nel tutelare fede e costumi. Il tutto è accompagnato da un'iscrizione «sculpsit Rogerius», che si ritiene essere il vescovo sotto cui fu realizzata l'opera, più che l'artista.


Nella parte superiore si ripropongono le sei arcate cieche che però sono più profonde di quelle inferiori e sono sorrette da colonne e capitelli romani di spoglio, che poggiano su mensoloni scolpiti a figure umane al centro e ornati all’estremità da motivi vegetali.
Le tre arcate centrali superiori, di età romanica, sono impreziosite da due finestroni circolari e un elegante rosone a dodici colonnine che in passato era decorato da un antico mosaico raffigurante l'Agnus Dei andato perduto.
Incastonata nel portale centrale era in origine la Janua Major*, oggi – dopo un lungo restauro reso necessario dai gravi danni riportati durante il bombardamento del 1943 – ricollocata in posizione più arretrata.

La Janua Major nella sua collocazione originaria prima del bombardamento

Il campanile
Innalzato dall’arcivescovo Romano Capodiferro a partire dall’11 febbraio 1279 come recita un’iscrizione sulla facciata, fu successivamente restaurato sotto il vescovo Orsini.


Si presenta con una struttura quadrata come una torre, costruita con blocchi di pietra bianca, a due piani, separati da un cornicione sporgente sostenuto da archetti pensili. Al secondo piano si trovano quattro finestroni ogivali, uno per lato, con occhio trilobato.
Molti elementi di spoglio romani sono incassati su tutta la sua superficie; tra essi spiccano una serie di rilievi funerari, un leone gradiente di granito rosa, e soprattutto un cinghiale (secondo altri un maiale) stolato e cinto da una corona di alloro, pronto per il sacrificio, da cui è derivato lo stemma della città di Benevento.


Da notare anche il mascherone, proveniente dal teatro romano, incassato accanto ad una delle finestre ogivali.

La pseudocripta
Attualmente la pseudocripta consta di due navate allineate in senso trasversale rispetto all'abside, la cui fondazione in opus vittatum risale al V secolo, separate tra di loro da un notevole colonnato, realizzato con numerosi elementi di spoglio.
Vale la pena rilevare la presenza di vani finestra, che indicano come inizialmente la costruzione non fosse una cripta, ma lo divenne in epoca successiva, venendosi a trovare al di sotto del livello dell’attuale Cattedrale.
La navata laterale verso nord ovest è articolata in tre campate con volta a crociera sorrette da pilastri ornati da elementi decorativi di epoca romana. Sulle pareti laterali sono presenti tracce di affreschi trecenteschi, tra cui in una nicchia si può ammirare un volto velato e aureolato della Vergine che, con molta probabilità, apparteneva ad un non più leggibile affresco di una Madonna in trono.
In questi spazi sono visibili alcuni lacerti di pavimentazione in opus sectile databili alla prima metà del XII secolo e numerosi frammenti di pitture murarie che decoravano le cappelle, risalenti a periodi differenti. Cronologicamente il più antico risulta essere il ciclo pittorico dedicato a san Barbato, collocabile tra la fine del IX e gli inizi del X secolo.
Testimonianze dirette dell'opera di ampliamento del soprastante presbiterio e della cripta, avvenuta intorno alla metà del XII secolo, sono i resti pavimentali in opus tessellatum.
Al XIV secolo sono datati gli affreschi presenti nella cappella adiacente la fenestella confessionis che inquadra una tomba. Si tratta del mirabile affresco della Mater Misericordiae e del frammento con santa Caterina d'Alessandria e una devota con rosario inginocchiata ai suoi piedi.

La Mater Misericordiae

“la Vergine, eretta, presenta un aspetto frontale e delle proporzioni (di circa 2 metri) ispirati alla ieraticità bizantina, che la identificano immediatamente come Ecclesia, nell'atto di unire in un abbraccio materno i fedeli raccolti sotto il suo manto, i cui lembi, leggermente sollevati, sono tenuti stretti fra le mani chiuse a pugno a rimarcare fermezza nel proteggere" (G.Giordano - M.Cimino).
L'affresco è riconducibile ad un artista napoletano al corrente della grande lezione naturalistica di Giotto e di Maso di Banco che lavorarono a Napoli alla corte angioina dal 1328 al 1333.
La linea alta della vita della Vergine e l'assenza di cintura rivelano la sua gravidanza (incincta=senza cintura) come l'accrescimento dei seni e del ventre sotto la tunica resi per mezzo di una maggiore intensità luminosa.
Sotto le ali del mantello si raccolgono i fedeli, rigidamente divisi in uomini, a sinistra, e donne, a destra. Tra gli uomini spiccano una figura vestita di nero, immediatamente ai piedi della Madonna, in cui va probabilmente identificato il donatore e quelle di tre vescovi, due dei quali portano la mitra bicornuta – e sono probabilmente dei suffraganei – mentre quello al centro del terzetto porta il camauro e ha le mani coperte dalle chirotecae e raffigura il metropolita di Benevento.
La regalità della Madonna è sottolineata dal drappo d'onore – bordato di rosso e decorato da piccoli rombi dello stesso colore solo in parte ancora visibili – teso alle sue spalle da due angeli.

Santa Caterina d'Alessandria

Nella stessa cappella su di un pilastro è presente un altro dipinto datato tra il IX e l'XI secolo. Rappresenta un personaggio barbuto, probabilmente San Barbato, raffigurato a mezzo busto, in dalmatica, con due rotoli legati da un nastro rosso nella mano sinistra e un crocifisso nella destra.
Questi, insieme ai lacerti di affreschi presenti nella parte occidentale della pseudocripta (tra cui un volto di Madonna in trono datato agli inizi del XIV secolo, una figura di orante ai piedi di una santa e le parziali decorazioni dell'intradosso che simulano il firmamento) testimoniano le ultime fasi di frequentazione del sito prima dell'oblio. La riscoperta dell'area avvenne durante i lavori di ricostruzione della Cattedrale dopo la seconda guerra mondiale.


* La Janua Major fu realizzata su commissione dell'arcivescovo Rogerio (1179-1221).
Si compone di 72 formelle di bronzo disposte su nove file orizzontali di otto ciascuna. Quarantatre formelle raccontano episodi della vita di Cristo, una mostra l’arcivescovo metropolita, ventiquattro raffigurano i suoi vescovi suffraganei e quattro altrettanti protomi animali.
Va letta riga per riga, come un testo diviso in tre paragrafi: nel primo, si narra l’infanzia e la vita pubblica di Cristo; nel secondo la sua passione, morte e resurrezione, con l’immagine dell’arcivescovo di Benevento che, nell’atto di ordinare un vescovo, assiso in trono con la tiara e il pallio, rappresenta il papa; così come, nel terzo, sempre di tre righe, i ventiquattro vescovi suffraganei dell' arcivescovo sono sì la Chiesa beneventana, ma rappresentano anche la Chiesa tutta.

La morte di Giuda
 
Piuttosto inconsueta è la formella che rappresenta la morte di Giuda. Giuda è raffigurato impiccato ad un albero con le budella che fuoriescono dal ventre squarciato come nella descrizione degli Atti degli Apostoli (Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto e poi precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere, AdA, I, 17) mentre un angelo ne raccoglie l'anima baciandolo.
Una descrizione esauriente delle formelle che compongono la porta si trova qui.