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venerdì 21 aprile 2017

La crisobolla di Andronico II

La crisobolla di Andronico II

Crisobolla di Andronico II, cm.195x26,5, 1301
Museo cristiano-bizantino
Atene

E' composta da quattro fogli di pergamena incollati insieme e fu emanata nel 1301 da Andronico II Paleologo per confermare i privilegi garantiti al metropolita di Monemvasia, Nicola (1283-1325). Il documento si apre - cosa assolutamente non comune - con una miniatura in cui Andronico è raffigurato in piedi su un cuscino rosso decorato dall'aquila paleologa di fronte al Cristo a cui porge la crisobolla, ha il capo circondato da aureola ed indossa il kaumelakion (la corona ad elmetto arricchita dai praependulia).

 
Nonostante il fatto che la crisobolla sia esplicitamente diretta al metropolita di Monemvasia la figura del Cristo non è in alcun modo connotata come Elkomenos (in vincoli) a cui pure era dedicata la mitropolis (cattedrale) della città (cfr. scheda). Indossa una tunica blu scura ed un himation purpureo, tiene il libro nella mano sinistra mentre la destra è benedicente.

particolare della firma di Andronico II
 
Il documento riporta la data del 1301 ed in calce la firma di Andronico vergata con inchiostro purpureo.
E' attualmente conservata nel Museo cristiano-bizantino di Atene.


martedì 11 aprile 2017

Demetrio Laskaris Leontari

Demetrio Laskaris Leontari

Amico fidato di Manuele II, compare per la prima volta nelle fonti nel 1403, quando riceve dall'imperatore l'incarico di coadiuvare il nipote Giovanni VII nell'amministrazione di Tessalonica, di cui quest'ultimo era stato nominato despota e di cui Demetrio Laskaris Leontari divenne comandante militare. Della sua vita precedente si sa soltanto che si era distinto come ufficiale dell'esercito prestando servizio in Morea e Tessaglia.
Nel 1408, alla morte di Giovanni VII, Manuele nominò il giovane figlio Andronico despota di Tessalonica, Demetrio Laskaris rimase al governo della città assumendone la reggenza fino al raggiungimento della maggiore età di Andronico (1415-1416), quando arrivarono a Tessalonica chiedendo asilo il fratellastro di Maometto I, Mustafa, ed il governatore di Aydin, Junayd, che, insorti contro il sultano, erano stati sconfitti. Alla richiesta del sultano di consegnargli i ribelli, seguì una trattativa che terminò con un accordo in base al quale, i due ribelli sarebber rimasti in esilio sotto custodia dell'imperatore dietro il pagamento di un congruo appannaggio annuo da parte del sultano. Demetrio Laskaris scortò personalmente i due prigionieri a Costantinopoli.
Rientrato a Costantinopoli, nel maggio del 1421 lo ritroviamo a capo di una importante missione diplomatica presso la corte di Maometto I ad Adrianopoli che fu interrotta dalla morte del sultano (26 maggio 1421).
Dopo la morte di Maometto I, a Costantinopoli prese il sopravvento il partito antiottomano guidato dal coimperatore Giovanni VIII a cui Manuele II rassegnò il potere di fatto. Su ordine di Giovanni, Demetrio rilasciò quindi Mustafa, assicurandogli sostegno nella lotta contro il nuovo sultano Murad II in cambio della città di Gallipoli. Mustafa prese Gallipoli ma si rifiutò di consegnarla ai bizantini; abbandonato da gran parte dei suoi sostenitori, fu comunque sconfitto e catturato poco dopo da Murad. Fu giustiziato nel 1422.
Nel 1427 – mentre Giovanni VIII assediava Clarentza che era stata occupata dai Tocco – Demetrio guidò la marina bizantina nello scontro con la flotta epirota guidata dal figlio illegittimo del despota Carlo I Tocco, Turno, noto come battaglia delle Isole Echinadi a largo delle quali fu combattuta (1). Il condottiero bizantino riportò una vittoria schiacciante affondando una buona metà del naviglio nemico e catturando molti prigionieri. La battaglia è ricordata come l'ultima vittoria riportata dalla marina imperiale.

Arcipelago delle Echinadi
 
Ritiratosi a vita monastica con il nome di Daniele, morì molto probabilmente nel 1431 e fu tumulato nel monastero costantinopolitano di San Giovanni in Petra (2).
Sposatosi con una donna di cui non si conosce il nome, si ha notizia di un suo figlio di nome Giovanni che morì nel 1437 e fu sepolto nello stesso monastero.

Note:
(1) Vedi anche scheda Despotato d'Epiro, Introduzione.
(2) Vedi scheda la chiesa di San Nicola al Bogdan saray, nota 2.




sabato 8 aprile 2017

chiesa di San Nicola al Bogdan saray


chiesa di San Nicola al Bogdan saray

  
I resti di questa chiesa si trovano a circa 250 m. ad est di S.Salvatore in Chora, nei giardini del Bogdan saray (Palazzo di Moldavia) e sono attualmente adibiti a deposito di pneumatici (ingresso al n.32 di Draman Caddesi).
 
 
Resti dell'abside della cripta
 
Interno dell'abside
 
Descrizione: era una piccola (6.20x3.50) cappella funeraria - è infatti orientata a nord anzichè ad est e, in alcuni scavi condotti nel 1918, vi vennero rinvenute tre sepolture - che dovrebbe risalire al XII sec., secondo altri al XIV (1), di cui rimane solo la cripta, essendo completamente crollata – ai primi del XX secolo - la cappella sovrastante.
Pianta della cappella scomparsa
 
La cappella sovrastante, di cui non rimane più nulla, era a navata unica, al centro della quale si levava una cupola impostata su pennacchi che originavano da due archi traversi, e terminava con un'ampia abside poligonale aggettante. La cripta, anch'essa a navata unica, era voltata a botte e terminava con un'abside. La muratura è a corsi alterni di mattoni e pietra.

fotografia del 1938
 
Identificazione: in età ottomana faceva parte delle dipendenze di un palazzo acquistato nel XVI sec. dagli hospodari di Moldavia per farne la sede della loro rappresentanza presso la Sublime Porta. In epoca bizantina, per la posizione, potrebbe essere appartenuta al complesso monastico di san Giovanni Battista in Petra (2). Il palazzo di Moldavia fu distrutto da un incendio nel 1784 e la cappella divenne inagibile.
Tutti gli atti ad essa relativi, compresa la donazione nel 1760 da parte di Giovanni Callimaco al monastero athonita di S.Pantelemone la indicano come dedicata a S.Nicola di Myra.

Note:

(1) R.Ousterhout, che propende per una datazione al XIV secolo, ne sottolinea la similitudine della pianta con quella del paraekklesion della chiesa di San Salvatore in chora, ipotizzando che possa aver avutola stessa funzione. E in effetti, nelle fotografie dei primi del Novecento, si notano dei setti murari che si distaccano perpendicolari dalle pareti laterali dell'edificio, suggerendo l'idea che fosse annesso ad un edificio più grande.

fotografia del 1908
 
(2) La fondazione del monastero di San Giovanni in Petra, molto rinomato in epoca paleologa ma di cui oggi non rimane più nulla, è attribuita dalla tradizione ad un monaco di origini egiziane, Baras, che giunse a Costantinopoli probabilmente durante il regno di Zenone (476-491). Il monastero fu comunque rifondato nell'XI secolo dall'igoumeno Giovanni detto il più veloce con il patrocinio di Anna Dalassena. Dopo il 1308 il monastero conobbe una nuova rinascenza, grazie alla costruzione patrocinata dal re serbo Milutin – che aveva sposato la figlia di Andronico II, Simonide - di una chiesa e di un ospedale (xenon del Kralj) che divenne il più importante della città. A testimonianza del prestigio raggiunto dal monastero, il patriarca Nilo Kerameus con un decreto del 1381 ne promuove l'igoumeno ad archimandrita e protosincello e pone il monastero al terzo posto – dopo quelli di Studion e dei Mangani – nella gerarchia dei monasteri costantinopolitani.
Sopravvissuto e rimasto cristiano dopo la conquista (nel 1463 fu donato dal sultano al Gran Vizir Mahamud pascià che era serbo e cristiano), si spopolò e decadde nel corso del XVI secolo, tanto che E.Gerlach, in una lettera ad un amico del 1578, lo descrive come completamente in rovina e semideserto. 
Ne conosciamo l'aspetto grazie alla dettagliata descrizione lasciataci dal diplomatico spagnolo Ruy González de Clavijo che lo visitò nell'inverno del 1403. Il katholikon del monastero era preceduto da un ampio atrio porticato al centro del quale si trovava una fontana, presentava una pianta centrale ed era sormontata da un'alta cupola. All'interno il santuario era tripartito e la chiesa era interamente decorata a mosaico mentre colonne di diaspro verde separavano le navate.
Janin lo localizza con molta precisione nella valletta che da Karagümrük digrada verso Balat (cfr. cartina sopra), in un luogo chiamato dai turchi Kesmekaya (pietra tagliata), un nome che ricorda quello antico di Petra.

martedì 4 aprile 2017

Il cassone con dipinta la Caduta di Trebisonda

Il cassone con dipinta la Caduta di Trebisonda


E' un cassone nuziale fiorentino del XV secolo – oggi conservato nel Metropolitan Museum di New York - che, nella parte frontale, mostra dipinta la Caduta di Trebisonda.
E' segnalato per la prima volta in un articolo del Weisbach del 1913 come proveniente da casa Strozzi per la presenza delle insegne araldiche della famiglia (1). E' considerata opera della bottega fiorentina di Apollonio di Giovanni e Marco del Buono Giamberti.
In una variopinta scena di battaglia sono raffigurate due città: a sinistra Costantinopoli, identificabile dalla legenda e dall'accurata resa della topografia; in alto a destra Trebisonda, anch'essa identificata dalla legenda e, per la maggiore contiguità alla scena di battaglia, considerata come fulcro dell'azione.
Il tema raffigurato suggerisce quindi un termine post quem per la datazione (1461, caduta di Trebisonda) mentre la morte di Apollonio di Giovanni (1465) ne stabilisce uno ante quem.


Come già osservato la topografia costantinopolitana è molto accurata, sulla sponda opposta di un dilatato Corno d'Oro si distingue il sobborgo di Pera e più a nord, indicata come chastelo novo dalla didascalia, la fortezza di Rumeli Hisari fatta costruire nel 1452 da Maometto II sul versante europeo del Bosforo.
L'accuratezza topografica della ricostruzione della fortezza risulta evidente dal confronto con un suo schizzo realizzato da una spia veneziana all'incirca nel 1453.

Cod.membr.641, 1453 c.ca,
Biblioteca Trivulziana, Milano

Ben riconoscibile, sulla sponda asiatica, è anche il sobborgo di Scutari (l'antica Crisopoli) indicato dalla didascalia come Loscuterio).
 
Particolare della raffigurazione di Costantinopoli

All'interno delle mura di Costantinopoli si distinguono chiaramente la colonna di Giustiniano – priva della statua equestre dell'imperatore, come appariva già poco tempo dopo la conquista ottomana - e l'obelisco di Thutmosi III nella spina dell'Ippodromo. Ancora, in primo piano Santa Sofia, con la cupola e le due semicupole e, davanti ad essa e più bassa, la cupola di Sant'Irene. All'angolo nordoccidentale della città l'edificio a tre piani addossato alle mura è il palazzo delle Blacherne sul cui tetto sembra di veder sventolare il vessillo dei Paleologi,


a sinistra di questo un altro edificio coperto da cupola e a cui è addossato un porticato rappresenta molto probabilmente il katholikon del monastero di San Giovanni Battista nel quartiere di Petrion (2) mentre di più incerta identificazione è la chiesa a pianta basilicale con un tetto a doppio spiovente, eretta su un basamento a cui da accesso una scalinata di tre gradini. La chiesa presenta inoltre una facciata in cui si aprono tre portali, quello centrale dei quali sormontato da rosone e la didascalia la indica chiaramente come dedicata a San Francesco.

Nella rappresentazione di Trebisonda non si riscontra invece una altrettanta accuratezza topografica, sì che essa sembra corrispondere piuttosto ad un modello immaginario.
L'abbigliamento e l'armamento degli eserciti che si scontrano appaiono molto simili, differendo soltanto per la foggia dei copricapo: conici e, in alcuni casi, forniti di una falda ripiegata alla base o ornati da una piuma, per i trapezuntini; bassi ed ornati da una fascia bianca, a ricordare la forma di un turbante, per i turchi.
L'esito della battaglia è evidenziato dai prigionieri tapezuntini inginocchiati con le mani legate dietro la schiena nei pressi del campo nemico.

Andrea Paribeni (2001) ha però rilevato una serie di incongruenze in questa interpretazione:
1. L'ultimo imperatore di Trebisonda, Davide II Comneno, si arrese a Maometto II senza combattere. Non vi fu quindi alcuna battaglia (cfr. scheda L'impero di Trebisonda);
2. Maometto marciò su Trebisonda da Costantinopoli - quindi da ovest - e non da oriente come nel dipinto.
Ma è soprattutto la parola tanburlana che compare, appena sbiadita, nei pressi del carro che trasporta il comandante dell'esercito vincitore, a fargli avanzare l'ipotesi che l'esercito vittorioso proveniente da oriente sia quello dei mongoli di Tamerlano mentre gli sconfitti siano i turchi del sultano Beyazit I nella battaglia di Ankara (1402).
La presenza della città di Trebisonda – che comunque appare nel dipinto estranea alla battaglia (ad esempio non si notano soldati sulle mura) – andrebbe ricercata nella committenza che Paribeni fa risalire a Vanni degli Strozzi come dono nuziale per il matrimonio del fratello Ludovico con la figlia di Bertoldo Corsini e collega ad i suoi recenti interessi economici nella città di Trebisonda.
Il riferimento alla battaglia di Ankara alluderebbe inoltre ad una adesione del committente al progetto politico elaborato da papa Pio II Piccolomini intorno al 1458 di formare un'alleanza antiottomana tra i regni cristiani orientali di cui Unzun Hasan - il khan cristiano dei turcomanni di Ak Koyunlu (il Montone bianco) che aveva mutuato per sè proprio l'appellativo di nuovo Tamerlano - sarebbe stata la punta di diamante (3).

Note:
(1) Quando, circa un anno dopo l'articolo del Weisbach, il cassone venne acquistato dal Metropolitan Museum era però già privo di queste insegne. La provenienza da casa Strozzi sembra però confermata dall'impresa dipinta sulle fiancate laterali, un falcone ad ali spiegate appollaiato su un trespolo. Strozziere significa infatti falconiere.
 
 
(2) Sul monastero di San Giovanni Battista in Petra vedi scheda la chiesa di San Nicola al Bogdan saray, nota 2.

(3) Paribeni osserva che se da un lato un oggetto destinato ad un uso privato come un cassone può apparire poco adatto a veicolare un messaggio politico, dall'altro questo durante l'esposizione dei doni nuziali viene visto da tutti, ben prestandosi quindi al "doppio gioco" di un mercante fiorentino come Vanni Strozzi il cui animo si divideva tra gli interessi commerciali delle nuove relazioni che andava stringendo con gli ottomani e l'adesione allo spirito crociato.



lunedì 20 marzo 2017

Il Triclinium leoninum

Il Triclinium leoninum


A partire dal IV secolo e fino al 1309 (quando papa Clemente V trasferì la sede ufficiale del Papato ad Avignone, dove rimase fino al 1376) i papi risiedettero nel Patriarchio, il palazzo patriarcale che era addossato al fianco meridionale della basilica lateranense.
Da un primo nucleo costituito da una domus patrizia, la residenza papale fu progressivamente estesa ed arricchita dagli interventi promossi da diversi pontefici.
Papa Leone III (795-816), in particolare, vi fece costruire due triclini celebrati nelle fonti per la loro ricchezza e magnificenza. Il primo era il cosiddetto Triclinio accubitario - che in epoca successiva prenderà il nome di Sala del Concilio – ed era costituito da una enorme sala rettangolare (m 68 x 15,37), con cinque nicchie su ognuno dei lati lunghi e un nicchione sul lato di fondo (1). Nelle nicchie erano collocati letti semicircolari (accubita, donde il nome originario del triclinio) perché all'epoca nei pranzi ufficiali si mangiava ancora sdraiati secondo l'uso romano.
Aveva una copertura lignea a capriate e un apparato decorativo sfarzoso: pavimento in marmi policromi, al centro una fontana con una conca di porfido, affreschi nelle dieci nicchie laterali e mosaici su quella di fondo.
L'altro, definito Triclinium maiorem, era di forma rettangolare, con un'esedra sul lato di fondo e altre due che si aprivano al centro dei lati lunghi. Era anch'esso decorato in maniera sfarzosa: pareti e pavimento rivestiti di marmo, colonne di porfido, le esedre laterali ornate da affreschi e quella centrale a mosaico.

Cesare Rasponi, Pianta del complesso lateranense, 1657
(1.Basilica di San Giovanni; 2.Triclinio accubitario; 3.Triclinium maiorem)

Nel 1585, quando l'architetto Domenico Fontana su incarico di papa Sisto V demolì l'antico palazzo papale per cotruire il nuovo Palazzo Apostolico attualmente visibile, l'esedra centrale del triclinio con il suo mosaico venne risparmiata. Era ancora in piedi agli inizi del XVII secolo, quando il cardinale Francesco Barberini la fece restaurare. Agli inizi del XVIII secolo, quando si tentò di spostarla per darle un'altra collocazione, andò in mille pezzi, così nel 1743 papa Benedetto XIV (1740-1758) - il cui stemma campeggia al centro del frontone - commissionò all'architetto Ferdinando Fuga la realizzazione della “copia” dell'esedra attualmente visibile che ospita nel catino e nell'arco trionfale solo pochi frammenti del mosaico originale (2), ampiamente integrati da interventi di restauro successivi (è quasi tutto frutto del rifacimento settecentesco) che comunque mantennero lo schema iconografico dell'originale.


Al centro del catino è posto il Cristo benedicente circondato dagli Apostoli, con in mano il Vangelo aperto su cui è scritto pax vobis.


Nell’estradosso dell’arcone, a sinistra, si trova Cristo in trono che dona le chiavi a papa Silvestro e il labaro, insegna del potere imperiale, a Costantino;


a destra, invece, San Pietro in trono porge il pallio a Leone III e il vessillo a Carlo Magno.
Molto probabilmente il mosaico originale venne realizzato in occasione dell'incoronazione ad imperatore di Carlo Magno ad opera di papa Leone III il 25 dicembre dell'800.

Note:

(1) Secondo alcuni storici, questo triclinio era stato realizzato per volere del papa su modello di quello detto dei diciannove letti che si trovava nel palazzo imperiale di Dafne a Costantinopoli.

(2) Parte del mosaico originale è attualmente conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana.








domenica 12 marzo 2017

Barda Foca il giovane

Barda Foca

Figlio del kuropalates Leone Foca e nipote dell'imperatore Niceforo II, seguendo la tradizione di famiglia, fu avviato giovanissimo alla carriera militare di cui salì rapidamente i gradini. Nel 968-969 risulta infatti ricoprire la carica di stratego dei themi di Chaldia (Trebisonda) e Colonea ed insignito del titolo di patrizio.
Dopo la morte dello zio (11 dicembre 969) per mano della congiura che portò al potere Giovanni Zimisce, Barda fu privato del titolo, rimosso dalla carica e confinato ad Amaseia mentre il padre Leone ed il fratello Niceforo furono esiliati a Methymne nell'isola di Lesbo.
Agli inizi dell'autunno del 970 - approfittando della circostanza che le migliori truppe dell'esercito orientale si trovavano nei Balcani al comando del domestikos per l'Oriente, il cognato di Zimisce (1), Barda Sclero, per fronteggiare l'attacco del principe di Kiev Sviatioslav – Barda Foca fuggì da Amaseia e raggiunse la roccaforte di famiglia, Cesarea di Cappadocia, dove diede inizio alla ribellione facendosi proclamare imperatore dalle truppe colà stanziate.
Barda Foca tentò infruttuosamente di estendere la rivolta alla Tracia e alla Macedonia per mezzo del padre e del fratello che, catturati, furono accecati e rinchiusi in un monastero nell'isola di Proti. Nel frattempo, Zimisce ordinò al cognato di rientrare in Asia Minore e sedare la rivolta.
Abbandonato da gran parte dei suoi sostenitori, Barda Foca si arrese a Barda Sclero e fu esiliato nell'isola di Chios dove rimase per i successivi sette anni.
Nel 978 – dopo la morte di Zimisce e l'ascesa al trono di Basilio II - fu del tutto inaspettatamente richiamato a Costantinopoli dal parakoikomenos Basilio Lecapeno e posto al comando delle Scholai orientali con il compito di riorganizzarle per contrastare la rivolta di Barda Sclero che aveva ripetutamente sconfitto l'esercito imperiale e ormai minacciava direttamente la capitale.
Barda Foca raggiunse Cesarea dove reclutò parecchi uomini per rafforzare le sue truppe costringendo Sclero a ripiegare.
C'è un certo disaccordo tra gli studiosi sulla sequenza degli eventi bellici - e sulla loro dislocazione geografica – che condussero alla sconfitta di Sclero.
Secondo la storiografia più moderna Barda Sclero sconfisse due volte i lealisti in campo aperto: la prima volta nei pressi di Pancalea a nordest di Amorium (19 giugno 978) e la seconda, nell'autunno dello stesso anno, nei pressi di Basilika Therma (l'attuale Sarikaya) nel thema di Charsianon.

I luoghi degli scontri tra le truppe lealiste e i ribelli
 
Barda Foca riuscì ad avere ragione dell'avversario solo al terzo scontro, il 24 marzo 979, in una località imprecisata che alcuni autori ritengono di aver identificato con Aquae Saravenae (nei pressi dell'odierno abitato di Yalvac a nordovest di Cesarea). Nonostante il fatto che i lealisti fossero stati rinforzati da 12.000 cavalieri georgiani inviati dal re Davide III, amico personale di Barda Foca, al comando del generale monaco Tornikios, per risolvere lo scontro a suo vantaggio Barda Foca dovette sfidare a singolar duello Barda Sclero che, nonostante fosse molto meno prestante del suo antagonista, accettò e fu battuto. Benchè ferito al volto, Barda Sclero riuscì a fuggire e a riparare presso il califfo di Baghdad mentre le sue forze si disperdevano.
 
Scontro tra le truppe di Barda Foca e quelle di Barda Sclero
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid

 
Dopo questa vittoria, Barda Foca vide crescere il suo peso politico a corte e ricoprì la carica di domestikos delle Scholai orientali fino al 986 combattendo con successo contro gli arabi lungo i confini orientali.
Alla fine del 985 o agli inizi del 986, con un colpo a sorpresa, Basilio II si svincolò dall'ingombrante tutela del prozio Basilio Lecapeno rimuovendolo dalla carica di parakoikomenos che aveva occupato quasi ininterrottamente per circa quarant'anni (2). Nel quadro di una serie di provvedimenti volti a ridurre l'influenza dell'aristocrazia militare sulla politica imperiale e a stabilire il suo controllo sull'esercito, sollevò inoltre dalla carica di comandante dell'esercito d'Oriente Barda Foca, che comunque era stato molto legato al parakoikomenos, declassandolo a duca di Antiochia.
La sonora sconfitta inflitta dai Bulgari all'esercito imperiale guidato personalmente da Basilio II, fece intravedere a Barda Sclero l'opportunità di una nuova ribellione e, armato e finanziato dal califfo abbaside, nel febbraio del 987 invase il territorio bizantino occupando Melitene e autoproclamandosi imperatore.
Basilio II rispose richiamando al comando dell'esercito orientale Barda Foca pensando di sfruttare la rivalità tra le due famiglie come nel pronunciamento di dieci anni prima. Ma stavolta Barda Foca non stette al gioco e il 15 agosto del 987 si fece proclamare a sua volta imperatore dalle sue truppe e strinse un accordo con Barda Sclero per combattere insieme contro Basilio II e qundi spartirsi l'impero. Dopo un breve periodo di collaborazione, Barda Foca tradì il patto e fece arrestare e rinchiudere nella fortezza di Tyropoios lo scomodo alleato.
Rimasto solo al comando della rivolta divise le sue forze per poter attaccare la capitale da terra e da mare: il primo contingente si diresse su Crisopoli, il secondo su Abido, dove contava di attraversare lo stretto dei Dardanelli.
In osservanza di una clausola del trattato di pace russo-bizantino del 971 il principe Vladimir I di Kiev inviò a sostegno dell''imperatore un contingente di 6.000 guerrieri variaghi che costituiranno il primo nucleo della leggendaria Guardia variaga. Lo scontro decisivo ebbe luogo ad Abido il 13 aprile 989 e i Variaghi, guidati personalmente dall'imperatore, sbaragliarono l'esercito nemico e lo stesso Barda Foca trovò la morte in circostanze non del tutto chiare (3).
Sposato con una donna di cui non si conosce il nome, ebbe un solo figlio di nome Niceforo e detto Βαρυτράχηλος (dal collo forte).


Note:

(1) Giovanni Zimisce aveva sposato in prime nozze Maria Sclereina, sorella di Barda Sclero.

(2) Potentissimo funzionario eunuco figlio illegittimo di Romano I Lecapeno, era stato elevato al rango di parakoikomenos dal padre nel 947, sostituito da Giovanni Bringas durante il regno di Romano II Lecapeno, era stato rimessso al suo posto da Niceforo II Foca (963) e aveva conservato la carica sotto Giovanni Zimisce e durante i primi anni di regno di Basilio II.

(3) Secondo alcuni autori mentre cavalcava verso Basilio II per sfidarlo a duello ebbe un collasso e morì cadendo da cavallo. Secondo altri fu avvelenato da uno dei suoi servi per ordine dell'imperatore.


venerdì 3 marzo 2017

Leone Foca il giovane

Leone Foca il giovane

Esponente di spicco dell'aristocrazia militare era il fratello minore del futuro imperatore Niceforo II (963-969). E' detto "il giovane" per distinguerlo dallo zio che nel 919 fu protagonista di un fallito tentativo di usurpazione contro Romano I Lecapeno.
Nel 945, sotto Costantino VII, fu nominato stratego del thema di Cappadocia e, circa dieci anni dopo fu promosso al comando del prestigioso thema di Anatolia.
Nel 956, in uno scontro nei pressi di Duluk, sconfisse e catturò il generale Abul Asair, cugino dell'emiro di Aleppo, che inviò in catene a Costantinopoli.

Il generale arabo Abul Asair viene condotto in catene davanti a Leone Foca
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid
 
Romano II Lecapeno (959-963) lo pose al comando delle Scholai orientali dove Leone Foca raccolse ulteriori  successi combattendo contro l'emiro di Aleppo Sayf al-Daula lungo il confine arabo-bizantino.
Agli inizi dell'estate del 960, l'emiro di Aleppo, approfittando della circostanza che le migliori unità dell'esercito bizantino al comando di Niceforo Foca avevano lasciato la frontiera orientale per attaccare l'emirato di Creta, invase il thema di Charsianon prendendo d'assalto e mettendone a ferro e fuoco la capitale. Leone Foca, i cui effettivi - pur ingrossati da quelli dello stratego del thema di Cappadocia Costantino Maleinos che lo avevano raggiunto - erano molto inferiori di numero, si appostò al passo di Kylindros (1), sul versante orientale del massiccio del Taurus, attendendo che l'esercito nemico vi giungesse per rientrare nei suoi territori.
Quando l'intero esercito arabo era all'interno della stretta gola del passo, Leone Foca diede alle sue truppe, appostate sui fianchi della gola, l'ordine di attacco.
I bizantini caricarono dall'alto, bersagliando il nemico, impossibilitato a manovrare, con massi e tronchi d'albero e facendone strage.

Leone Foca sconfigge l'emiro Sayf al-Daula nella battaglia di Andrassos
da un'edizione miniata prodotta in Sicilia nel XII secolo della Sinossi della Storia di Giovanni Scilitze (Madrid Skylitzes)
Biblioteca Nacional de Espana, Madrid
 
Al termine della battaglia, Leone Foca rientrò a Costantinopoli, dove gli fu tributato il trionfo nell'Ippodromo, con moltissimi prigionieri e tutto il bottino recuperato, mentre l'emiro hamanide, miracolosamente scampato alla cattura, rientrò ad Aleppo con soli 300 cavalieri (2).
Dopo l'ascesa al trono del fratello fu insignito del titolo di Kuropalates (3) e ricoprì la carica di Logoteta del dromo (ministro dei servizi postali) per tutta la durata del suo regno.
Dopo l'assassinio di Niceforo II tentò senza successo di rovesciare Giovanni Zimisce nel 970 e fu esiliato a Mithymna nell'isola di Lesbo. Ripetè il tentativo nel 971 e, nuovamente sconfitto, fu accecato e confinato nell'isola di Proti (Kinali ada).
Sposatosi con una donna di cui non si conosce il nome ebbe tre figli: Niceforo, Barda, che, proseguendo la tradizione militare di famiglia, sarà uno dei più valenti generali di Basilio II prima di ribellarsi a sua volta e Sofia.


Note:

(1) La battaglia è nota come "battaglia di Andrassos" e si svolse l'8 novembre del 960 ma il passo in questione non è mai stato identificato con precisione.

(2) Come spesso accade, la consistenza iniziale della forza d'invasione dell'emiro varia moltissimo da una fonte all'altra, da 3.000 a 30.000 cavalieri.

(3) La carica di Kuropalates designava inizialmente l'intendente del palazzo imperiale (cura palatii) ma divenne rapidamente puramente onorifica. Veniva subito dopo quelle di cesare e nobilissime e di solito spettava ai genitori dell'imperatore.


Narrativa moderna e contemporanea:

Luigi Malerba, Il fuoco greco, Mondadori, 1990
Gli eventi narrati si svolgono in un arco di tempo compreso tra l'ascesa al trono di Niceforo II Foca (3 luglio 963) ed il suo assassinio (11 dicembre 969) ad opera di una congiura di palazzo che portò al potere Giovanni Zimisce. La trama del romanzo si sviluppa intorno al furto della segretissima formula di composizione del fuoco greco, che da il titolo al romanzo, e che offre all'autore lo spunto per disegnare un vivido spaccato della vita di corte nella Costantinopoli dell'epoca, teatro di sottili intrighi e complotti. La bellissima Teofano, moglie di due imperatori (Romano II Lecapeno e Niceforo II Foca), amante di un terzo (Giovanni I Zimisce) e madre di altri due (Basilio II e Costantino VIII) ed il kuropalates Leone Foca, fratello di Niceforo II - intorno ai quali si muovono personaggi minori reali o immaginari – sono al centro di questi intrighi.   
Molto dettagliata la descrizione dei cerimoniali e delle cariche di corte, un po' meno quella dei luoghi, eccezion fatta per quella del Crisotriclinio, nelle prime pagine del libro.
Infine, mentre la narrazione si mantiene sostanzialmente aderente ai fatti storici, i personaggi realmente esistiti appaiono ritratti senza sfumature.